Cile fai da te: feel like home(less)

Era davvero da un sacco di tempo che volevo andare in Indocina.

Dopo quel meraviglioso tour in Asia del 2012, sentivo forte e chiaro il richiamo dell’Oriente, così avevo iniziato a dare un occhio a voli ed itinerari. Vietnam, Laos, Cambogia e soprattutto Birmania o Myanmar che dir si voglia, cominciarono a popolare i miei cookies ed a sostituire keyword quali ‘uomini con barba’ o ‘maschi single a cinisello balsamo’ nelle mie ricerche su google.

Mi attraeva l’idea di visitare un Paese incatenato per anni in una dittatura militare, e prossimo alle elezioni presidenziali dopo anni di isolamento; mi affascinava la cultura di un popolo lontano anni luce e già mi vedevo mentre distribuivo caramelle scadute ai bambini in cambio di uno scatto per la mia foto profilo su feisbuc: non vedevo l’ora di immergermi nella natura più incontaminata, di offrire i miei doni votivi ai vari buddah sdraiati e seduti e di contrattare nei mercati i prezzi dei tessuti (che qui anche se si batte la Sfiacca, fruhling nasce e muore come blog di cucito, come potrete verificare voi stessi qui e qui). Pagode, pellegrinaggi, templi, riso bianco, monaci e colline: non chiedevo altro.

Finchè un giorno dal nulla, una chiamata provvidenziale ‘Bella Simo, verresti in Cile?’ io ‘Ok’ e riattacco. Dopo un paio di giorni eDreams mi aveva ciucciato sudori e risparmi per un Milano-Santiago-Buenos Aires-Madrid totalmente random.

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23 ore di volo in dape paura non mi fate

Queste, in soldoni, le motivazioni alla base del mio ultimo viaggione.

Del Cile non sapevo nulla, ma manco dove stava, tipo come succede con il Molise.

Così quando un’amica mi propose di andare a trovare un’amica di un’amica di un’amica a Santiago del Cile e da lì muoverci per l’America Latina, non ho saputo rifiutare, memore peraltro delle recenti vacanze estive, già passate alla storia come l’agosto dello scroccone (per chi se lo fosse perso, il resoconto della Transiberiana Italiana è disponibile QUI).

Di sicuro ho avuto la prova definitiva che il Buon Jesu mi ascolta sempre e comunque, dato che – nonostante la meta finale non fosse mistica come la silenziosa Cambogia o il Laos più inesplorato- ho potuto mettere abbondantemente alla prova il mio Karma grazie ad una serie di sfighe: in primis metteremo sul podio il ditone del piede sinistro, fratturato 4 giorni prima della partenza, ostacolando non poco la prima parte della vacanza tra zoppicamenti e fasciature, e costringendo ad un ritmo tranquillo colei che è nota presso amici e parenti come la Señorita Messner (i malfidenti consultino a tal proposito il diario di viaggio di Cuba).

Ma procediamo con calma: fasten your seat belts, si parteeeeee.

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DIARIO DI VIAGGIO IN CILE

La leggenda narra che quando Dio plasmó la terra si ritrovó con un pezzettino di ogni continente tra le mani. E li impiló uno sopra l’altro per formare il Cile.

Proverbio locale

  • GIORNO 1: MILANO – SANTIAGO

23-ripeto-23-anzi-meglio-scandirlo-v e n t i t r è – ore dopo un volone LAN con scalo a Lima, le nostre due viaggiatrici solinghe approdarono a Santiago de Chile nel tardo pomeriggio dell’ultimo sabato del 2014, quando la colonnina di Freddy Mercury sfiorava i 30 gradi, ed un colectivo (servizio taxi composto da furgoncini che raggruppano una decina di persone dirette verso la stessa zona) le scarrozzava presso il centralissimo dipartimento (cosi i cileni chiamano l’appartamento) della madrilegna Lara, un’antropologa in trasferta nella capitale cilena da qualche mese per una borsa di studio. Tra torroni spagnoli e chupitos di pisco sour, acquavite di origine peruviana molto diffusa in tutta l’America Latina, la ciurma iberico-cilena era in vena di fiesta loca, ma le nostre eroine (per stare in tema di ‘essere in vena’) tra jet lag e caldazza svenirono sul pavimento del salotto con ampia vetrata vista Cordillera, ossia nientepopodimeno che le Ande, infinite ed imponenti.

  • GIORNO 2: TUTTO SANTIAGO IN 24 H

Riposatissime come tipo Giuliano Ferrara dopo la maratona di New York, procediamo alla scoperta della capitalona in compagnia di due ciceroni autoctoni, relitti della fiesta. La settima città più popolosa del Sudamerica, wikipedia tu mi insegni, con i suoi 6 milioni di abitanti alterna zone ancora autentiche ad aree metropolitane moderne, oltre a mostrare visibilmente sulla propria pelle le conseguenze di alcuni terremoti, tra cui l’ultimo avvenuto nel 2010.

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Iniziamo il tour con il Barrio Lastarria, anima culturale e gastronomica della città con i suoi caffè, le sue gallerie ed i suoi ristoranti. Fino a qualche anno fa era il cuore alternativo di Santiago, ma negli anni ha perso il suo carattere bohémienne per accogliere i turisti che amano immortalarne le facciate colorate degli edifici sentendosi per un attimo in Europa. Da li proseguiamo verso il Parque militar per attraversare il fiume Rio Mapocho, e raggiungere La Vega Central ed il limitrofo La Vega Chica: trattasi di maxi mercati di frutta e verdura, in cui è possibile rifocillarsi grazie a locande economiche specializzate in cucina cilena e peruviana. Dopo un piatto di cheviche – tocchi di pesce crudo e frutti di mare marinati nel limone [ed è subito tormentone ‘c’è Nietzche che dice Chevice‘]- proseguiamo alla scoperta del Barrio Patronato, con mercatini locali improvvisati per terra.

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Ceviche con choclo (mais saltato): tanta roba

Il capodanno è vicino, e benché non abbiamo minimamente idea di dove finiremo, non vogliamo di certo farci cogliere impreparate dal fato ed acquistiamo per l’occasione un paio di mutande gialle, come vuole la tradizione locale, vagando tra quartieri popolati da balli e mercati di frutta, ed incursioni nei selfie di coppia.

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Cammina che ti cammina incrociamo per caso pure il bar dove si recava sempre Allende, uno dei simboli incontrastati del Cile.

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Da li finiamo al Museo di Arte Contemporanea per la maximostra di Christian Boltanski, dove scopro anche artisti locali interessanti assai quali Isaias Cabezon, Sergio Monteiro, Marco Aurelio Bontà, Camillo Mori Serrano con ‘La viaggiatrice’, Alfredo Valenzuela con ‘Lezioni di geografia’.

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Il pomeriggio prosegue con una passeggiata per il Barrio Brazil, un interessante quanto improbabile mix architettonico di neogotico cileno, prima di addentrarci nel Museo della Memoria e dei diritti umani, consigliatissimo anche se si tratta di un vero pugno nello stomaco, anzi in realtà proprio per questo. Uccisioni, sparizioni, prigionia, tortura, persecuzioni: i costi umani della dittatura del generale Pinochet sono stati molto, molto alti e questo spazio inaugurato nel 2010 ripercorre i 17 anni di regime attraverso documenti, foto, disegni di bambini, filmati e testimonianze che fanno male agli occhi ed al cuore. La parete tappezzata di foto dei desaparecidos, le ultime parole di Allende che risuonano in sala, gli spot elettorali dell’epoca che invitavano a votare si o no al plebiscito sulla dittatura, le registrazioni audio e video degli anni della resistenza, gli appunti dalle prigioni, le testimonianze tangibili di minacce, punizioni e torture, le false confessioni strappate con shock elettrici non sono che la voce di un Cile che non può né vuole dimenticare, e che di fronte a quanto vissuto grida all’unisono il proprio Nuca mas (mai più), come recita il programma itinerante portato avanti nelle scuole di tutto il Paese attraverso workshop didattici dedicati a bimbi di tutte le età.

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Giornata intensa, che concludiamo nel quartiere Bellavista dove c’è un bar via l’altro dopo l’Universidad de San Sebastian, in cui è possibile iscriversi a un corso di laurea per trovare marito.

  • GIORNO 3: PICHILEMU

Una colazione dei campioni a base di pane spalmato di palta (cosi i cileni chiamano l’avocado, ingrediente alla base di tutto. E quando dico tutto, intendo tutto) inaugura quella che sarà la prima di un’infinita serie di giornate di spostamenti su due, quattro e a volte pure sei ruote. Tiriamo l’ora nei negozi di seconda mano dei dintorni della stazione degli autobus, dove mi accaparro un costume intero stile Baywatch, e nella tarda mattinata salpa il nostro bus alla volta di Pichilemu, il paradiso dei surfer (e di conseguenza delle donzelle dedite al bird-watching).

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Dal finestrino scorgo nuvole sempre più incazzate ed orizzonti che alternano la natura più selvaggia a strambi paesaggi urbani che non so perché mi ricordano il set di Dogville di Von Trier.

All’arrivo ci pare di essere a Sarajevo, tra strade lasciate a metà e lavori in corso ovunque con relativi muratori appesi ai cantieri che ululano ricordandoci la celebre scena di Amarcord ‘Voglio una donnaaaaa’. Ma noi i complimenti dei playboy ormai non li sentiamo più (cit.) e trasciniamo i nostri zaini con relativi culi sottostanti verso il Bahia Hostel con le sue camerate azzurre su due piani, il bar senza tetto, i cactus di ogni tipo sparsi per i corridoi ed i pesci appesi alle pareti.

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Il proprietario gestisce anche un negozio di seconda mano dove per 2 lucas mi piglio un giaccone a vento dato che i 30 gradi di Santiago del giorno prima sono già un lontanissimo ricordo. Il fanciullo ci spiega di aver vissuto un periodo a Pisa, e gli risultava comodissimo una volta a settimana recarsi nella VICINA Svizzera appositamente per prelevare i soldi in banca: questo avrebbe dovuto farci capire molte cose riguardo alla concezione che i cileni hanno delle distanze, ma noi ingenue europee abituate a metro e piste ciclabili facciamo spallucce.

Trascorriamo il pomeriggio nella spiaggiona a 10 km dal centro, popolata da famigliole brasiliane e da un cielo poco clemente, ma il ditone sguazza nella sabbietta nera ed il naufragare m’è dolce in questo oceano, dove provo a pucciare il piede salvo ritrarmi con esclamazioni tipo Ugo Fantozzi quando mette il profumo nelle mutande.

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Cena a base di salmone: che vuoi di contorno, insalata? Si, grazie, e tiè un bel piattone di avocado a cubetti.

  • GIORNO 4: E ANDAVAMO GIU GIU GIU

Dopo una colazione a base di empanada take away ripiena di granchio rieccoci alla stazione dei bus per dirigerci verso San Fernando, punto obbligato per muoversi verso il sud. Il pomeriggio è lungo nella cittadina che farebbe rimpiangere a un lodigiano un lunedì di novembre di nebbia, ma la fantasia non ci abbandona ed occupiamo le ore di attesa a trovare i 10 validi motivi per visitare San Fernando. Purtroppamente – come dice Deiv, il nostro modello siculo più richiesto –  ne troviamo solo 3, nell’ordine: i manichini culoni esposti nelle vetrine; una scalata nella centralissima Plaza de las Armas e una zucchina per terra rivestita da preservativo. Aggiungo anche un cimelio per la mia collezione di prodotti culinari vintage-trash con una tisana dimagrante degli anni Sessanta.

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Alle 19 parte il bus notturno che ci condurrà a Porto Montt: mi accaparro la prima fila del secondo piano – puesto panoramico lo chiamano – che nessuno vuole perché ad ogni curva pare di finire nel burrone. Ma stendo comoda entrambi i piedini, sia lo zoppo che quello scattante, e vicino a me una mamma che avrà la metà dei miei anni coccola la sua bimba con 3 bamboline Brazz al seguito. Nel mezzo della notte, un urlo interrompe il dormiveglia: ‘Mamà donde està la luna?’. Te possino, hija.

  • GIORNO 5: CHILOÈ

All’alba un ambulante offre vino e latte caldo ai passeggeri nel corridoio del bus e guardando fuori dal finestrino una pioggia battente ci porta a ribattezzare l’ormai vicina Puerto Montt in Puerco Mondd a mo’ di imprecazione sottile. E’ l’ultimo giorno del 2014 e mi trovo in uno dei punti più a Sud del mondo… se lo sapesse Salvini!

Fa sempre più freddo, ed una volta scese dal bus scopriamo che mancano altre 4 ore per raggiungere la meta: ma ormai siamo in sintonia con il concetto cileno di ‘non manca molto’ e con il mio look multicolor ‘Albania casa mia’ sganciamo 6000 lucas per un pullman che ci condurrà a Castro, la capitale dell’Isola di Chiloe. Il tragitto è intervallato dalle canzoni di Paz, una bimba di 4 o 5 anni che vuole giocare ininterrottamente con noi mandando definitivamente in frantumi il mio già scarsissimo senso materno, intonando in loop una curcuma de la luna. Non ci molla un attimo, neppure durante la traversata che separa la terraferma dalla nostra meta finale.

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E fuori piove, piove, madonna come piove, ma il cielo è bellissimo e vedo degli animali con delle zampe buffe e penso a quante canzoni sono state dedicate alle nuvole e mi sembrano decisamente troppo poche.

Attraversiamo l’oceano con un battello ed eccoci finalmente a Castro, dove prendiamo alloggio presso l’ostello Entretenido (= divertente). Nome davvero autoironico per queste 3 stanze in totale con un bagno in comune all’aperto, gestito da due backpackers americani. Facciamo un giro d’ispezione per cercare programmi per la serata: mancano poche ore al capodanno, ma all’orizzonte solo palafitte, vie ripidissime ed una piazza deserta.

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Ed a tratti piove, piove, madonna come piove, senti come viene giù

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Cari fruhllini, ora una domanda: sapete cosa c’è di peggio che trovarsi in un posto deserto nella notte di Capodanno? Semplicissimo: trovarsi in un posto deserto nella notte di Capodanno in compagnia di 5 spagnoli festaioli. Già, nel frattempo ci raggiungono degli amici madrilegni con scorte di jamon serrano sottovuoto e chicchi d’uva per la tradizionale scorpacciata portafortuna di mezzanotte (un chicco per ogni rintocco, così vuole la Noche vieja della capitalona che meno dorme nel mondo. Apppproposito, sapevate che la guida definitiva di Madrid è solo su Fruhling? Diffidate dalle imitazioni e richiedetela pure sottobanco al vostro farmacista di fiducia).

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Ma noi facciamo ciaone alla lontanissima Europa,  e dopo aver celebrato la mezzanotte italo-spagnola con gaudio, infiliamo le nostre mutandine gialle ed eccoci per strada a cercare qualcosa da fare: troviamo solo un ristorante vegetariano aperto, che si rivelerà essere una sorta di macchina del tempo… grazie infatti all’impeccabile servizio del personale per niente lento, ordiniamo un piatto di gnocchi alle verdure alle 22 e ci viene servito solo alle 2, e sono pure al dente, nonostante sia passato un anno. E’ infatti il 2015, mi sento sul set dei Simpson e mentre gli amici festaioli si lanciano in un trenino a suon di rumba, vago nella Springfield più deserta pur di sfuggire ai ritmi latino-americani che mi irritano come manco l’orticaria.

  • GIORNO 6: NEL PAESE DELLE STREGHE

Sono passate quasi 24 ore dall’ultima volta che abbiamo preso un bus, e decidiamo di porre rimedio a questa grave tragedia spostandoci verso Dalcahue, il posto nel mondo che probabilmente ha la descrizione piu corta in tutta wikipedia. Nell’unico bar aperto in questo primo giorno dell’anno, un anziano signore consuma una colazione a base di ossobuco in brodo, ed un paio di camionisti ci apostrofano con complimenti originalissimi tipo ‘asesina’ e ‘ojalà’ (assassina e magari).

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L’obiettivo è raggiungere la Isla de Quinchao ma  in questo giorno festivo non ci sono mezzi. Ci raccatta un camioncino aperto dopo una ventina di minuti passati ad autostoppare invano, in compagnia dello scemo del villaggio. Da li altro un furgone ci carica fino ad Achao che la Lonelyplanet definisce ‘un paesino molto tranquillo’.

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Vaghiamo tipo walking dead morendo di fame in questo paese senza anime, finchè dal nulla spunta una ragazzina con un gelato. E sbavando un ‘Dove l’hai presooooooooooo?‘ scopriamo che c’è un negozietto aperto. Faccio scorta di cetriolini sott’aceto (potevo forse perdere l’occasione per avere un’altra idea di merda?) e rifocillate ci rechiamo verso il centro della città, in fibrillazione per la processione. Attorno alla piazza sfilano 3 madonne coloratissime dagli occhi inquietanti, che tutt’a un tratto ci ricordano che l’Isola di Chiloè è nota per essere la patria delle streghe.

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Solo in quel momento notiamo con inquietudine che tutte le case hanno le finestre coperte da tendaggi lunghe fino al pavimento. Vicino alla stazione spiamo tra le finestre di un riformatorio per donne abbandonato da anni, ed un paio di signore a cui abbiamo la brillante idea di chiedere maggiori informazioni confermano che le streghe ci sono eccome, ma non tutti le vedono o avvertono. Loro hanno più volte notato voci ed ombre nel posto dove prestano lavoro come addette alle pulizie, ed un’altra signora a cui autostoppiamo un passaggio verso il battello di ritorno assicura di aver più e più volte visto streghe di vario tipo nella campagna dove da 20 anni lavora sola tra galline e mucche. ‘Ma non sono cattive, se non si ha nulla da nascondere’. Sarà, ma all’improvviso ho tanta voglia di stare nel mio letto con il peluche della foca Sibert che stringevo da piccola.

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L’ultima tappa totalmente random della giornata prevede una mezz’ora a Curaco de Velez, comune di 3000 abitanti, ma non ci è dato di sapere se la cifra includa o meno anche quelli ormai deceduti. Confermiamo di aver avvistato ben 2 anime in vita in una fattoria situata ai piedi di una zona paludosa, dove il silenzio è rotto dai grugniti di un paio di simpatici maialini (che preferisco non sapere che fine abbiano fatto nei giorni successivi).

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Lo sbattimento della giornata è compensato da una bella insalatona a cena, a base di vere foglie di lattuga e -attenzione!- pomodori rossi.

  • GIORNO 7: E TORNAVAMO SU, SU, SU

‘Ciao Sim, come vorrei essere li’ è il whatsApp che mi sveglia all’alba, inviato dalle amiche di sempre, e non posso fare a meno di pensare che di tutta la gente che conosco forse un paio farebbero un viaggio del genere, e costoro mi stanno pure un po’ sulle palle. Il Cile non mi pare bello né brutto, ma tremendamente, visceralmente autentico: non mi sembrano posti da vedere, ma esperienze da assorbire. Le distanze infinite, le palafitte di legno, i cani randagi che popolano le strade deserte, i brontolii della pancia, le gengive dei tossici per strada, il motore acceso in attesa di partire: tutto mi ricorda quel balordo Interrail nell’est Europa fatto nel o 2004 con degli amici dell’università, ma solo ora realizzo quanto i concetti di ‘vacanza’ e ‘viaggio’ possano essere distantissimi.

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In mattinata raggiungiamo Chacao che separa l’Isola di Chiloe dal Golfo di Ancud, con l’obiettivo di far ritorno a Santiago. Manco a dirlo, quando lasciamo l’isola splende un sole della madonna dopo 3 giorni di fulmini e saette (del resto ricorderete la maledizione che ci colse a Palma di Mallorca, nevvero?). Il porto è costellato da indicazioni di demoni e streghe con relative foto: dal temibile Invunche, che ha una gamba bruciata ed una appiccicata sulla spalla, alla Fiura, deforme e maligna creatura che vive nella palude e coglie nel sonno chi ha qualcosa da nascondere, fino al Basilco, vermone con la tasta di galletto vallespluga .

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Autostoppiamo fino a Porto Montt ad un signore con figlio appresso, che ci spiegano che i trasporti pubblici possono arrivare a triplicare i prezzi sotto le feste natalizie, e da lì ci raccatta sul proprio furgoncino una giovane coppia che trasporta angurie. Parla che ti parla, il conducente ad uno stop non si accorge che la macchina di fronte è ferma e… trac, le entra nel deretano: ‘eres un bavoso’ gli grida la fidanzata e non capisco che c’entri dargli del Pacchiani ambulante. Ma quando l’autista della macchina davanti scende, il nostro sbadato chofer grida con sollievo ‘Ma è il cinese!’ ed infatti si abbracciano. Sai, la gente è strana, prima si tampona poi si ama – recita un famoso detto locale.

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Arriviamo a Puerto Varas, uno dei punti panoramici del famoso Cruze de los lagos andinos, ovvero un tour terramarique (w il liceo classico!) attraverso i laghi cileni fino ad arrivare a Bariloche, città argentina sul confine. Vi lasciamo immaginare le distanze.

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Delizioso il pomeriggio in spiaggia con acqua gelida e vista montagne innevate: ci balena pure l’idea di fermarci una notte ma il richiamo della strada è irresistibile, ed eccoci di nuovo col pollicione in fuori in prossimità di un incrocio. Dopo mezz’ora abbondante nessuno ci raccatta, quando all’improvviso un camion gigante della Coca Cola si accosta e abbassa il finestrino ‘Dove andate?’ ‘Boh, tu?’ ‘A Temuco’… E Temuco sia! Josè ha un allegro camion tempestato di foto di Che Guevara, fatto quantomeno curioso considerando che trasporta coca cole ma pare non prendersene a male quando lo pigliamo per il culo, anzi se la ride di gusto. A destinazione, un altro furgone ci da uno strappo fino a Valdivia dove trascorriamo un paio di ore, durante le quali riesco a comprarmi un paio di scarpe color senape di cui mi pento immediatamente.

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All’imbrunire ecco sopraggiungere il nostro maxi bus notturno con un’ora di ritardo: coperta di lana e  gambe stese per le prossime 12 ore, dal calzino bucato scorgo il mio ditone ammaccato e penso a quante ne ha viste tra sabbia nera e pioggia, scarponi e infradito e gli auguro buona notte mentre la coppia di metallari accanto già russa.

  • GIORNO 8: SANTIAGO AGAIN

Rieccoci a Santi dove recuperiamo la gente del dipartimento per un giro turistico al celebre Cementerio General, dove sono sepolti importanti personaggi della storia del Cile, tra cui Salvador Allende, oltre ad un suggestivo monumento dedicato alle vittime del regime dittatoriale di Pinochet.

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Proseguiamo il tour del perfetto turista verso il centro sotto una temperatura che sfiora i 35 gradi all’ombra, e visitiamo La Plaza de las Armas con il palazzo coloniale noto come Casa Colorada ed il Palacio Moneda, residenza presidenziale dal 1846: una leggenda popolare racconta che Allende si tolse la vita in questo edificio con una pistola datagli da Fidel Castro.

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Nel tardo pomeriggio mi fo un giro al GAM, un centro ‘delle arti, della cultura e delle persone’ come si definisce nel logo in entrata, sotto il quale ciurme di bimbiminkia ed emo simulano balletti di gruppo a qualsiasi ora del giorno. E’ uno spazio polifunzionale interamente gratuito che ospita mostre, concerti e spettacoli teatrali, molto simile alla Casa Encendida di Madrid.

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Con mia grande bot de cul, come dicono a Versailles, becchiamo una maxi expo dedicata a Quino, illustratore classe 1932, noto per essere il padre di Mafalda.

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Ci spostiamo poi verso la Chascona (letteralmente, la spettinata) una delle tre case di  Pablo Neruda, dove visse fino alla morte con la compagna capellona a cui è dedicata la dimora. Una casa con struttura a guscio di conchiglia progettata dal poeta in persona, perfettamente incastonata sulla parte del cerro (promontorio) di Bellavista, dove opere d’arte del calibro di Fornasetti, Kahlo e Leger si alternano a cimeli di viaggi e chincaglierie provenienti da tutto il mondo.

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Forse non tutti sanno che (almeno io non ne avevo idea) il famoso poeta e diplomatico in realtà si chiamava Ricardo Eliezer Neftalí Reyes Basoalto, e scelse lo pseudonimo con cui è noto in onore dello scrittore e poeta cecoslovacco Jan Neruda. La morte di Neruda (il cileno, eh, non confondiamoci) avvenuta nel 1973 è tutt’ora avvolta nel mistero, dato che la storia dell’infarto non se l’è mai bevuta nessuno: la sua adesione al comunismo lo obbligò all’esilio dopo anni di censure e persecuzioni politiche, fino alla sua candidatura a Presidente del Cile nel 1970, a cui seguì il suo incondizionato sostegno al socialista Salvador Allende. ‘Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia’ fu la commovente frase con cui reagì di fronte alle perquisizioni ordinate dal generale golpista in seguito al Nobel per la letteratura ottenuto nel 1967.

Il suo funerale fu uno dei primissimi momenti di opposizione alla dittatura, poiché avvenne nonostante la presenza ostile e intimidatoria dei militari a mitra spianato che guardavano a vista i partecipanti, come testimonia un filmato clandestino dell’epoca. Il tour è davvero commovente tra un salotto che ricorda il bar di una nave con tanto di bancone ondeggiante, le foto che lo ritraggono con Picasso, Poe e Baudelaire, i dettagli celesti del bagno ed i collage appesi nella camera da letto dove la moglie Matilde Irrutia dormì fino alla notte della sua morte da vedova nell’85. L’attrice cilena fu per anni l’amante segreta del poeta, e fino all’ultimo giorno sua unica musa in grado di ispirare versi quali ‘Ti ricordo com’eri nell’ultimo autunno, e le foglie cadevano dell’acqua della tua anima’ sui quali noi, figlie abbandonate di Non è la Rai, ci si commosse e non poco.

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Asciugata la lacrimuccia ci rechiamo al vicino promontorio mediante la funiculì-funiculà, per una vista alle Ande tappate dall’inquinamento più feroce. Il biglietto sfiora i 6 euri ed a quanto pare è meglio non allontanarsi dalla zona turistica poiché la discesa di 5 km tra i boschi è il luogo preferito di borseggiatori e malintenzionati.

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Una foto alla capitalona dall’alto, una risata davanti alle traduzioni dei menù turistici del ristorante (‘ternera a lo pobre’ diventa ‘steak to the poor’) e la notte è giovane, e – dopo un salto all’incredibile Bar The clicnic, noto per la satira politica che impregna pareti e menù- si conclude la nostra permanenza nella capitale cilena con il locale notturno più emblematico.

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Signori, benvenuti a La Piojera (letteralmente, la pidocchiera: mai nome fu più azzeccato). Da dove cominciare? Muble, muble… Dai ci provo. Immaginatevi il matrimonio del vostro miglior amico che ha organizzato il tutto nel giardino di casa, con casse e casse di Tavernello, amici musicisti e palpate di culo. Bene, ora togliete gli sposi, aggiungete orde di sudore e ritmi latini, moltiplicate il tasso alcolico, e mettete nel set i personaggi più assurdi della filmografia Lynchiana. La Piojera non è un locale ma un’esperienza; il bancone semi impolverato, gli atomici Terremoto (la bevanda simbolo del locale, composta da Fernet, gelato all’ananas e altri ingredienti alcolici a caso), il proprietario completamente sbronzo, un clown che gonfia palloncini a forma di cuore, bikers vestiti di pelle e gilet aperti sul petto depilato, gruppi con chitarre e hipster disgustati. Noi eravamo le uniche tre ragazze sole e nel giro di un’ora abbiamo collezionato 8 palloncini, 5 dediche strimpellate nella bava e orde di maschi sudati che prendevano posto al nostro tavolo sbiascicando ‘Italianas? Yo también. Bailas?’.

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La piojera si autodefinisce come luogo di incontro per conoscere le forme più genuine delle razze urbane popolari. Noi vi lasciamo questo video, sperando renda almeno lontanamente l’idea di quello che accadde durante quelle due indimenticabili, sudatissime ore.

  • GIORNO 9: VALPARAISO

La prima domenica del 2015 si apre con la visita al mercato Bio-Bio o del Persa, l’oasi felice di chi è a caccia di affaroni, ed alle 14 parte il nostro bus per Valparaiso, una delle città giustamente più famose e visitate del Cile. Ormai sono la paladina del puesto panoramico, ed il tragitto di un paio d’ore dall’alto del primissimo posto del piano superiore del bus è disturbato solo da un bimbo che si abbiocca sulla mia spalla dopo 2 minuti dalla partenza.

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#tedevilevà

Ci spariamo già un tour del centro tra funicolari traballanti e zone tempestate di murales: Valparaiso, o meglio ‘Valpo’ nello slang locale, mi pare la San Francisco latina con le sue stradine ripidissime, se non fosse per il suo mood punkabbestia che alterna edifici bruciati dai cavi più balordi che pendono dalle strade, alle casette coi tetti appuntiti. Mi sento ad un tratto una 18enne in Erasmus: del resto il mio abbigliamento me lo ricorda continuamente, tra una vans sul piede destro ed un infradito al sinistro bendato, strati di magliette che tolgo e metto continuamente a causa dei repentini cambiamenti di vento ed il tormentone che ogni sera ci coglie a fine giornata: Ci facciamo la doccia o ci facciamo un completo? è infatti la frase che rieccheggia tra le compagne di viaggio prima di andare a letto, dove il ‘completo’ che nei baracchini ambulanti in Cile indica un hot dog con tutte e tre le salse disponibili (ovvero maionese, senape e… avocado) sta per lavaggio a mo’ di gatto della sacra triade dell’igiene (leggasi: ascelle, vaggy e piedi).

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Valpo è una città di saliscendi composta da un sacco di promontori collegati ad minchiam da scalinate nascoste e funicolari: dal quartiere di Polanco alla Fundación Lukas dedicata all’illustratore Renzo Pechennino, un italiano che si trasferì da piccolo con la famiglia per diventare appena ventenne uno dei simboli della città con le sue vignette ironiche per i giornali locali quali il Can Can (che sarebbe poi il nostro Cronaca Vera, indi massimo respect).

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In tarda serata incrociamo una piazzetta gremita attorno ad un artista di strada, prima di lanciarci nella movida di Valpo: il centro alternativo vegano La Lechuga è chiuso, quindi optiamo per un economicissimo sushi, per cui i cileni vanno letteralmente pazzi, e finiamo poi a El Gallo Negro, un baraccio molto punk dove entriamo subito in sintonia coi sudori autoctoni, in un perfetto mix di birra calda e reggaeton ignoranza.

  • GIORNO 9: VALPO TOUR 4 TIPS

Un doppio trauma coglie il nostro risveglio in postumi: non solo siamo adagiate per terra su materassi rosicchiati nel salotto di un ragazzo che ci ospita in couch-surfing nella sua casa a rischio tetano nel Cerro Panteòn con vista cimitero

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Due notti in couch-surfing. Sottotitolo: uccidersi d’igiene ma per chi

Ma il world wide web ci informa pure che è morto Pino Daniele. Ma d’altronde, ‘a vita è nu muorzo nun me fa’ ‘ntussecà’ (cit. Ammore Scumbinato, 1989, Pino Daniele) e a noi ci aspetta una giornatona in spiaggia, surfin’Valparadais… Peccato che appena mettiamo naso fuori dalla finestra piove e fa freddo: nema problema, noto il volantino di Tour 4 tips ed eccomi nella centralissima Plaza Sotomayor in compagnia di una ventina di sconosciuti per un giro gratuito di 4 ore nella città guidato da due ragazzi del posto.

Conoscevo già questo sistema da quella volta in cui in una delle mie numerose crisi esistenziali ero partita per un weekend in solitaria a Valencia e mi ero aggregata ad un gruppo di australiani per un tour della città commentato da un ragazzo del posto. Ma il giro di Valpo è stato superlativo, completo, interessantissimo e decisamente alternativo. Iniziamo dal porto, nucleo da cui sorse l’intera città in occasione della costruzione della diga di Panama per poi proseguire verso Calle Serrano, che fino a un secolo fa era la via più florida e ricca di tutta l’America Latina. Tra le famiglie storiche, un gruppo di italiani ricchissimi, di cui è ancora in vita una signora ormai anzianissima, nota in città come ‘La nonna’: a lei sono dedicati numerosi murales che si scorgono sulle facciate di alcune case.

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Da lì prendiamo una delle 18 funicolari ancora funzionanti in città (fino a decenni fa erano una trentina) costruita attorno al 1880, per raggiungere il Cerro Alegre, storico punto di incontro di poeti ed artisti. Qui passiamo di fronte al Castello Paporizza (aridaje, fondato da un altro ricchissimo immigrato italiano), ora sede del Museo di Belle arti, chiuso ahinoi il lunedì. Da Don Sergio magnamo un paio di alfajores – dolcetti tipici a base di dulce de leche, qualcosa di simile alla mou racchiusa da strati di cioccolato – prima di raggiungere il Cerro Concepción, che brulica di murales: tra i writers più famosi di Valpo, Inti, Charquipunk che solo dipinge colibrì e Marceli Millan che invece è in fissa con i pesci, artisti che contribuiscono a fare della città una vera tavolozza, tra casette in stile coloniale e disegni che ricoprono muri, porte, ingressi, finestre, marciapiedi e quant’altro possa ospitare del colore.

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Quella dei murales di Valparaiso è una storia che inizia nei primi anni ’70, quando una scuola d’arte legata ad un’università locale aveva lanciato il progetto di trasformare le colline della città in un museo a cielo aperto – leggo sulla guida. Dopo l’assassinio di Allende nel 1973, la giunta di Pinochet diede ordine di coprire di calce grigia tutti i murales della città poiché il colore rappresentava un pericoloso anelito alla libertà, ed i golpisti cileni eccome se lo sapevano. Per anni, dunque, i cerros di Valparaiso sono stati sinonimi del grigiume della dittatura: ma con la caduta di Pinochet nel 1990, il colore riprende a domare le colline.

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Pian piano il Cerro Alegre, il Cerro Conception o il Cerro Bellavista ritornano ad essere un museo all’aria aperta, dai toni dissacranti e fantasiosi. Proseguiamo il tour verso il passaggio Gervasoni, dove artisti di strada improvvisano mono-spettacoli di marionette: lo spettatore siede di fronte ad un teatrino coperto da un telo, per un mini show che può vedere solo lui. Scaliamo scaliamo fino al Paseo Atkinson, e da lì sempre più su fino alla chiesa luterana. Tra le 15 funicolari tutt’oggi funzionanti nella città, solo una è in realtà un ascensore che si muove in verticale, e si tratta dell’Ascensor Polanco, raggiungibile dopo aver attraversato un sotterraneo di 1 km circa, e che conduce ad una vista panoramica dell’intera città.

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Dopo un brindisi finale a base di chicha, diffusissima bevanda di origine indigena, saluto i miei compagni ammeregani di tour per ricongiungermi con le mie amiche, ed inganno l’attesa in Plaza del Descanso insegnando ad un cane che sonnecchiava sui gradini a darmi la zampina: la capisce alla prima e penso che al mio ritorno proverò a parlare in cileno al mio Oliviero, dato che in 16 anni di vita non c’ha mai avuto sbattimento.

Che dire? Valpo è una metropolona che fagocita influenze random, chiassosa e colorata, decadente ma moderna, retrò ma giovane, delirante già a partire dalla sua conformazione geografica, con le sue 40 colline affacciate sull’oceano: ma soprattutto è una città viva che ti da una spinta, soprattutto quando ti trovi a scarpinare su strade inclinate.

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Così un po’ invidio Maite, la madrileña che vive a Valpo da qualche mese con il marito cileno ed il baby babè Tomas, che ci invita a trascorrere nella loro casa situata presso Playa Grande la nostra ultima notte cilena vista oceano e Cordillera.

L’indomani mattina un bus ci riconduce a Santiago; scatto l’ultimo selfie e non posso fare a meno di pensare che alla fine sono fortunata, nonostante il tempo poco clemente, un dito fratturato ed i nodi nei capelli.

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Alle 16 parte il nostro volo che ci porterà a Buenos Aires, dove proseguirà la seconda parte del viaggione.

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¡ Adiós Andes !

Sorvoliamo le Ande e… Prestissimo la prossima puntata, stay tuned, o meglio, state tonni!

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Comments
7 Responses to “Cile fai da te: feel like home(less)”
  1. holaaaaaa ha detto:

    Qué liiiiiiiiiiiiiiiindo! Bello!!!

  2. Saratumblr ha detto:

    Super! !! Che esperienza spettacolare che hai fatto, tosta sicuramente come tu stessa dici a livello di sbatti, ma Indimenticabile. Che spacco poi il video con il gay e il tipo con lo sguardo smutandesco! Foto e testo da paura ma che te lo dico a fare? !

  3. Sirvia ha detto:

    Simo è bellissimo! Appena divorato! Non quanto mi hai ricordato la mia estancia peruviana… La palta ovunque, i colectivos, i viaggi della speranza senza lavarsi mai, la chicha indigena, le scritte coloratissime sui muri, i cani randagi per strada che sembrano persone, eccetera eccetera eccetera.. L’hai reso benissimo e mi hai fatto venire una voglia matta di andare in Cile!
    Ma sei stata anche a Buenos Aires brutta bastarda??? la prox volta che organizzi un viaggio e del genere anche l’ast minute portami con te!

    Un abbraccione! ❤

  4. Ste ha detto:

    Brava simo magnete Er mondo!

  5. Claudiana ha detto:

    ciao Simo!!!! muy buenas las fotos y los lugares…hermoso todo….pero ahora viene lo mejor….bacioni.ci vediamo presto!!!

  6. Sergio ha detto:

    Certo che certe avventure le puoi fare solo tu, roba de matt. Comunque un resoconto divino, scorrevole, molto dettagliato, visto che hai la stoffa fam un para de calson
    Ciau sela – Sergio

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