Istanbul e Cappadocia fai da te: tour random per chi viaggia in solitaria

Ho letto da qualche parte che il viaggio ideale inizia con l’inquietudine e finisce con la nostalgia.

Approvo in toto, soprattutto il sentimento di nostalgia mia nei confronti di un gennaio di cazzeggio ormai volto al termine, e l’inquietudine di mia madre, alla notizia che sarei andata in Turchia da sola. Già, dopo 10 giorni a Cuba temevo non fosse prudente tornare di botto al lavoro, e onde evitare traumi per il corpo e la mente ho pensato di rendere meno scioccante il rientro in ufficio prenotando un altro viaggio.

Pronto il taqqquino? Ecco un altro diario di bordo, siori e siore, in anteprima mondiale su questi schermi per voi:

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Viaggiando, mi sono resa conto che ci sono città che mi colpiscono al primo istante, ed altre per le quali non scatta amore a prima vista, eppure mi rimangono dentro. Ero sicura che Istanbul sconvolgesse da subito, invece mi rendo conto del suo impatto solo ora che sono tornata. Ma procediamo con calma.

  • Volo Milano (Orio al Serio) – Istanbul (Sabiha Gökçen)

Partiamo male, molto male. Non solo il volo prenotato su Pegasus Airlines un mese prima per 150 euro andata/ritorno è in ritardo di due ore, ma è scontro violento su suolo italico nel momento del controllo dei passaporti: viaggiando sempre dalla Spagna, non ricordavo quella meravigliosa tassa in vigore nel Belpaese che obbliga a pagare lo stato italiano per lasciare l’Europa. Entro in mood contrattazione da Gran Bazaar, argomentando con il pulotto di frontiera che non ha senso pagare un bollo sul passaporto e non sulla carta d’identità quando la meta è la stessa, ma mi scontro con un ‘Signorì, se lo avresti saputo ti portavi la carta d’identità’. E facendo ciao con la manina al congiuntivo, questo sconosciuto, fanno 40 euro (+10 di insulti telefonici di mia madre. Come se pagasse lei). Viaggio tranquillo e childless, una volta atterrata comodissimo lo shuttle della compagnia Havataş appena fuori dall’aeroporto, che per meno di 4 euro porta a Kadiköy. Qui mi attende Burcu, un’amica di un’amica, ritratto perfetto della gentilezza e della cordialità turca con cui avrò modo di imbattermi più volte durante la vacanza. Girovagando per il quartiere asiatico, tra ristoranti all’aperto nonostante le temperature polari, chioschi di cozze take-away e mercatini di frutta e fiori, ci mangiamo un’orata grigliata mentre mi da qualche dritta sulla sua città natale. Occhiata veloce all’orologio, e scatta il panico: guide e blog sostengono che i traghetti finiscono alle 21 ma non specificano che si tratta solo di quelli che arrivano a Eminönü, il cuore del centro di Istanbul corrispondente alla zona dell’acropoli dell’antica Costantinopoli. Mentre fino alle 23 ci sono battelli ogni mezz’ora fino al porto di Karaköy, sulla sponda nord del Corno d’Oro sulla parte europea, e da lì basterà attraversare il ponte di Galata sotto una pioggia di ami lanciati dai pescatori, costeggiando baracchini di pescetti fritti e bicchieroni di trippa per trovarsi a soli 10 minuti di metro a Sultanahmet, dove alloggio presso il Bahaus Hostel.

Camerata da 6 con bagno per 11 euro a notte, bueno-bonito-barato come si dice in Spagna e un 10+ al gentilissimo staff, che cerca di coinvolgermi nel pub crawl previsto per la serata. Ma nonostante -pare- abbiano abboccato alla notizia della falsa età che dichiaro, sento il richiamo della branda e mi infilo nel letto a castello tirando le tendine.

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  • Giorno 1: Istanbul classica & operaia

Dopo la colazione turca* sulla terrazza vista Bosforo (*leggasi pane con formaggio fresco, cetrioli, olive nere e bicchierone di succo di melograno), cerco di tracciare un itinerario considerati i pochi giorni a disposizione per scoprire una metropoli di quasi 20.000.000 di abitanti, che si estende tra il continente europeo e quello asiatico. Ora, dovete sapere che mia madre da sempre mi chiama fresaröla, ma più che frettolosa mi definirei ‘soldatino’. E se 3 settimane prima ho snocciolato La Habana in ogni suo angolo macinando un’ottantina di chilometri in due giorni, il mio intento non cambia e alle 9 sono già in moto alla volta di Sultanahmet, l’antica Bisanzio dove si concentrano le maggiori attrazioni della città: Aya Sofia (25 lire), la chiesa cristiana più grande dell’epoca ottomana; la Moschea Blu (ingresso gratuito), voluta dal sultano Ahmet per offuscare la vicina Aya Sofia, con sei minareti ed un immenso cortile; l’imperdibile Basilica Cisterna (10 lire), costruita utilizzando capitelli e colonne di edifici in rovina, sospesa in torbide acque popolate da inquietanti carpe tra faccioni di Meduse in apnea.

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Concludo il tour de force con il celebre Palazzo Topkapi (40 lire) opulenta dimora di sultani ottomani, con le sue cinque sfarzose corti, il suo tesoro e l’harem dove se la spassavano non poco (chiedete a Murat III che diede al mondo ben 112 figli).

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Prima il dovere e poi il piacere: dopo l’itinerario classico, decido di scoprire i quartieri di Faith, Fener e Balat, ‘visitate dall’1% dei turisti, ma perfette per farvi un’idea dell’Istanbul di tutti i giorni’, leggo sulla Lonely Planet. Cerco di raggiungere la zona in barca lungo il Corno d’Oro, ma un simpatico Capitan Findus in biglietteria infrange i miei sogni da Nostromo sentenziando secco ‘rain-boat-close’. Carico la mia IstanbulKart (convenientissima: 7 lire per acquistarla, dá diritto a viaggi fortemente scontati e permette di salire su tutti i mezzi) ed il bus 99 mi porta in questa zona operaia, difficile da esplorare, secondo la guida, tra caseggiati fatiscenti e vie deserte. Dopo qualche snervante andirivieni e cul de sac, ho una bella bot de cul, scorgendo un gruppo di turisti turchi con una guida, a cui mi accollo con l’ingenuità di bionda inside. Scopro così gli angoli di Faith, uno dei quartieri più conservatori di Istanbul, popolato da famiglie dell’est anatolico, con la sua enorme Moschea del Conquistatore accanto all’acquedotto risalente al 300 d.C., con le sue ripidissime strade ed i suoi chioschi di kebap, pita e sarma venduti per poche lire.

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Da lì li proseguo fino a Fener, il quartiere greco della città, con i suoi negozianti ebrei ed armeni, sulla cui collina sovrasta il Liceo ortodosso in mattoni rossi. Dopo una veloce tappa alla Chiesa di San Giorgio ed una visita più approfondita alla Chiesa di Chora, con i suoi mosaici bizantini, mi sgancio dal gruppo per entrare nel quartiere ebraico di Balat, dove vivono immigrati delle classi sociali più basse, e dove il confine tra antico splendore ed attuale degrado è molto labile e per questo affascinante.

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Cammina che ti cammina, mi ritrovo in centro e mi rendo conto di non aver ancora toccato cibo: sono quasi le 20 e mi concedo i mio primo kebap di pollo per 4 lire (1,50 euro circa) sfoderando con la mia improbabile pronuncia açé istemiyorum, lutfen (=non piccante, per favore). Parole al vento, che è pure bello freddo.

  • Giorno 2: i quartieri asiatici

Un famoso detto turco recita ‘la vita non può essere così cattiva se in fin dei conti posso ancora camminare in riva al Bosforo’. Perché non attraversarlo, quindi, per conoscere anche la parte orientale di Istanbul?

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Scartata l’ipotesi della crociera sul Bosforo, sia per le temperature siberiane sia perché non sono previste soste – il tour non permette di scendere alle varie tappe, specificano al Centro Informazioni del porto- decido di prendere un battello per il sobborgo operaio di Üsküdar e da lì scendere a piedi fino al porto da cui ripartono i traghetti per la parte occidentale. Tempo previsto? 3 ore… musica per le mie orecchie! Mi incammino tra le varie ‘camii’ (=moschee) che incontro (ovvero, Iskele Sultan Camii, Yeni Valide Camii, Aga Camii, Semsi Paça Camii), mercati rionali di frutta, dolcetti slacciughenti al miele e spezie, accattoni, venditori ambulanti di çay e simit – le ciambelle di pane coperte di semi di sesamo- … finché mi rendo conto di essermi persa.

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Decido che non è proprio il caso di incamminarmi lungo una trafficata strada statale e salgo al volo su un bus, dove pago due lire, perché così mi pare di capire che costi. L’autista ribatte in turco, temo manchino degli spiccioli ma mi ignora, ferma il pullman e passa di passeggero in passeggero finché non racimola il resto che mi spetta, nonostante io non avessi capito una cippa e fregarmi sarebbe stato semplicissimo. Arrivata a Kadiköy, sede originaria di Istanbul, scopro un’atmosfera giovane e vivace, con i suoi mercati di frutta e i suoi cinema indipendenti. Ignoro il suggerimento della Lonely di pranzare nella lokanta Çiya Sofrasi per seguire un gruppetto di studenti con zainetto in spalla, immaginando che abbiano il mio budget. E infatti per meno di 5 euro magno zucchine ripiene di riso e piattone di carne con funghi. E con panza e core pieni, riprendo la mia barchetta verso Eminönü  e decido che è giunta l’ora di levare le tende dalla capitale.

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Sarà che sento l’arrivo dei 40, ma è un periodo in cui ho voglia di natura e paesaggi: per questo prima della partenza avevo raccolto informazioni sulla Cappadocia, salvo poi farmi scoraggiare dal tempo infame. Ma come dice mia madre già che sem en bal, balem,  ed eccomi salire al volo sul bus notturno della compagnia Nevsehir Seyahat.

65 lire per 12 ore di tragitto in cui non chiudo occhio, ma che alla fine trascorrono veloci -nonostante preoccupazioni iniziali prontamente calmate dal Padre onnisciente via sms- tra çay e merende distribuite gratis, soste in autogrill lynchani –con distributori automatici di aggeggi che simulano amici peni per poter pisciare in piedi in modo igienico, scacciando allo stesso tempo invidie di matrice freudiane-, venditori ambulanti con le loro merci improponibili (tra cui uno spegnitore di fiamme tascabile).

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  • Giorno 3: Cappadocia no Alpitur #1

Dopo un tragitto sotto la pioggia battente e venticelli interni ed esterni al bus, alle 8 splende il sole sulla Cappadocia innevata. E mò? Il mio biglietto segna come destinazione Ürgüp, un distretto della provincia di Nevşehir, e decido di ignorare i braccianti turchi con i loro sacchi di plastica e i giappi ancora incollati ai loro tablet, per tener d’occhio gli spostamenti di un brasiliano sulla sessantina che pare saperla lunga dagli scarponcini che indossa. Noto che il posto accanto a lui è vuoto, ma in Turchia vige il divieto di viaggiare accanto ad una persona di sesso opposto, quindi proseguo fino alla fine accanto a Miss Materasso, che a una certa insiste: vuole una foto con me. A quanto pare le piacciono i miei capelli (mai nessuno a cui piaccia il mio culo, chissà perché) e si fa prestare dal figlio/nipote/fratello (impossibile darle un’età sotto il burqa) uno sgangheratissimo Nokia. Io mi presto volentieri mentre fuori dal finestrino inizio a intravedere i primi simil-trulli, e mi coglie una brama di taralli al finocchietto che mannaggiammmè.

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O senhor scende dal bus e mi accollo, scoprendo con grande giubilo e sorpresa di essere ancora in grado di camminare: il brasileiro, Joao -simpatico pensionato giramondo- sconsiglia in modo categorico tour fai da te. La Cappadocia è mal collegata e davvero grande da esplorare, e mi indica tour giornalieri organizzati in situ da guide locali. L’idea non mi fa impazzire ma mi pare una scelta intelligente, che il mio cervelletto accoglie, a conferma della teoria per cui gli opposti si attraggono. Pago 90 lire per il tour della Cappadocia nord, che comprende l’ingresso a 6 siti, pasto a buffet e spostamenti con guida in inglese, e finisco in un mini van con due coreane, 2 egiziani e 3 ragazzi della Malesia. Eccoci alla scoperta dei cosiddetti camini delle fate, valli che accolgono insediamenti preistorici scavati nella roccia dall’erosione vulcanica, come Pasabag, che pare popolato da enormi funghetti; la Valle Devrent, con formazioni rocciose che, con un po’ di fantasia, ricordano cammelli e profili napoleonici; la città di Avanos con i suoi laboratori artigianali di ceramiche e tappeti; Uçhisar con il suo castello affiorato dalla roccia vulcanica fino a Goreme, con le sue valli ondulate, le chiese rupestri ed i monasteri bizantini scavati nel tufo che compongono il Museo a Cielo Aperto, nato come sede di una ventina di monaci nell’epoca che fu.

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La Cappadocia, pianura circondata dalle montagne dell’Anatolia, restituisce le tracce delle dominazioni ittite, del periodo romano, di quello bizantino, del dominio ottomano e rifugio dei primi cristiani: un interessante pout-pourrì custodito dalla natura più imponente e silenziosa.

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Il tour termina alle 16 e da lì ognuno a casa propria: nel mio caso trattasi di letto in dormitorio nel Ishtar Cave di Goreme, ricavato all’interno di una formazione vulcanica. 5 euro la nottata con colazione inclusa (e bagni all’aperto, te possino): peccato che io sia l’unica ospite di tutta la struttura e fuori non incontro manco un’anima.

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Inevitabile scacciare la noia a suon di paranoie, e dopo 3 giorni no-stop rifletto sulla bislacca scelta di viaggiare da soli: numerosissimi i vantaggi (mangi quando hai fame, dormi quando hai sonno, ti fermi quando sei stanco, zero orari né lamentele né programmi, non devi tenere borse né accompagnare in bagno nessuno), ma non è facile andare d’accordo per 24 ore con sé stessi, poi io non è che sia così simpatica alla fine. Ma tutto sommato mi sto comportando bene, mi merito un’auto-pacchetta sulla spalla e spengo la luce nella rocca: del resto sono già le 20.30, fear and loathing in Goreme.

  • Giorno 4: Cappadocia no Alpitur #2

Dopo una bella doccia all’aperto ed una colazione abbondanterrima, rieccomi sul furgoncino per il tour della Cappadocia Sud: Joao aveva decisamente ragione, muoversi a piedi è infattibile, in bici impensabile per le temperature e noleggiare una macchina sarebbe un’alternativa se fossi con almeno altre 3 persone. Ma -me povera tapina sola ed abbandonata in terre anatoliche- non mi rimane che sborsare 80 lire per andare alla scoperta di nuovi siti questa volta con un gruppo di coppie turche. Visitiamo così la Valle delle Rose con le sue immense montagne color cipria; la città sotterranea di Derinkuyu disposta su 3 livelli percorribili lungo strettissimi cunicoli, il cui accesso è vietato a chi ha problemi di cuore (e ad agorafobici, aggiungerei io); il punto panoramico di Goreme, che permette di scorgere le poche mongolfiere in volo che hanno sfidato il maltempo -classico must per quei turisti che possono permettersi di sborsare sui 150 euri per un’esperienza singolare.

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Purtroppo le signore turche si prendono bene con i gingilli e alla fine rimaniamo presso un rivenditore di gioielli oltre un’ora: cerco di placare l’impazienza in giardino provando a giocare con i cani e le galline, che pare non vogliano saperne di me (le galline poi, non parliamone)

Alle 16 baci ed abbracci e ognuno per la propria strada: il mio bus by night per rientrare a Istanbul è alle 19.30, non so assolutamente come tirare l’ora né fare ritorno alla stazione. Ancora una volta mi salva la gentilezza turca, e l’autista del van mi offre uno strappo, mi porta lo zaino, mi paga un caffè e uno simit al formaggio e mi sistema nel desk dell’agenzia dove il bigliettaio, un simpatico quarantenne, è in vena di chiacchiere. Italia, pizza, buongiorno signorina, Roma, dal Papa a Maometto è un attimo e nel giro di pochi minuti il buon uomo si lancia alla grande: gli dico che mi stupisce, ovviamente in modo positivo, tanta generosità e correttezza riferendogli l’episodio del resto sul bus, e nel suo sgangherato inglese mi dice che è ovvio comportasi bene, Allah tutto vede, non gliela si fa. Mi spiega quindi che la vita è troppo breve per arrovellarsi e cercare la verità, ma leggendo il Corano posso conoscere tutta la verità, e dopo essere arrivato non so come a dichiarare l’importanza del valore della verginità prematrimoniale, ci tiene a riportami qualche esempio pratico: ‘tra un cellulare vecchio e un iPhone nuovo di pacca cosa scegli?’ mi chiede. Non cogliendo il nesso gli dico che basta che funzioni, ma lui scuote la testa ‘Io scelgo l’iPhone’. ‘E allora lo vedi che pure a te piace il touch?’ butto lì, ma la battuta non sortisce nessun effetto, rafforzando in me la convinzione che alla fine la differenza tra culture risiede esclusivamente nel senso dell’umorismo. ‘Allora, tra una macchina nuova km zero e una vecchia, cosa scegli?’: io, che ascolto sempre con un po’ di invidia l’ingenuità di chi si affida alle verità di fede ed ai vari oppi dei popoli, cerco di non turbare i punti di vista altrui barricandomi dietro frasi politically correct, ma a sto giro, direttamente interpellata, difendo la causa dell’usato garantito. Niente da fare, scuote la testa invitandomi a leggere il Corano: ‘you’ll understand everything’. Non demorde, e passa al make-up ‘se ti metti minigonne e ti trucchi per uscire anziché in casa per il tuo uomo, gli altri pensando bad things, non credi?’. Oso sostenere che magari mi metto il rossetto perché quel giorno mi sento occhei e voglio piacermi ammmé, ma niente da fare ‘leggiti il Corano’: Maomé ne sa proprio un totale, chissà che ne pensa del Pantone 2014 che a me sto Radiant Orchid nun me convince mica. ‘Non sono un messia, non voglio convincere nessuno -sente il dovere di giustificarsi a un certo punto – solo che tu sei nice e hai lo sguardo intelligente’ (te pareva, mai nessuno che mi trovi figa). Comunque mi ha convinto, quando torno prenderò in prestito dalla Biblioteca una copia del Corano, gli prometto, ormai sono curiosa e poi mica posso andare sempre avanti a Benni, Moravia e Murakami. Soddisfatto sorride, mi scrive su un bigliettino la sua mail e stringendomi la mano mi dice ‘Se hai dei dubbi scrivimi, che non sei ancora del tutto perduta’. Mi dirigo verso il bus e non posso fare a meno di pensare che Paolo Fox che dava 5 stelline al Leone per il 2014 forse forse stava a piglià per il culo.

  • Giorno 5: last Istanbul

Il viaggio notturno trascorre tranquillo ed alle 7 di mattina torno nella metropoli, ben decisa a scoprire per quali motivi Alphonse De Lamartine dichiarasse che ‘se a un uomo venisse concessa la possibilità di un unico sguardo sul mondo, è Istanbul che dovrebbe guardare’. Lascio i miei fagotti in ostello e faccio ritorno al porto per attraversare il Ponte Galata, popolato da pescatori ad ogni ora del giorno e della notte, alla volta di Beyoglu, ‘il meglio della Turchia cosmopolita’ come viene definita dalla mia guida.

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La zona, che si chiamava Pera nel XIX secolo, comprende la celebre Piazza Taksim ed il grande viale Istikal Caddesi con i suoi maxi store occidentali. Ma fa davvero troppo freddo, inizio ad accusare la stanchezza delle 11 ore in bus, e la chiesa di San Antonio con il suo presepe ed il suo albero natalizio ancora luccicanti non offrono alcun riparo.

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Decido quindi di entrare nel Pera Muzesi (10 lire) dove piastrelle e ceramiche dell’antica Anatolia mi strappano uno sbadiglio, ma recupero la piantina della zona, che scopro essere piena di gallerie di arte contemporanea: lasciando alle spalle il Liceo Galatasaray, scendo lungo la ripida Yeniçarsi Caddesi, dove scopro tante mini gallerie indipendenti simil-hipster, fino a sbucare alla zona del porto, dove c’è la Istanbul Modern (15 lire).

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Soddisfatta decido di incamminarmi verso il centro passando per l’antico quartiere di Galata con i suoi mercati per pescatori ed i suoi negozietti di cavi elettrici.

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E ahimé mi rendo conto che non posso più rimandare l’inevitabile. Non posso lasciare Istanbul senza visitare i suoi famosi Bazaar. Ora, dovete sapere che io sono la persona meno etnica del cosmo, e tappeti, argenti e gingilli vari non mi affascinano minimamente. Inizio quindi in modo soft con il Bazaar delle Spezie, da cui fuggo dopo poco per visitare la New Mosque (chiamata anche Eminomu Camii) e l’imponente Moschea di Solimano; e finisco – più nolente che volente- al celebre Gran Bazaar, dove è d’obbligo un salto anche solo per fotografare i manichini, che da sempre -chissà perché- mi incuriosiscono.69PicMonkey Collage

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Come immaginavo non acquisto nulla, sia perché non ci tengo molto a pashmine né a dolcetti al miele, sia perché scarseggio di pazienza per poter contrattare i prezzi con i negozianti, e mi dirigo verso l’ostello dove trascorro qualche ora nella zona bar con un gruppo di argentini appena arrivati dopo una settimana in Israele.

Il giorno dopo ho il volo in mattinata e decido di evitare il tragitto fai da te di metro+nave+shuttle, optando per un minivan che mi recupera direttamente all’ostello per 8 onesti e ben spesi eurini.

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  • Bibliografia ragionata 2.0

As usual, ho preparato con poca cura e tanta incoscienza questo viaggio, stampandomi info di blog affidabili, utili e ricchi di consigli quali Che ti portoScoprire Istanbul, gestito da un gruppo di ragazzi italiani che vivono nella capitale ottomana e che organizzano anche tour alternativi.

***

Morirò logorroica, I know, ma spero abbiate apprezzato questo diario di viaggio, che chissà possa essere fonte di ispirazione per chi sta pensando di visitare la Turchia a breve. Non ci resta che auto-augurarci una buona depressione da rientro. Ed approfittiamo per ricordare ai novizi che Fruhling propone sì una raccolta di diari di viaggi nella sezione Travels -con itinerari bislacchi quali  un tour in Asia, Cuba in bici, una crociera negli Emirati ArabiLisbonaMadridCorsica on the road– ma è anche e soprattutto un blog di cucito: non vi resta che tornare in home page con carta di credito alla mano.

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Comments
14 Responses to “Istanbul e Cappadocia fai da te: tour random per chi viaggia in solitaria”
  1. Saratumblr ha detto:

    Splendido racconto e foto meravigliose, solo tu riesci a divertire dando info pratiche utilissime. Mi stamperò il tuo itinerario ad aprile auando vorrei tanto andare in turchia sotto pasqua. Ciao Simo, buon rientro!

  2. aiwa ha detto:

    l’articolo è molto coinvolgente (non c’era dubbio) 10 e lode per l’ultimo paragrafo “bibliografia ragionata” non ne avevo dubbi TUTTO TRANQUILLO

  3. Lula ha detto:

    MITICA! Ho divorato il post, divertentissimo e ricco di spunti utili. Sono stata in Turchia la scorsa estate e se ti può consolare c’era un caldo allucinante. Foto meravigliose, Cappadocia 10+

  4. viachesiva ha detto:

    Sei uno spettacolo. Gran viaggio e gran coraggio per la scelta di partire così “alla randagia” (come si dice da me).

  5. holgamydear ha detto:

    Grandissima, sempre bei viaggi e ottimi resoconti.
    PS: adoro il tuo babbo dal post di Cuba.

  6. Ale&Ali ha detto:

    Una bella strapazzata il tuo tour non c’è che dire, complimenti per le forze, la resistenza e l’entusiasmo che traspare dalle tue parole. Noi (io e la mia dolce metà) la Turchia ce l’eravamo goduta con lo stesso itinerario due anni fa in una ventina di giorni, alternando turismo e relax, complice il tempo più clemente (era aprile)
    Stupende le foto della Cappadocia!

    Ale&Ali

  7. ElectroMode ha detto:

    Il mio mito, la mia guida personale, altro che Lonely Planet.
    Penso che dovresti proporre a qualche casa editrice le tue guide, che, oltre a essere dettagliatissime, al di fuori dei luoghi comuni e a prova di budget contenuto, sono da cappottarsi dal ridere.
    Di guide così non ne esistono, ne sono certa. Pensaci!
    Comunque post stupendo, foto bellissime e papà eccezionale.
    Invidio molto la tua tempra e la tua capacità di viaggiare da sola.
    Baci

    Alessia
    ElectroMode

  8. Stupendo! Fai troppo ridere! E tuo papà è un genio! “

  9. fadel ha detto:

    ciao! sono in viaggio per la cappadocia mi sei stata molto utile ,e tra l altro ti ammiro moltissimissimo

  10. alessio ha detto:

    ciao ! bel viaggio davvero, complimenti per la bella descrizione ….. sapresti dirmi in totale su che cifra ti sei aggirata (volo+soggorni+bus ecc..) ? grazie!

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