La Transiberiana Italiana

 

Amiche, ma soprattutto amici

Chi mi conosce mi evita sa bene che una delle mie più care amiche mi chiama con affetto ‘donna-bivio’; e temo ahimè non ci sia definizione più azzeccata per sta testolina sempre in fermento, che si crogiola perennemente tra a) o b), Milano o Madrid, fidanzato o amante, Pandoro o Panettone, e che cerca nel quotidiano spunti per indecisioni da vivere tassativamente con tormento, come se l’Armageddon fosse sempre dietro l’angolo e la scelta sbagliata con lui. Una vera drama queen del lunedì che non concepisce un solo giorno sereno, e rifugge con orrore da quelle giornate senza pretese decantate languidamente da Vinicio.

Naturalmente fiumi di paradossi, notti insonni, tabelle di pro e contro non potevano non ripresentarsi in occasione dell’estate 2014, quando il bivio è scattato di fronte alla scelta delle vacanze: sul piatto, la Transiberiana con due amiche di Milano o  il vecchio caro Sud Italia. Il viaggissimo della vita da raccontare a figli e nipoti che non avrò mai, o la madre patria sempre da scoprire, soprattutto da chi vive all’estero e durante l’anno si spara qualche viaggione di tutto rispetto qua e ?

Ma perché scegliere, io mi chiedo e vi domando? Visti i tempi, visti i cash e pure visti i visti (80 bombe per calpestare suolo russo ed altri 70 per la Mongolia), si optò alla fine per una soluzione di mezzo, che vi presenteremo come La Transiberiana italiana -altrimenti nota come L’agosto dello scroccone– composta essenzialmente da tre capisaldi, ovverosia:

1. Mettersi nelle mani di Trenitalia

2. Fare quanti più sbattimenti possibili

3. Elemosinare pavimenti come se non ci fosse un tomorrow

Come andò? Convalidiamo il biglietto, e scopriamolo insieme con il nostro diario di bordo on the road, o meglio, on the railway.


giorno 1

Dopo 10 ore di Intercity notturno in compagnia di un’allegra famigliuola calabrese (vedi sotto), l’arrivo a Napoli non delude la aspettative di chi confida nella celebre frase pronunciata da Goethe nel suo ‘Italienische Reise’. Napoli è una signora over50 galante e sbrigativa, che ti ammalia o delude, ma di certo non può lasciarti indifferente. Da giovane è stata una bellissima donna, e lo è ancora sotto il fondotinta steso con flemma ogni mattina, solo non sempre te ne accorgi a prima vista. Io e le mie compagne di viaggio vi abbiamo trascorso 3 intensi giorni pernottando presso il Poker Hotel situato nei dintorni della Stazione centrale: 16 euro a cranio per una tripla con colazione in camera portata con vassoietto dal receptionist, con terrazzino vista furti.

Durante le prime 24 ore abbiamo scorrazzato a piedi in lungo e in largo visitando la Napoli classica di Piazza Plebiscito e Palazzo Reale, fino alla città sotterranea, alternando andirivieni a caso lungo la Spaccanapoli, la strada che dai Quartieri Spagnoli conduce a Forcella, tagliando in linea retta la città. Scorpacciate di santuari urbani, statuine di presepi strafottenti, chiese silenziose, artisti di strada e fruttivendoli, Spaccanapoli è un budello stretto, in cui napoletani, turisti e motorini convivono, non sempre pacificamente. Ma non c’è un luogo della città che potrà raccontarvi meglio l’anima del capoluogo campano, che lascerete con una sensazione di fascino o di ‘io qui non ci rimetto piede’.

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A me Napoli ha colpito davvero molto, e -tolta la sfera ‘fidanzati’- mi ritengo una persona con buon gusto.


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Il secondo giorno raggiungiamo la zona di Chiaia con la funiculì-funiculà (a Napoli ce ne sono ben 4 che collegano il cuore della città con i quartieri alti del Vomero, Chiaia e Posillipo) e da lì alla scoperta di questo borgo tres chic a ridosso del mare (del resto Chiaia, wikipedia tu mi insegni, deriva da plaga, attraverso il catalano platja o il castigliano playa, che significa appunto spiaggia).  Si tratta di uno dei quartieri più eleganti ed esclusivi della città, con i suoi palazzi incantevoli, i suoi ristoranti e bar di lusso, le sue vetrine griffatissime.

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Da lì ci spostiamo verso il lungomare di Posillipo con le sue strutture alberghiere ammassate ed i bagnanti sugli scogli, e scorgiamo da lontano l’imponente Castel dell’Ovo, che decidiamo di non visitare perché troppo alla portata di mano. Ed al grido di ‘se non è sbatti, mi annoio’, ci si dirige a passi lunghi e ben distesi (come dice sempre mio papà) verso la stazione dei treni, direzione….

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Quando abbiamo raccontato al proprietario del nostro Po-Po-Poker Face hotel che nel pomeriggio eravamo state alla Reggia di Caserta, ci ha chiesto subito ‘Ma l’outlet, vero?’ come se fosse la cosa più ovvia del mondo. In realtà niente shopping, ma comunque affaroni dato che la prima domenica del mese la storica dimora appartenuta alla casa reale dei Borboni di Napoli prevedeva l’ ingresso gratuito. Assolutamente imperdibili i giardini chilometrici da percorrere fino in fondo, anche solo per scoprire cos’è quell’arzigogolío color argento che si scruta da lontano sulla montagna. Non vi riveleremo altro, scarpinate pure voi pelandroni!

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Negli appartamenti storici, degni di menzione gli inquietantissimi ritratti della fanciullezza reale, in un tripudio di pinguetudine e confusione sessuale.

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Impossibile la sera consumare una pizza presso Michele, il pizzaiolo più famoso di Napoli, ma che dico di Napoli, d’Italia se non del mondo, per non dire del pianeta. Ma nella patria della pizza, è davvero una mission impossible trovarne una che non sia deliziosa.

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Appena sveglie, ci si dirige verso l’amata stazione, ove pigliamo al volo la Circumvesuviana, da tutti decantata come il metodo più comodo per raggiungere le varie località del golfo. Sarà, ma personalmente credo che a piedi avrei raggiunto in modo più veloce ed agevole Sorrento, il destino del nostro terzo giorno di esplorazione. E’ stata comunque un’esperienza ascoltare durante l’ora e 45 minuti di tragitto, sotto una media di 38 gradi, i discorsi di turisti veneti, lavoratori locali e pure quelli di un paio di eroinomani a rota (‘spadini’ nel nord e ‘bucatini ‘ a Roma, come avremmo appurato durante il viaggio), tra bagni di sudore e sproloqui.

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A Sorrento l’immedesimazione in Linsday Lohan scatta in un attimo, ed eccoci sul traghetto che ci porta a Capri, da scoprire in lungo e largo tra la Marina Piccola, le scalinate della Baia dei due Golfi e la bianchissima architettura di Anacapri, prontamente ribattezzata AnaLcapri.

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Scrutiamo tutto con candido stupore, ma la domanda ‘Chissà com’è in inverno?’ ci attanaglia. Troveremo risposta da lì a poco grazie alla testimonianza di Angela, una signora di mezza età a cui autostoppiamo un passaggio per raggiungere il porto per l’ultimo traghetto di ritorno, che stavamo ovviamente per perdere. Non lascia speranza la sentenza, secca ed incisiva ‘Capri in inverno? La morte civile’.

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L’indomani ci attende una giornata di sbatti, di quelle che piacciono a noi: in mattinata, eccoci su un treno per Sapri, una delle ultime città della Campania a pochissimi chilometri dalla Calabria, che ci permette di assaporare dal finestrino del treno scorci del Cilento, la Lucania occidentale che abbraccia il Golfo di Salerno. La città in sé in realtà non ha nulla di eccezionale e tiriamo l’ora sul lungo mare di sassi e boccheggiando nelle viuzze che compongono il minuscolo centro storico.

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Alle 16 parte il nostro treno verso Palermo, dove arriveremo solo a mezzanotte: e l’esperienza del vagone che si sgancia ed il panorama sullo stretto di Messina che sfida Scilla e Cariddi ci fanno dimenticare il delirio delle 8 ore stipati nell’Intercity tra borse frigo, novelle 3000 e settimane enigmistiche. ‘U strittu’ che taglia la penisola dal continente in realtà non supera nel punto più lungo i 3km, e lo stupore dinnanzi a questa inezia che congela da decenni le varie lotte intestine e mafiose sulla questione è stato messo a tacere da una delle mie compagne di viaggio, con la già mitica sentenza ‘Ma è sto coso lo Stretto di Messina? Ma ve lo faccio io con il didò’. Standing ovation.

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All’arrivo, un amico ci raccatta alla stazione centrale di Palermo, per portarci verso la sua città natale, che fungerà da base per gli spostamenti dei prossimi giorni: signori, ecco Partinico, subito ribattezzata…


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La città che ha ospitato le riprese del celebre Il giorno della civetta del 1966, tratto dall’omonimo libro di Sciascia, ci permette di scoprire una parte della Sicilia ben al di fuori dei classici circuiti turistici.

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E la prima giornata sicula trascorre nella spiaggia di Trappeto, tra la sveglia all’alba scandita dal pesciarolo che per strada decanta le qualità dei merluzzi beddi chiusi nel bagagliaio, e la festa di agosto che ci intrattiene la sera, tra zucchero filato e giostrine (in Sicilia i nostri calcinculo vengono chiamati seggiolini. Così come le pesche noci, noci pesche. E il telo mare, in lombardo, ‘salviettone’, viene chiamato tovaglia. E quella che si usa in cucina, quindi? L’ho chiesto ma non ricordo la risposta, chiedo venia).

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D’obbligo un giro d’ispezione dalle parti di Montelepre, che diede i natali al bandito Salvatore Giuliano, braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano legato alla strage di Portella della Ginestra. Altro personaggio che rubava ai ricchi per dare ai poveri (sta frase più la sento, meno mi convince).

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Una delle giornate più belle della vacanza, alla scoperta di quelle che per me rimane una delle città più affascinanti d’Italia, per non dire del mondo, per non dire del cosmo. Città greca e romana, capitale araba, terra di conquista per normanni, svevi, francesi e spagnoli, il capoluogo siciliano in cui convivono influenze e contaminazioni di ogni stile ed ogni secolo tra cupole arabe, chiese dal gusto barocco, palazzi liberty, teatri neoclassici, parchi e mercati popolati da urla ed odore di pesce spada.

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Percorriamo a piedi la città dai mille volti delinenadone i confini tra via Turquoy e Maqueda per poi aggirarci nei vari quartieri popolari, da Ballarò con il suo celebre mercato, all’arabeggiante La calza, fino all’alternativo Vuccirìa, geniale mix linguistico tra il dialettale confusione ed il francese boucherie, che significa macelleria.

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Di sconcertante bellezza la Cattedrale, il Teatro Massimo, il Politeama e la piazza ottagonale dei Quattro canti che delimita l’incrocio tra via Maqueda e Corso Vittorio Emanuele, raffigurando i fiumi della città antica, le allegorie dalle quattro stagioni, le quattro sante palermitane ed i quattro re.

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Dopo qualche cul de sac abbiamo pure una bella bot de cul entrando a macca nel RISO, la storica dimora di Palazzo Belmonte realizzata a fine Settecento dai Principi, che ospita il Museo regionale d’Arte moderna e contemporanea di Palermo.

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Una expo monografica sul mio amato Kounellis, con tanto di busto di Jonathan Monk preso a martellate ‘non come atto vandalico, ma come gesto di consapevolezza’ -ipse dixit, è il pezzo forte dello spazio, occupato dalle nuove proposte locali, tra cui gli acquarelli di Barbara Guerreri, i mini Gesù in vacanza ritratti da Domenico Mangano ed i ricordi sparsi di Loredana Longo nella sua serie fotografica.

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Domenico Mangano, ‘Voyage extraordinaire’. Foto via italianarea.it

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Loredana Longo, ‘ Souvenir 2009’. Foto via Fpac

‘La vita se non è vissuta affaticata, non è vita’ biascica l’ex tossico Mimmo in una delle vide-installazioni di Domenico Mangano. Ce ne ricorderemo da lì a poche ore in occasione della cena, nel vano tentativo di tagliare a pezzi un formaggio siculo lasciato a stagionare per mesi nella cantina del nostro oste.

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“Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va
catene non ha, il cuore è uno zingaro e va”

Non so voi, ma se lo dice Nicola di Bari, io ci credo. Ed in pieno mood into the wild, scarpette trasparenti per lo scoglio ai piedi e panino nello zaino, la giornata è interamente dedicata alla scoperta della Riserva Naturale dello Zingaro, nella Penisola di San Vito lo Capo.

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Colori intensissimi, lunghe camminate, fichi e cactus rigogliosi compongono questo vero angolo di Paradiso affacciato sul Tirreno, che percorriamo per intero lungo tutti i suoi 14 chilometri di estensione.

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Se amate la natura e quando si tratta di camminare nessuno vi ferma a tal punto che i vostri amici vi chiamano signorina Messner (tratto da una storia vera), si tratta di una tappa imperdibile nella vostra vita di provetti scalatori in erba.

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E per concludere in bellezza la giornata, una foto panoramica ai Faraglioni di Scopello quando il sole sta per tramontare.


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Giornata on the road, direzione Agrigento. Scazzato il concerto dei Moderat a Castelbuono per un soffio (non mi va giù, sia messo agli atti), ci dirigiamo verso il sud a bordo di una panda bicolor sgangherata. ‘Ma perché non mettete mai la cintura??’ chiediamo al nostro amico partinicese (chissá se si chiamano così gli abitanti di Partinico. Anche questa cosa l’ho chiesta, ma non ricordo); ‘Sarebbe come chiedere a un cinese di pronunciare la erre’ è la pronta risposta che ci zittisce tutte quante. Con base presso il camping di San Leone, ci spiaggiamo nella celebre Scala dei Turchiuna falesia viva costituita da uno sperone di marna bianca prominente sul mare, come recita con enfasi il sito del comune.

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In effetti lo scenario è davvero suggestivo, ed il bianco accecante della roccia genera contrasti cromatici unici con il blu del cielo, l’azzurro del mare ed il giallo ed il verde degli slippini dei tuffatori tamarri (pare che quest’anno la bandiera del Brasile sui paccottini vada di brutto).

Dalla mattina al tramonto, ogni ora è un vero spettacolo.

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La sera ci ritagliamo un paio di ore per perderci nei vicolotti della bellissima Agrigento che – manco a farlo apposta- ospita la notte bianca; e scoprire i saliscendi del centro inseguiti dalle note dei gruppetti jazz non ha prezzo.

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Per tutto il resto c’è Palumbo, il mago del pollo arrosto da asporto che ci rifocilla sugli scalini del suo sgarruppato locale.

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Mattinata culturale dedicata alla Valle dei Templi, uno dei maggiori complessi archeologici del Mediterraneo. Il parco, ampio circa 1300 ettari, conserva i resti delle più importanti colonie greche ed è un vero trip perdersi tra santuari monumentali, le basiliche paleocristiane ed i resti di acropoli e necropoli. Gli svarioni provocati dalla temperatura che sfiora i 42 gradi aiutano ad immedesimarsi nelle gesta eroiche e negli sforzi sovrumani compiuti da chi in epoca ellenica costruì imponentissimi edifici con il sudore delle mani, senza manco una betoniera amica.

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Tutti i mali degli uomini derivano solo da una cosa, ovvero dal non saper star soli in una stanza senza far nulla, dichiarava Pascal. Essì che non mi conosceva mica: chissà come avrebbe reagito alla notizia che, dopo i templi ellenici, dopo 3 ore di macchina di ritorno a Palermo, le nostre tre eroine avevano ancora le forze per prendere un treno, verso la meta dell’indomani, ovverosia…


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A San Giorgione Paradais ci accoglie con un giro di Vodka Sicily (granita al limone e Vodka liscia) il nostro bel gigolò siculo protagonista di questo già mitico articolo, che nei due giorni successivi ci regala giornate vippissime trascorse nelle ore più calde a bordo della barchetta guidata dal padre Saverio, un autentico lupo di mare, e verso l’imbrunire nella sua fantastica casetta a pochi passi dal mare, ed ombreggiata dai monti. Scopriamo così terramarique (non lo dicevo dalla V ginnasio) la roccia di Patti, Gioisa Marea con la sua Walk of fame che manco a Hollywood, Tindari, il tramonto di Capo Calavà: uno scenario perfetto per queste 48 ore che trascorrono serene tra risate, corse affannate, canzoni stonate, cose proibite, soffici giacigli, casetta confortevole e marmellate caserecce a colazione.

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Ma il richiamo dei binari è troppo forte, e la nostra vacanza on the railway non può arrestarsi di fronte a cotante comodità. Per questo decidiamo di fare i fagotti e dirigerci verso la stazione, per raggiungere nel tardo pomeriggio Messina. Occhiata veloce al Duomo, una basilica bizantina nota per il campanile ricostruito nel 1900 in seguito al terremoto, che ospita il celebre orologio astronomico. Un tripudio di rappresentazioni allegoriche che raffigurano i giorni della settimana e le quattro fasi della vita, con tanto di carosello di divinità che si danno il cambio nel traino del carretto, e scheletro dorato che muove la sua falce in sincrono con la campana delle ore, scandendo ritmicamente un inquietante memento mori.

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Ciancio alle bande, le 23 si avvicinano e non resta che far ritorno alla stazione, ove ci attende un autobus notturno per Bari con nuovo imbarco al chiaro di luna…

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All’alba Bari è come me: si muove lenta e sonnolente, con tanto di caccole agli occhi. Trascino la valigia verso un regionale per Lecce, dove mi attendono le compagne di viaggio che, più previdenti della sottoscritta, avevano a suo tempo prenotato un bus diretto senza scalo, e l’allegro gruppetto si ricongiunge sul Salento in bus, una rete di autobus anarchici che collegano Lecce con la costa di Gallipoli e quella di Otranto, giù giù fino a Leuca.

Ed eccoci ufficialmente nella terza ed ultima regione del nostro maxi tour terrone: welcome to Puglia, dove il sole ti scalda (se ti vede, come recita un proverbio locale)

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Decidiamo di trascorrere 3 notti presso il campeggio La Morò di Frassanito, mecca di manzi provenienti da tutta Italia, nonché unica spiaggia al mondo dove l’accesso è vietato ai minori di 25 ed ai maggiori di 35. Tipe gnocchissime, musica reggae, mojiti e aperitivi a piedi nudi, è una meta da evitare se vi pesano i quaranta che avanzano, ma decisamente valida per del sano birdwatching soffrendo in silenzio. Se poi, dinnanzi a chi vi chiede ‘ma tu non ti metti in toppless?’, avete pure l’accortezza di controbattere ‘è già tanto se mi metto il topexan’ siete a cavallo.

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L’indomani raggiungiamo in autostop i Laghi Alimini, laghetti di acqua dolce dove però ahimé non è possibile recarsi da almeno una decina di anni, come ci informa scocciato il pescivendolo; proseguiamo con il pollice in fuori verso la splendida Baia dei Turchi, e da lì percorriamo una decina di chilometri sulla battigia per raggiungere la base, già ribattezzata Frassanutria.

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Nel tardo pomeriggio un bus locale ci porta nella splendida Lecce, che girovaghiamo tra i vicolotti del centro, fino all’approdo nella piazza principale per la grande notte della Taranta, anticipazione della serata conclusiva nella mitica Melpignano. Peccato che noi si dipenda dal trasporto pubblico salentino, e l’ultimo autobus parte alle 22.30. Con la coda tra le gambe, ci dirigiamo a testa bassa verso la pensilina, mentre il primo colpo di tamburello segna l’inizio di una grande notte di balli e canti.

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E noi, come inconsolabili cenerentole cenciose, prendiamo posto sul bus prima che si trasformi in zucca, in compagnia degli africani che hanno appena concluso la loro giornata di vu cumprà.


Per rimediare alla serata più sfigata del 2014, il giorno dopo ci incamminiamo sulla battigia verso Torre dell’Orso, passando per Conca Specchiulla, Roca, Sant’Andrea e Torre Saracena, facendo tappa presso la celebre Grotta della Poesia.

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Ma nessuna di noi osa tuffarsi e ci limitiamo a scattare qualche foto ai vari olimpionici e carpiati più impavidi.

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Per rifocillarsi, altamente consigliati panozzi sfiziosi ed insalatone create ad hoc dal bar Banana Giò con dolcetto digestivo dell’adiacente Pasticceria Dentoni a Torre dell’Orso (ci segnalano dei pasticciotti ai frutti di bosco da multiorgasmo).


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Demoralizzate dall’assenza di vita notturna che affligge noi tapine sprovviste di macchina, decidiamo di smontare e raggiungere Otranto, certe che la cittadona offra ristoro e svaghi anche dopo il tramonto per chi è piedi-munito. In realtà da lì inizieranno le sfighe: la sistemazione più economica che troviamo, il terribile Idrusa Camping, si rivela comunque un autentico furto. 20 euro per uno spiazzo di terra a ridosso dello stradone, con tende stipate a pochi centimetri l’una dall’altra. Faccio notare il mio disappunto al proprietario, additando la tenda confinante che quasi calpesta i nostri picchetti con un ironico ‘Speriamo almeno che non trombino’ ed in tutta risposta ho un ‘Mal che vada ti unisci’. Scorretti, cafoni e pure braccini corti, dato che il prezzo esorbitante non include nemmeno l’acqua calda (50 cent per ogni doccia). Trovate maggiori dettagli su TripAdvisor – e qui chiudo la parentesi polemica. Ci trasciniamo sminchiate lungo le viottole del centro: Otranto è indubbiamente una bellissima città, ma la scottante esperienza negativa la rende ai miei occhi utile solo per fare lo spelling del mio cognome al telefono (accento sulla ‘i’, non sulla ‘o’ di Otranto è la frase che ripeto almeno dieci volte al giorno al lavoro).

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Ci salva di nuovo il SalentoBus che ci porta verso Torre dell’Orso per una festa della pizzica. Che a noi la musica folk anche chissene, diciamocelo, ma andare in Salento senza saltellare sulle note di pizzica lu core mamma mia che dolore, è tipo andare a Pisa e non fare la foto con le manine tese davanti alla torre, ecco.

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DSC08498castrDel resto, o si è occupati a vivere, o si è occupati ad aspettare di morire dichiarava Oliviero Toscani in un’intervista rilasciata sul numero di Repubblica comprato quella stessa mattina. Come dargli torto? Lungi da noi darla vinta alla sfiga proprio negli ultimi giorni di mare, decidiamo di mandare in culo Otranto per raggiungere Castro, deliziosa località balneare a strapiombo sulla scogliera salentina.

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E dopo un giro nel centro storico, tra mura e fortezze, con tappe al castello del Cinquecento ed alla cripta bizantina, raggiungiamo la celebre Grotta Zinzulusa con le sue stalattiti e le sue figure animalesche scavate dall’erosione. “Dormi nel tuo mistero o Zinzulusa!” recitava uno dei suoi primi esploratori nel 1871.

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La tentazione di spingerci verso il punto più meridionale di tutta Italia è forte, ma dopo aver perso il bus per Santa Maria di Leuca e non aver trovato manco un’anima pia che ci raccattasse dalla strada autostoppando invano per un’ora abbondante, decidiamo di vedere la finibus terrae su Google images una volta tornate a casa. E facendo spallucce al fato decidiamo di concludere degnamente le vacanze 2014 con il posto a noi più caro. Signori e signore, si torna all’ovile. Il baretto sulla spiaggia di Frassanito ci aspetta per un ultimo apre-cena, ‘sotto il cielo di un’estate italiana’ (cit.)


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All’alba si smonta il giaciglio, e scatta il countdown: ultimo bagno nella spiaggetta adiacente ai Laghi Alimini, ultima doccia fredda, ultimo bus verso Lecce, ultimo shampoo con la saponetta Dove, ultimo trenino regionale, questa volta per raggiungere Bari. Nello splendido capoluogo pugliese trascorriamo un paio di ore tra una preghierina votiva a San Nicola e le viuzze della città vecchia, popolate da gruppetti di anziane che parlottano sull’uscio di casa e tavolate di uomini alle prese con animate partite a carte. Pare di stare sul set di Benvenuti al Sud e mai come in questo momento mi sento nel Meridione.

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E’ tutto così reale da sembrare per assurdo quasi costruito apposta, con l’obiettivo di farci assaporare fino all’ultimo qualche scorcio pittoresco del Tacco d’Italia in una cornice autentica e brulicante, ed allo stesso tempo folcloristico al 100%.

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Chi sarà mai il regista di questo teatrino? Secondo me l’intercity Bari-Milano, che ci ha voluto fare un ultimo regalo, prima di accompagnarci con la sua confortevole cuccetta verso la Lombardia, stretta nella morsa di acquazzoni, nebbia e buio. Ed il mare salentino appare d’un tratto già così lontano, e l’ansia da rientro in agguato. Del resto, come diceva Leopardi

The summer is magic, is magic oh oh oh
The summer is magic
You have to imagine, imagine oh oh oh 


I veri protagonisti di questa avventura rimangono loro, i binari, che hanno scandito incontri e scontri, risate e confidenze, sudore e sbadigli, letture e Insalatissime rio mare.

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Il treno, la metafora più banale eppure azzeccata per la vita da Schopenhauer a Raffaele Morelli; perché ogni alba segna l’inizio di un nuovo viaggio, e l’importante non è la meta, ma lo sbatti.

E forse quel che cerco neanche c’è.


Colonna sonora: ‘Panico paura’, degna disco-trash anni Novanta, già simbolo della vacanza.

*

Ricordiamo alla gentile utenza che Fruhling è prima di tutto un blog di cucito: quindi se volete continuare a leggere esileranti racconti di viaggio, piccole gioie per grandi e piccini, donatemi l’otto per mille e sostenete la ricerca; o più semplicemente, mettete mano al sacoccino e tornate in home page per acquistare gli abitelli confezionati a mano con pazienza ed amore. Basta poco, che ccce vo?

Non ci rsta che augurarvi una buona depre da rientro a tutti

Con immutato affetto,

S.S.

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Comments
4 Responses to “La Transiberiana Italiana”
  1. AnnaQ ha detto:

    Ho divorato l’articolo, letto tutto d’un fiato e poi riletto da capo! Viaggione mitico, poi raccontato da te… L’estate prossima posso unirmi??

  2. Carla ha detto:

    Cercavo posti da visitare a Madrid e mi è comparso il tuo blog e leggendo leggendo leggendo mi sono ritrovata in questo resoconto di viaggio. La prossima volta che scendi in Salento, fai un colpo di telefono e ti trovo io la “movida” 😀 per il mare ho Visto che hai fatto benissimo da sola.. 😉
    Comunque mi piace il tuo stile..
    Non voglio scroccare alloggi nè cibo, ma se mi consigli al volo tappe alternative a Madrid te ne sarei grata.. Ovviamente sei invitata al giro turistico ahahah
    Carla

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