Cuba fai da te: revoluciòn & aragoste

Amiche, ma soprattutto amici

Iniziato bene il 2014? Mentre voi speravate di smaltire cotechini e pandori in ufficio, a me purtroppo è toccato andare 10 giorni a Cuba.

Già, non che mi aggradasse particolarmente l’idea di ritardare il rientro al lavoro per scoprire una delle capitali più sfacciate ed affascinanti del mondo, né avventurarmi nella natura incontaminata sotto i 28º di un gennaio ventilato, e neppure mangiare aragoste per 6 euro. Ma ahinoi, questo -oltre che un blog di cucito è volenti o nolenti anche un diario di viaggi, indi accattatevillo istu:

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*

Sono passati oltre 50 anni da quando Fidel entrò trionfante con sigaro in bocca a La Habana, ma poco pare essere cambiato da allora. Terra di contraddizioni dove convivono sotto l’afa salsa ed embargo commerciale, Cadillac d’epoca e stipendi medi mensili di 15 pesos, questa striscia di terra popolata da 11.000.000 di persone, compresa tra l’oceano Caraibico e quello Atlantico, sembra essersi fermata alla prima metà del Novecento per rimanere ingarbugliata in un’eterna quanto decadente Belle Epoque.

‘Visitatela al più presto finché la sua eredità è ancora intatta’, ammonisce lo scrittore di viaggi canadese Brendan Sainsbury, allarmato dal turismo dilagante che coinvolge sopratutto la zona costiera. E noi di Fruhling non ce lo siamo fatti ripetere due volte.


La Habana


La più grande e vivace città dei Caraibi affascina, sorprende e sconcerta. Non è semplice dire cosa renda così particolare quella che Hemingway scelse come propria patria adottiva.

Io l’ho girata interamente a piedi senza fermarmi un attimo – con il contachilometri dell’APP Nike+ che nel più clemente dei giorni ha segnato 32 km- con l’esplicito intento di perdermici: ma i più pignoli potranno stampare e ritagliare questo schema da cucirsi nell’imbottitura delle mutande,  per non tralasciare le tappe più classiche.

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Atterriamo alle 23 ed è impossibile non notare l’assoluta assenza di illuminazione nel centro de La Habana, dove non si vede nada de nada. Così abbiamo un primo scorcio della città solo all’alba del giorno dopo, dalla terrazza del 16ºpiano dell’Hotel Habana Libre dove alloggiamo.

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Un pastiche caotico di edifici fatiscenti e coloratissimi corrosi dalla salsedine e dallo smog. Uno sciabattare allegro ad ogni ora, per scoprire nei vicoli pieni di gatti quella miscela anacronistica di Europa e Caraibi, con le sue vecchie automobili americane ed i suoi edifici coloniali.

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Raggiungiamo il centro percorrendo i 10 km che compongono il Malecón – la passeggiata lungomare su cui si infrangono le onde nei giorni di burrasca -che scandisce il ritmo caaaalmo ed ozioso della giornata cubana.

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Impossibile, per quanto banale, non fotografare le macchine d’epoca che sfrecciano disordinate, né lasciarsi andare a sentimentalismi vari che la Isla Grande stimola coinvolgendo tutti i sensi ‘in una ronda frenetica’, come sostiene lo scrittore cuubano Virgilio Pinera, secondo il quale La Habana è altamente adatta ad essere assaggiata, guardata, sentita, toccata e annusata (PS: a proposito di sentimenti, se decidete di mandare un sms ad un uomo, non commettete il mio stesso errore, ma valutate bene il destinatario a cui dirigere i vostri batticuori).

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Tra vecchi lampadari d’epoca, edifici traballanti, panni stesi e lavori lasciati a metà, raggiungiamo la Habana Vieja infilandoci nelle strette stradine che compongono il Barrio chino, ignorando i ‘consigli’ tutt’altro che disinteressati dei vari jinteros (imbroglioni che attaccano bottone con i turisti con lo scopo di spillare loro soldi) fino a Plaza de las Armas, nel cui mercatino di libri usati trovo un album di figurine del Sessanta che illustra la storia della Rivoluzione cubana.

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Qui un giovane cubano che ha vissuto a Madrid per 10 anni nel mio stesso quartiere ci dice che la vera essenza di Cuba è al Callejón de Hamel, dove ogni domenica musicisti di strada si ritrovano presso lo studio a cielo aperto dell’artista Salvador Gonzalez Escalona.

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Tra tamburi, rumba e installazioni con vasche da bagno, esploriamo i dintorni per percorrere la lunghissima Calle Infanta fino a sbucare al Castillo de la Real Fuerza Armada, la più antica delle fortezze coloniali delle Americhe. In zona si trovano il Museo del Tabacco e quello de Rum (Ron in spagnolo), ma evitiamo preferendo la pittoresca Calle Obispo, con l’intento di spiare dentro le finestre delle famiglie cubane in tempo di siesta.

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Il giorno dopo si parte dal Vedado – oggi la zona più moderna de La Habana, ma originariamente il polmone verde della città (il nome in spagnolo indica una riserva naturale, dato che durante l’epoca coloniale qui era vietato abbattere gli alberi)- e raggiungiamo la famosa Plaza de la Revoluciòn.

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Il vero simbolo di Cuba, con i mitici murales di Che e Fidel sulle facciate dei Palazzi della Giustizia e degli Interni, che ha ospitato dagli anni 60 in poi i discorsi dei più importanti leader di masse (non ultimo il Papa. Non Bergoglio, eh: quello diffonde la dottrina telefonando alla gente a casa, battendo sul tempo i testimoni di Geova fermi ai citofoni), sotto l’imponente statua di 17 metri del patriotta José Martì, vero idolo nazionale che sta ai cubani come Vasco Rossi all’italiano medio, per intenderci.

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Proseguiamo fino alla Necropolis Cristobal Colòn, un intricato cimitero organizzato come una scacchiera in miniatura, e sulla strada del ritorno decidiamo di deviare all’altezza di uno stadio abbandonato per scoprire un diroccato quartiere residenziale molto pittoresco, che sbocca sulle trafficatissime Avenidas Bolivar e Allende.

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Tutta un’esperienza addentrarci nell’unico centro commerciale de La Habana, letteralmente preso d’assalto dalla ressa, ed impiegare 20 minuti per acquistare due mele senza assolutamente nessuno in coda davanti a noi.

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Finalmente raggiungiamo la Catedral con la sua meravigliosa facciata barocca ispirata al nostro Borromini, descritta dal romanziere Alejo Carpenter come ‘musica trasformata in pietra‘. Proprio accanto, un covo di creativi tatuati lavora presso il Taller Experimental de Gràfica, dove è possibile assistere alla realizzazione di stampe originali.

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Il secondo giorno di scoperta-no-stop de La Habana viene interrotto bruscamente da un vero diluvio universale che ci sorprende a metà Malecòn, obbligandoci a prendere un taxi: una Cadillac scassatissima naviga nelle strade sgarrupate del centro, ricoperte in pochi minuti da metri d’acqua, per vere gincane nautiche che manco a Gardaland.

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Lungo la costa settentrionale


Dopo due giorni di Capital, ci spostiamo lungo la Costa nord, per raggiungere la terribile Varadero, che utilizziamo esclusivamente come base per andare alla scoperta delle province di La Habana e Matanzas grazie ad autobus locali e biciclette arrugginite a noleggio.

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Lontani da resort all inclusive e buffet a base di pasta con ketchup, scopriamo che ci sono zone turisticamente poco attraenti e forse per questo così autentiche e vere. I paesi di pescatori di Alamar e Tarara; i sobborghi afro-cubani di Guanabacoa e Regla; l’autentica villa rurale nei ranch della valle de Yumurì; il campeggio spartano di Playa Jibacoa dove trascorrono le vacanze gli universitari cubani; le distese di canna da zucchero nell’entroterra di Jaruco compongono un paesaggio variopinto, fatto di case, sterco e capanne in grado di farvi sembrare lontano anni luce il turismo di massa da cocktail con cannuccia ed ombrellino, in realtà situato ad una manciata di chilometri.

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I 20 km di spiagge da cartolina che compongono la Penisola di Hicacos, presente in ogni depliant turistico per la famosissima Varadero, altro non sono che una delle cose da scoprire della zona settentrionale di Cuba.

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Tra complessi turistici e piscine da capogiro, ci sono dei piccoli gioielli della natura come le Grotte di Ambrosio, dove negli anni 60 vennero ritrovate delle incisioni rupestri precolombiane e dove vivono 5 specie di pipistrelli; o come la Riserva Protetta Varahicacos, popolata da cactus giganti e lucertole multicolor.

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Il ponte Bacunayagua, il più alto di Cuba con i suoi 112 metri, offrirà un panorama poco adatto a chi soffre di vertigini, ma spettacolare per tutti gli altri; gli stabilimenti balneari abbandonati della città fantasma di San Miguel de los Baños offrono scenari spettrali unici dove il tempo si è letteralmente fermato; la varietà della vegetazione del Parco Naturale Montemar; ed ancora, i paesaggi urbani di Matanzas, la cosiddetta Atene cubana, ricoperta dalla polvere della rivoluzione ed impregnata dello splendore neoclassico ormai incrostato; fino ad arrivare alla città di Cardenas, una delle città più colpite dal regime, dai cui brutti murales è possibile respirare un’incazzatura ancora accesa.

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Purtroppo non ci è stato possibile annotare i nomi di alcune delle spiagge anonime in cui ci siamo imbattute, per il semplice fatto che non c’erano indicazioni né nessuno a cui chiedere: meglio così… vorrà dire che ognuno potrà scoprirne una nuova o imbattersi in una che crede essere la propria.

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Il periodo migliore per visitare Cuba inizia a dicembre -quando in teoria- si calmano gli acquazzoni ed il mite inverno caraibico sfiora i 30 con venticelli gradevoli. Durante la nostra permanenza, fatta eccezione per gli ultimissimi due giorni di sole splendido-splendente-io-mi-amo-finalmente, ogni pomeriggio verso le 16 spuntavano nuvoloni ed in un paio di occasioni ci siamo beccati dei temporali belli incazzati, che, scansate le prime reazioni di ‘ma te possino‘, hanno modificato all’improvviso i colori del paesaggio.

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Con qualche sbattimento, tanta pazienza ed un pizzico di incoscienza (ciao mamma!) è possibile scoprire la vera alma de Cuba anche in una delle zone più turistiche dell’isola: vi troverete di fronte ad una Nazione che, a dispetto dei balli di gruppo e trashate varie da resort turistico per cui è nota, vive alimentando ogni giorno la Rivoluzione, ora come allora.

Perché ¡la revoluciòn sigue igual! (Bah).

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‘Sò comunista così’ (cit.)


Magari mi sbaglio, ma mi è parso che le idee dei cubani su comunismo & co. sono parecchie confuse. O se non altro, hanno confuso completamente me sul tema. Manco a farlo apposta, proprio nel volo di andata leggevo un’intervista sul comunismo all’integerrimo Slavoj Žižek che dava sfoggio della sua filosofia marxista e lacaniana sorseggiando Coca cola a raffica. Di fronte allo stupore del giornalista che esordiva intimidito con un ‘è strano parlare di comunismo davanti a uno dei simboli del capitalismo’, il nostro saputello dopo aver buttato lì un ‘Stalin non era poi così male’ devia dicendo che la Coca rimpicciolisce il cervello.

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‘nzomma, non mi dilungo sul tema perché non ne so nulla, ma mi ha colpito molto un piccolo avvenimento accaduto una sera vagando per La Habana: all’ennesimo cubano che attaccava bottone con il classico ‘che ora è?’ (tipica frase per sondare se il turista parla spagnolo o inglese) rispondo in tono secco e decisamente poco cortese dicendogli di non aver bisogno di dritte su ristoranti né salsa né nulla. Incazzato mi guarda, simula una pistola con la mano che mi appoggia sulla fronte dicendo ‘Sei fortunata che non siamo in un Paese capitalista’. Bha, se lo dici tu, penso.

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Sicurezza & donne sole


Cuba è un Paese decisamente sicuro, e girandola in lungo e largo di giorno e di notte gli unici sentimenti di rischio avvertiti sono stati a La Habana la preoccupazione di schivare le palline da baseball dei bambini e nella zona costiera la paura che una noce di guacaya mi cadesse sulla capoccia passando sotto una pianta.

Per intenderci, mi becca molto, molto peggio prendere da sola il regionale Rogoredo-Lodi delle 22.29.

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Come ogni buon popolo latino che si rispetti, i cubani sono invadenti e pesanti calorosi ed esuberanti soprattutto con le ragazze, e faranno di tutto per consigliarvi ristoranti, offrirvi da bere, broccolare un po’ e dire banalità su salsa e calcio. Il complimento più spinto ricevuto? ‘Occhioni verdi’, proprio come mi chiamava mia nonna…


Ahò, ma quanno se magna?


La gastronomia criolla si basa su elementi poveri della terra e del mare e mescola influenze spagnole con quelle africane: cerdo (maiale) cucinato in ogni modo, riso bianco e frijoles (fagioli neri), tostones (banana verde fritta), ajiaco (minestra a base di patate, banane, mais, manzo, pollo e carne secca), aguacate (avocado), tuca, guacaya, cocco e frutti esotici; praticamente assenti i vini, mentre la cosiddetta ‘aspirina liquida’ -leggasi il Ron- viene bevuta ad ogni ora in quantità spasmodiche (anche mischiata al caffé per il digestivo carajillo).

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A La Habana ho magnato aragosta per 6 euro al ristorante Metropolis e grigliata con pesce spada, gamberoni e aragostona per 8 al Toque di Calle Infanta, entrambi fuori dal circuito turistico e frequentati da gente locale.


Morirò prolissa e logorroica, lo so, ma spero abbiate apprezzato comunque questo diario di viaggio, che chissá possa un giorno rivelarsi utile ad altri viaggiatori incalliti.

E proprio a questi ultimi segnaliamo una selezione di viaggi che potrete trovare qui su Fruhling, come Il tour in Asia, DOs&DOnts in Dubai, Cosa fare a Lisbona quando piove, La guida di Madrid (secondo una che ci vive), Le 10 tappe da non perdere in Corsica (cascasse Napoleone… ops), e the last but not the least, l’acclamatissima Val Trebbia, l’opzione doc per noi precari padani.

Per continuare a finanziare i viaggio della Fruhling Crew (me, myself & I) correte in homepage e comprate, comrate, comprate, perdìo! Che quando sarò morta questi abitelli varranno più dei guantini glitter di Michael Jackson.

***

Non ci resta che autoaugurarci una buona depressione da rientro e…. al prossimo viaggio!

Ma forse quel che cerco neanche c’è (cit).

Comments
8 Responses to “Cuba fai da te: revoluciòn & aragoste”
  1. holgamydear ha detto:

    Bellissimo diario di viaggio! Ah! Immagino quanto ti sia dispiaciuto prolungare le vacanze di Natale e andare a Cuba … 😀
    Hasta luego! (io e lo spagnolo siamo una cosa sola)

  2. Lorenzo Paciaroni ha detto:

    Divertente e utile, me lo bookmarko nella speranza di percorrere presto le tracce che hai lasciato a Cuba 🙂
    E se ti interessa Istanbul, nei giorni a cavallo tra vecchio e nuovo anno ero là: http://www.lorenzopaciaroni.com/tra-occidente-e-oriente/
    Ciao

  3. Saratumblr ha detto:

    Il modo in cui racconti le tue storie è unico, hai saputo dare info utili in modo divertente e brillante e anche le foto sono meravigliose, ma le hai fatte tu? Adoro! Buon ritorno e al prossimo diario di bordo

  4. volopiuhotel.com ha detto:

    Davvero un diario di viaggio spettacolare, con foto bellissime,Wow!

  5. aiwa ha detto:

    che articolone si legge in un fiato, così sono al corrente delle giornate trascorse tranquillamente nei “centri” delle città che ci fai vivere

  6. ElectroMode ha detto:

    Fantastica guida come sempre; tra l’altro ho appena scoperto di non aver letto Dubai, Lisbona e la Corsica. Provvederò. Io ho viaggiato molto in spirito ma poco in corpo, quindi adoro leggere questi reportage dettagliatissimi e soprattutto divertentissimi.
    Cuba è uno di quei posti che da un lato mi attraggono tanto – la decadenza pittoresca di L’Havana, il fatto che sia come cristallizzata ai primi del 900, Hemingway e tutto il resto – ma dall’altro mi respingono altrettanto. Ecco sarò un po’ orsa ma benché mediterranea l’idea di essere continuamente assalita da gente che vuole vendermi o consigliarmi qualcosa mi stressa assai. Vabbè prima o poi supererò le mie fobie.
    Le foto sono stupende, anche quelle delle macchine, che saranno anche banali ma che personalmente trovo bellissime.
    Baci

    Alessia
    ElectroMode

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