La grande gramezza – Il mio BlaBlaTour in Italia, tra beltà ed ovosodo

Amiche, ma soprattutto amici,

sono reduce da tre settimane no-stop in giro per l’Italia un po’ per dovere un po’ per piacere, e tra tanti andirivieni (ma quanto mi piace sta parola) non posso fare a meno di notare come, alla fine, la pensiamo tutti uguale. Dal primo all’ultimo.

Patrimonio sterminato -rinascita e crisi – spread e speed – corruzione e ignoranza dei vertici – finti appalti, aumma aumma e incompetenza – mezze stagioni – rabbia ed indignazione. Le parole che tornano in qualsiasi conversazione sono sempre le stesse, identiche, pur se pronunciate con accenti diversi e pur se provenienti dai contesti più disparati ed a volte disperati.

Eppur non si muove.

Cosa? L’Italia, ovvio, amata visceralmente da chi ci abita e ancor più da chi non può, eppure così contraddittoria, difficile, cavillosa.

E quando, dati alla mano, leggi che il monumento più visitato del mondo è quell’agglomerato di ossicini di ferro che compongono la Tour Eiffel, ti rendi conto che qualcosa non va. Soprattutto se non sei il solo a pensarla in questo modo, inevitabile farti qualche domanda, e gna fai, non ti capaciti di come le cose possano proseguire così. Indignazione, scossone di testa e subito dopo spallucce e si alza il volume della radio, come se avere tanta bellezza fosse una croce da portare sul groppone. Esattamente come Eva, la protagonista di uno dei racconti di Garcia Màrquez letti a fine vacanza, costretta a reggere l’insormontabile peso di una bellezza fuori dalla norma.

Ultime letture (manco a farlo apposta)

Letture di fine vacanza (manco a farlo apposta)

Durante questi 20 giorni ho incrociato, conosciuto, ascoltato e prosciugato a mia volta un sacco di gente nuova, tra eventi di lavoro e viaggi random in BlaBlaCar, ed è sconcertante come tutte le voci confluiscano in un unico grande coro.

Dalle testimonianze di contadini ed imprenditori, manager e creativi, consciuti sul Garda in occasione di questo incontro, alle ore di viaggio condivise con altri passeggeri e conducenti del car-sharing utilizzato per girovagare nel centro dello stivale. Tutti innamorati ciecamente della nostra terra, ed ugualmente indignati per il fatto che un Paese che potrebbe poggiare unicamente o quasi sul proprio patrimonio, non faccia altro che bistrattarlo, ignorarlo, violentarlo e sottovalutarlo, troncando sul nascere possibilità di lavoro, eliminando qualsiasi ipotesi di mobilità professionale e tagliando le gambe a migliaia di giovani e non, validi e preparati, ma sempre in bilico.

E’ lo stesso mix di sensazioni che trapela durante il viaggio Milano-Lucca nelle parole di Francesco, musicista classico con partita iva che pendola con il suo oboe tra la nativa Firenze ed il resto di Italia inseguendo progetti di orchestre ed eventi arrabattati in qualche modo, mentre i teatri italiani sono allo sbando; è la rabbia di Valeria, architetto che dopo 3 anni a Londra è rientrata a Pistoia e va avanti di progettino in progettinino, ma l’ultimo -per il Comune- ancora non le è manco stato pagato; è l’indecisione di Roberto, expat da 10 anni che vorrebbe mollare il suo contratto a tempo indeterminato firmato dopo 3 mesi di prova a Parigi presso un noto portale di e-commerce, per tornare in Toscana e prendere il brevetto di guida turistica. E’ l’indignazione di Luca con cui ho condiviso la tratta Roma-Firenze, da 15 anni nella carriera militare ma troppo insofferente alle ingiustizie che ogni giorno gli passano davanti agli occhi. Ora attende i 40 per tornare nella nativa Calabria e lavorare presso il frantoio dei nonni, recuperando attività artigianali e tradizioni legate alla terra coltivata da generazioni. Ma sono anche gli occhi rassegnati di mio padre quando, dopo una vita di sacrifici, sbuffa un ‘Eh, pora Italia’ tra una siga e una parola di Roberto Carlino in cui si imbatte nei pigri pomeriggi di zapping.

(Trattasi di nomi inventati, mentre le storie, giuro sul mio cane Oliviero, sono tutte verissime)

Troppe lobbies, nepotismi, interessi di casta compongono la trama di un tessuto fitto di interessi e tutele; probabilmente un sistema difficilissimo da sradicare e stravolgere, eppure a me piace pensarla come la reporter Heidi Busetti che parla di Rinascimento 2, sostenendo che l’esserci ritrovati con il culo così a terra sia una grande fortuna dato che ci costringe a rialzarci, prima o poi.

“Lo so che siete stanchi. Lo so che siamo in balia della bufera. Lo so che non c’è tempo per discussioni sterili, per un riposo felice, per una canzone allegra.

Ma vedete, noi rinasceremo.
E partiremo da qui.
Dalla Bellezza.
Dal nostro Patrimonio Culturale.
Da un bicchiere di vino e dal buon pane. (…) E allora, la cosa migliore che potrete dire ai vostri figli sarà: “Benvenuto nell’epoca del Rinascimento. Parte II”.

– si legge nel suo seguitissimo profilo Facebook.

Inguaribile ottimismo? Crisi degli -anta che avanzano? Orologio biologico? Somatoline scaduta? Bha, fatto sta che durante questi giorni intensissimi, di bellezza ne ho vista tanta da far male agli occhi ma soprattutto al cuore, dato che era sempre intrisa di rabbia anziché di orgoglio patriottico, perennemente sporca e limitata da una burocrazia lenta e oziosa, anziché resa agevole da strutture snelle ed alla portata di tutti.

Ripenso all’imbarazzante Festival del Cinema di Lucca che, tanto di cappello, ha avuto il merito di portare in città nientepopodimeno che David Lynch. Peccato che le conferenze, declamate come gratuite ed aperte al pubblico, in realtà fossero destinate a una cricca di amici di amici che hanno magicamente trovato posto presso l’oratorio di san Micheletto, struttura che -per inciso- ospita un centinaio scarso di persone.

Il resto della folla si è visto chiudere le porte in faccia, gli altoparlanti sono stati piazzati all’interno della sala anziché fuori, ed al grido di buffoni, buffoni un evento che avrebbe potuto portare cultura, soldi e reputazione si è conclusa in una completa farsa.

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[Alcuni dei centinaia di commenti negativi lasciati nel gruppo Facebook del Lucca film Festival. La stra-grande maggioranza dei post sono stati rimossi dall’admin della pagina: altra mossa molto intelligente, complimenti].

Esattamente un anno fa, Lynch era stato invitato a tenere un paio di conferenze sulla meditazione trascendentale durante il Festival Rizoma di Madrid. Il portale permetteva di acquistare l’ingresso via PayPal o carta di credito con un paio di click, una fila ordinata consentiva di prendere posto nell’auditorium del Museo Reina Sofia -che ospita fino a 1.500 spettatori-, e poi ciascuno andava da Lynch in persona per un autografo, una stretta di mano ed una foto ricordo. Un successone, tutti i fan contenti giulivi, me in prima linea chetelodicoaffà (ecco il resoconto qui), un evento di alta qualità all’interno di una struttura appropriata ed un introito non indifferente per la città e gli enti organizzatori. Ora, mi chiedo, ci voleva tanto? Se è stato possibile organizzare un evento di questa portata in Spagna, perché il Lucca Film Festival si è concluso da un lato con fischi ed urla isteriche in piazza tra i fan provenienti da tutta Italia iperdelusi, e dall’altro con gli sbadigli di nonnetti assonnati costretti a presenziare in sala davanti agli sproloqui di un regista di cui probabilmente non gliene poteva fregá de meno?

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Noi, d’accordo, si è approfittato per fare del turismo a Lucca, cittadina molto carina con la sua piazza ovale, la sua torre Guinigi contornata da alberi, e pernottando presso il kitschissimo Hotel Stentino con tanto di cabine telefoniche e tappezerie anni Sessanta, ma l’amarezza, inutile nasconderlo, era alle stelle.

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Dopo Lucca sono finita a Siena, sempre deliziosa, con tanto di pennica in Piazza del Campo con l’ultimo numero del Vernacoliere

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E da lì 3 giorni a zonzo nella Capitale, che da sempre guardo con amore e timore. A questo giro le vibrazioni non sono state diverse, anzi. Primo giorno, sciopero dei mezzi, secondo metro rotta, terzo buttafuori e security per bloccare pendolari ammassati già giustamente isterici alle 8.03 del mattino. Mi chiedo con rabbia come sia possibile che la città più bella del mondo scoraggi una vita sociale normale per fare della routine quotidiana una corsa ad ostacoli. Roma è e rimarrà sempre un incredibile museo all’aria aperta, espressione abusatissimama, eppure ingestibile e delirante. Amici romani de Roma che mi ospitavano mi hanno dato qualche dritta extra-turistica, così, accanto ai soliti itinerari Trevi-Pantheon-Campo dei Fiori-Fori-Castel Sant’Angelo, ho scoperto il monte dei cocci ed il cimitero acattolico, ma ho pure assistito alle cerimonia di laurea presso le sale del MACRO del Testaccio e chiaccherato con un gruppetto di clochard* in Piazza del Popolo. Pure loro concordi nel decantare la bellezza sterminata di Roma.

*[precisazione per mia mamma: Iva, giuro che non li ho fermati io! Si era messo a diluviare e mi sono riparata sotto il portico della Basilica di Santa Maria del Popolo, dove una ragazza palesemente senzatetto chiedeva a Mario che avrebbero fatto se fosse incinta. Alché è arrivato Pietro con formaggini in scatola e tavernello per tutti, al quale hanno chiesto consiglio, ma il -presumo- cinquantenne si è arrabbiato alla notizia che i due dopo un anno di relazione fanno ancora all’ammmore con il preservativo, sostenendo che per lui sia una totale mancanza di fiducia all’interno della coppia. Probabilmente non le aveva mica viste le croste sulle braccia e sul collo di Mario, che poi è andato nel centro della Piazza a fare le bolle di sapone per far su moneta, mentre Pietro mi ha offerto un formaggino Susanna, che ho rifiutato anche se ne vado ghiotta. Ma ormai il sasso era lanciato e mi sono sorbita una mezz’ora abbondante di sproloqui in realtà interessanti, sulla Roma degli anni Ottanta e sulla sua vita avventurosissima. Tipo un Jep Gambardella del discount, con in corpo più LIDL che LSD. E mi ha anche spiegato che quando per strada sui muri si legge Dio c’è si tratta di un codice tra spaccini per indicare che in zona è reperibile della robba. Bho, sta cosa te la dico Iva qualora un giorno ci rimarrai male per come finirà Il segreto su rete 4].

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E passeggiando per Villa Borghese ho pensato che Roma andrebbe vista solo dall’alto, come i gatti che hanno la fortuna di scrutarla dai tetti, zampettando sornioni. Troppa storia, laggiù, troppa arte e troppi mezzibusti fieri, troppo vociame e soprattutto troppa bellezza per non sentirti fuori luogo. Impossibile non chiedersi cosa abbiamo fatto per meritarci tanta roba: un po’ come quando il figo del liceo ti invita a uscire e tu lì, in tuta e mollettone, tra l’incredulo e il ‘che mi starà apppijà per culo’ capisci cosa deve aver provato la Aniston con Brad.

È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare – sillabava lento Kevin Spacey nel film che tutti ricordano per la vasca di rose rosse ed il sacchetto di plastica, mentre a me di American Beauty come prima cosa vengono in mente le tette asimmetriche della protagonista alla finestra.

E che dire di Firenze, che visito in giornata dopo la tappa nella Capitale? Pare piena estate nel lungarno di inizio ottobre, tra ressa di giappi e cielo che più azzurro manco Celentano. Mi perdo qualche ora con il naso all’insù per scrutare rosoni e facciate di basiliche e chiese, mi trovo di fronte quasi per caso la casa natale di Dante, finisco non so bene come nel piazzale di Porta romana lungo viale Petrarca, lontano da turisti e scoprendo nelle viette in cui mi imbatto completamente random negozi e realtà alternative interessanti quali Reciclò, l’Antica Macelleria Falorni, Bjork e lo studio di calligrafica &Co.


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Arte, storia ma pure mari e monti, dato che concludo la vacanza in patria con una passeggiata al tramonto nel tratto della Francigena da Siena a Taverne d’Arbia passando per lo zenit di Crete Senese.

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E l’indomani spiaggione nudista da cartolina di Cala Violina, con tanto di avvistamento volpi nel baretto, con aperitivo finale a base di Moretti ghiacciata a mollo sulla via del reintro nelle Terme di Petriolo – subito ribattezzate Terme di Pamela Petrarolo da noi fan inguaribili e nostalgici doc di Non è la rai.

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Come dessert finale, un pomeriggio a Pisa, dove lungarno, piazza dei Miracoli e giappi e non in pose plastiche sono sempre una grande giuoia per la turista solitaria.

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In una manciata di giorni, quindi, mare stupendo, natura sterminata e arte che nessun Paese può vantare nel mondo, ed il tutto nel raggio di pochi chilometri di distanza. ‘Non è un Paese per giovani’ mi ripete il mio amico Andrea sperando di offrire un po’ di conforto alla nostalgia che già mi piglia sul binario, direzione aeroporto. Impresa decisamente difficile, soprattutto dopo questa settimana, che ha rafforzato in me l’idea che con la cultura si mangia, eccome (a tal proposito ecco un interessante articolo di Francesco Cancellato pubblicato su Linkiesta)

*

Ed in questo preciso istante mi guardo intorno; una cameretta verde, una macchina da cucire con un manichino, schiamazzi per strada, in cucina le inquiline che parlano di capi, grattacapi e fidanzati. Ancora non mi è ben chiaro cosa ci faccia da così tanto tempo a Madrid. Senza manco accorgermene sono passati 8 anni, ed il bilancio è inevitabilmente positivo tra una casetta in pieno centro, un lavoro dinamico e stimolante, un team internazionale e giovane, corsi gratuiti di cucito e lezioni di tennis a prezzi ragionevoli, weekend intensi e frenetici, una rete di trasporti nuovi ed efficentissimi, un ufficio ipermoderno e 3000 cose a costo zero o quasi, a portata di mano.

Eppure.

Eppure.

Ma com’è bello qui, ma com’è grande qui, ci piace troppo ma… non è l’Italia, mi viene da canticchiare con tanto di balletto e auricolari di Boncompagni

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Crisi da settimo anno? Nostalgia canaglia? Sicuramente chiamo in causa un’indole troppo irrequieta ed idealista per la mia età, mea culpa, e mi ritiro per deliberare.

‘Beata te, stai dove sei che stai bene lì’ mi sento ripetere ultimamente un po’ troppo spesso, ed in tutta risposta ogni volta annuisco silenziosa con un mezzo sorriso, pensando dentro di me che sti cazzi, tra un ‘sì certo che sto bene’ e un ‘eh per forza, me lo faccio andare bene’ la differenza è un abisso.

Ma circostanze felici di lavoro ed una qualità di vita che purtroppo l’Italia che tanto amo non mi permette neppure di sognare mi portano a rimandare LA scelta, facendomi sentire una completa caccasotto.

E mi chiedo per quanto ancora potrò ignorare quest’ovo sodo dentro che non va né in su né in giù (cit.).

PS: altro che inquietudini, io lo sapevo che dovevo sposare il panettiere di Dongo quando si dichiarò una decina di anni fa. Quindi Ettore, se sei in ascolto la mia risposta è SÌ. Non so cucinare, ma tra le tue rosette appena sfornate ed i miei formaggini Susanna vedi te che manicaretti. Pensaci su.

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Comments
3 Responses to “La grande gramezza – Il mio BlaBlaTour in Italia, tra beltà ed ovosodo”
  1. aiwa ha detto:

    bellissimo, passa…. passa, mi hai fatto venire il magone

  2. holgamydear ha detto:

    Post amaro, cara Fruhling. Nel Rinascimento numero due ci spero, come spero di tornare a Roma un giorno, anche se il pensiero laterale che possa essere un completo suicidio mi accarezza sempre. Spero tu abbia mangiato i trapizzini a Testaccio, perché a me ora è venuta una gran voglia.

  3. Saratumblr ha detto:

    Ho letto questo articolo tutto d’un fiato, poi sono andata a farmi un lungo giro per Hyde Park e al ritorno l’ho riletto, e poi ancora, e poi di nuovo. Mi hai fatto sorridere, commuovere, arrabbiare, agitare, guardando il grigiume londinese dalla finestra mi sono d’un tratto sentira fortunata eppure sola, sfigata ma vicina, spaventata ma a testa alta. Di sicuro hai colto in pieno il mio perenne stato d’animo però no, non credo che siamo delle caccasotto. Ti abbraccio forte e torno agli spaghetti col kechup che ha appena preparato mio marito

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