Cosa vedere a Buenos Aires: si fa presto a dire manzo…

Test clinici dimostrano che rientrare al lavoro dopo una vacanza aumenta il rischio di infarto, la depressione, il culon irritabile e la propensione a votare Salvini.

Per questo lo scorso anno, dopo il viaggione a Cuba, si decise di tornare in ufficio 3 giorni striminziti, giusto il tempo di dire ciaone ai colleghi, distribuire souvenir a parenti e serpenti, sostituire la valigia estiva con maglionazzi ed ombrelli, e si partì per un Turchia fai da te mozzafiato.

Ora, potevamo forse rientrare al lavoro dopo 12 giorni on the road in Cile? Giammai! Perciò riprendiamo la narrazione da Santiago de Chile, dove il giorno della befana ci attendeva un volo diretto per Buenos Aires.

¡ Adiós Chile !

Non che io ci tenga a viaggiare, sia chiaro: ricordiamo che Fruhling nasce e cresce come blog di cucito, dove tutto quello che vedete (modelle comprese) è acquistabile sfoggiandomi sotto il naso dollaroni. Ma mi devasta l’idea che non sappiate come occupare le 8 ore lavorative giornaliere, per cui eccomi in giro per il mondo con l’unico obiettivo di permettervi di fingere di essere produttivi mentre il capo passa tra le scrivanie, senza dover chiudere all’improvviso la schermata – come invece vi accade ogni volta con Youporn.

L’avventura prosegue

Proseguiamo quindi il resoconto del viaggione, con un Best of di Buenos Aires: atterrammo nella capitalona nel bel mezzo della rovente estate argentina, scroccando la casa di un’amica di un’amica di un’amica nel quartiere Nuñez, e ivi trascorremmo una settimanella abbondante, alternandovi qualche andirivieni.

Ringraziamo Claudia per l’ospitalità nella sua casetta

Indi, cari ammiratori ed ammiratrici, se nella vita capiterete da ‘ste parti, evitate di andare alla Feltrinelli per imboscarvi sotto il maglione una guida di Buenos Aires: di seguito troverete er mejo der mejo, con qualche dritta che nessuna guida vi svelerà mai.

 BUENOS AIRES: ITINERARIO CLASSICO

Solo con Fruhling l’autentico ‘Cosa vedere a Buenos Aires’

Se avete pazienza e l’andazzo urbano (leggasi, una decina di bus al giorno) non vi stressa particolarmente, le mete essenziali ed imperdibili di Buenos Aires possono essere girate in lungo in largo per 4 giorni.

Santa pazienza….

Partendo dal quartiere di San Telmo, anima hipster della città, con le sue stradine acciottolate che conducono alla Plaza Dorrego conosciuta soprattutto per il vivace mercato dell’antiquariato della domenica, potrete raggiungere la Plaza dos de Mayo, tra la Casa Rosata, il Cabildo e la Cattedrale barocca principale della città.

Manifestanti accampati con tende e micro-cimitero simbolico hanno intriso di vita e colore un centro storico altrimenti abbastanza anonimo.

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In zona, consigliassimo il Museo de la Ciudad, che ospita in un pittoresco edificio rococò mostre permanenti ed estemporanee dedicate alla vita ed alla storia della città.

Da lì si può passare al quartiere chiamato Microcentro, core pulsante del business, con i suoi maxi-uffici e gli uomini d’affari in giacca e cravatta. Di seguito, i quartieri europeissimi di Retiro e Recoletas, dove è d’obbligo una tappa al Museo de Bellas Artes ed una preghiera di fronte alla lapide di Evita Perón presso il Cementerio. Noi si girò un bel po’ prima di trovarla e ci balenò pure l’idea di lasciare una rosa su ogni tomba come fece la mitica Sora Lella con il suo Mimmo, quando un gruppo di ammmeregani ci indicò la retta via.

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Un po’ deludente a mio avviso La Boca, noto come il quartiere malfamato ed operaio di Buenos Aires, nel cui nucleo così dal nulla spunta il Caminito, viona multicolor presa letteralmente d’assalto dai turisti per i suoi spettacoli di tango all’aperto nei ristoranti dal menù fisso.

Autentica come Las Vegas, anzi Gardaland. Eccessivo ed indigeribile il contrasto tra il susseguirsi di negozi di souvenir e balletti tutti uguali a sé stessi, e le antiche botteghe appena fuori, rinchiuse nei garage dove la sensazione di pericolo è tangibile.


A chiunque si chieda indicazioni, la risposta è sempre la stessa: ‘non andarci è pericolosissimo’. Si evitò quindi di allontanarci dal lungofiume imboccando il ponte sul Riachuelo (sta frase l’ho scritta per mia mamma, ma vi lascio il beneficio del dubbio).

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La sera a buenos Aires è Palermo Viejo, una delle zone più modaiole della capitale, ulteriormente suddivisa in Palermo Hollywood e Palermo Soho, e non posso fare a meno di sorridere per questi strampalati accostamenti da siculo-tu-vu-fa-l’americà.

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Noi si optò per il terrazzino panoramico con cesso di Duchamp a mezz’aria del DADA Bistro, tanto cool nell’apparenza come sgrauso per il vinaccio rancido e caldo che ci servirono, seguìto da uno dei numerosi ‘stand up-show’, ovvero spettacoli ‘a la gorra’: trattasi di bar dove si esibiscono in monologhi degli attori o quantomeno aspiranti tali, per poi passare di tavolo in tavolo a raccattare offerte libere nel loro cilindro. Insomma, artisti di strada però su un palco mentre tu hai il culo appoggiato, e con mancia obbligatoria. Noi beccammo un giovine che ce l’aveva di brutto con gli spagnoli, che apostrofava come carpette incolte: e se non fosse che io con Madrid c’ho un eterno odi et amo che manco Catullo, magari mi sarei un po’ offesa. Palermo rimane una meta interessante non solo per i nottambuli, ma anche per chi volesse trascorrere un piacevole pomeriggio in uno dei suoi parchi verdeggianti, che ospitano al loro interno grandiosi monumenti. Tra questi, il Jardin Japonés, un angolo di pace tra laghetti e pedaló, roseti e farfalle, piogge di edera e erbetta fresca su cui svaccarsi in compagnia di un buon libro.

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Se capitate a Buenos Aires una domenica, consiglierei di ritagliarvi almeno un paio di ore nel quartiere Belgrano per la sua Chinatown, e da lì sul calar del sole raggiungere Las Barrancas, un parco con un piccolo tempietto in ferro battuto, che funge da palco della milonga all’aria aperta.

Non ci appostammo ai lati, per sbirciare gli zampettamenti di ballerini espertissimi tra tacchi vertiginosi e movimenti suadenti. Nel video, un piccolo assaggio.

Infine, con ogni probabilità finirete al quartiere Retiro, anche solo per prendere dei bus o treni. Ebbene, dietro la stazione si cela il barrio in assoluto più pericoloso della città, con le sue case senza tetto ed i suoi commerci illeciti di vario tipo. Una sorta di favela da vedere da lontano, se vi incuriosisce la malavita.

Barrio Retiro, ovvero: lasciate ogni speranza voi che entrate

Barrio Retiro, ovvero: lasciate ogni speranza voi che entrate

Ma più che da vedere, chissà Buenos Aires sia più una città da vivere.

Ecco quindi qualche dritta in base ad alcune delle definizioni in cui secondo me si rifette la capitalona argentina.

  • BUENOS AIRES È… TEATRO

Visitare Buenos Aires senza andare almeno una volta a teatro sarebbe un po’ come andare a Pisa e non vedere la torre, capitare a Roma e chiudere gli occhi di fronte al Colosseo, trascorrere la notte di ferragosto ad Ibiza e non impasticcarsi o spendere un’intera estate a Riccione e non limonare manco per sbaglio.

‘Red’ al Teatro Plaza

Buenos Aires è infatti una delle capitali mondiali del teatro,  con i suoi circuiti ufficiali, i suoi spettacoli commerciali e le sue iniziative alternative, concentrate soprattutto nel quartiere dell’Abasto. Accanto al celebre Teatro Nazionale Cervantes ed al mastodontico Teatro lirico Colón, ce n’è davvero per tutti i gusti e tutti i portafogli tra commedie, musical, spettacoli di tango, drammoni eccetera eccetera.

Noi provammo a recarci al Timbre 4, tra i più potenti nel circuito off, ma era chiuso per ferie (non dimentichiamo che il mese di gennaio in America Latina corrisponde al nostro agosto), quindi ripiegammo su RED, ovvero la biografia di Rothko al Teatro La Plaza.

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Chiuso il sipario, un bel té aromatico nel caratteristico Café El Gato Negro giusto di fronte, dopo una fila inutile dinnanzi al celebre Caffé Tortoni, preso d’assalto ad ogni ora.

  • BUENOS AIRES È… ARTE

Buenos Aires vanta un patrimonio letterario, teatrale, manzistico (vedi sotto), cinematografico ed artistico davvero ricchissimo. Ma se tra le 7 arti quella a cui siete più sensibili rimane la pittura, non avrete che l’imbarazzo della scelta. I miei must? Accattatevillo!

Una pinacoteca esagerata ad ingresso libero (eggggià) che ospita grandi perle dell’Impressionismo fino a numerosi pittori argentini, Eduardo Sivori in primis. 

Monet, Picasso, Pissarro, Gauguin, Cezanne e Renoir sono solo alcuni dei nomoni che troverete in questo incredibile museo: noi ci si emozionò non poco dinnanzi ai Capricci di Goya in acquaforte ed ai capolavori scavati nella materia di Rodin, e furono belle scoperte le nature morte di Candido Lopez ed i quadri militari del pittore-soldato Reynaldo Giudici, con la sua Zuppa dei poveri da infarto.

Al secondo piano, ebbi il culetto di beccare una mostra temporanea sulla seduzione femminile: uno stupendo percorso tematico che analizza l’iconografia del XIX secolo attraverso uno sguardo languido e voyeuristico a ritratti, foto, sculture di muse di ogni estrazione sociale.

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Anche qui, nomoni a go-go tra seduttrici fatali ispirate ad Eva, Pandora e Salomé, ritratti di nudi dalla trasgressione velata e locandine dei primi spettacoli erotici argentini.

Il museo dedicato all’arte latino-americana racchiuso da pareti in vetro è un vero trip. Ovviamente gratuito (ciao van gogh a palazzo reale a 14 euri): la collezione permanente accoglie nomoni tipo Xul Solar, Diego Rivera, Frida Kahlo, le xilografie di Osvaldo Jalil, le stampe d’arte mutanti di Sivori…

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Ma la vera chicca fu per me una monografica dedicata a quello strippato di Antonio Berni. Pittore ed incisore argentino di origine italiana, visse tra Madrid e Parigi dove entrò in contatto con gente tipo De Chirico, Tristan Tzara e André Bretón, prima di far ritorno nella natía Rosario, dove nel 1930 fondò il Nuovo Realismo. Pan y Trabajo è il suo quadro più famoso, e trovarselo di fronte qui al MALBA è stata una badilata di emozioni, con sti occhi svaniti ed allo stesso tempo incazzati, che ti si conficcano addosso e ti fanno sentire in colpa verso l’umanità intera.

Due interi piani erano invece dedicati al suo delirante maxi-progetto Juanito y Ramona, che lo accompagnò durante tutta la sua vita.

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Una serie creata tra il 1958 ed il 1978 che segue da vicino l’esistenza di due archetipi di uomo e donna, attraverso mastodontiche opere polimateriche. Sulla tela, pennellate violente, graffi, xilografie, ritagli, elementi di scarto seguono le vicende del bimbo Juanito, emblema di un’infanzia di stenti, fino all’età adulta, dove finisce in fabbrica per aiutare i poverissimi genitori.

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Allo stesso tempo, i frottage ripercorrono l’esistenza di Ramona, altro personaggio immaginario che dalla periferia approda a Buenos Aires con una valigia di sogni che manco Ambra Angiolini, ma finirà peripatetica nei peggiori baracci per poi fare il salto con medici ed altri prelati.

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E mentre Juanito passa da bambino che rovista nella pattumiera per recuperare scarti di giocattoli che i suoi coetani non vogliono più alla vita in fabbrica, la fanciulla passa da un letto all’altro tra colonnelli, marinai, vescovi e commercianti, ritratti con colori violenti ed a corde sempre tese.

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La potenza dei quadri di Berni e dei suoi mostri in 2 e 3 dimensioni è qualcosa che non te lo so spiegare (cit.): nel calderone bollente buttiamo cultura popolare, indignazione proletaria, carnevale carioca, bizzarria ed umorismo, introspezione e sgomento, realismo e rabbia. Un artista unico, semplicemente e genialmente unico.

Specializzato in arte argentina, questo altro spettacolare museo completamente gratuito (ciao franceschini guarda come mi diverto) merita una visita anche solo per la sua posizione geografica. Immerso nel parco pubblico di Palermo, di fronte ad un gigantesco roseto che costeggia un laghetto con i cigni, sbuca infatti questa palazzina rinascimentale con ampio giardino. Al suo interno ebbi il culissimo di beccare artisti sudamericani di cui ignoravo l’esistenza, ma uno più potente dell’altro.

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Dallo ‘scultore del corpo’ Mauro Corda, come lo definisce la locandina, con i suoi manichini anonimi in marmo, bronzo, ferro, alluminio: la materia non è che un pretesto per presentare situazioni-limite in un climax di vulnerabilità traballante; alla raccolta di incisioni di Fabian Liguori, Adrián Pandolfo, Alejandro Iglesias. Tanta, tanta, tantissima roba.

Essendo che il mio sogno nel comò è essere sarta, potevo forse perdermi questo percorso nella moda dal tardo ottocento ai giorni nostri, con designer argentini contemporanei tipo Claudio Cosano, Marcelo Senra, Gabriel Lage? Ché questi ultimi non lo so mica se siano famosi o emergenti, ma mi beccavano bene le loro idee ed ho annotato i nomi che nella vita non si sa mai. Ingresso gratuito, ed è subito ciaone.

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Menzione d’onore per le sale dedicate ai costumi da bagno di fine Ottocento, ai ‘vibranti anni ’20’ come recita la didascalia ed alla trasgressione dei mitici Fifites, a suon di rock’n’roll e fonzarelli vari. Il Museo organizza anche un sacco di corsi di ogni tipo.

Ecco uno spazione che noi in Italia ce lo sognamone-ciaone: 12 ripeto 12 expo di foto, scultura, oli, una programmazione teatrale che te dico fermate, e un sacco di corsi gratuiti aperti al pubblico di ogni età. Sull’agendina mi segnai il collettivo indipendente dei fotografi SUB,qualche bello scatto di architettura di Claudio Larrea, ma soprattutto gli spettacolari spazi intangibili di Marcelo Hopp, il Giacomo Balla argentino che sfida la gravità.

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Attivo dagli anni Settanta, questo spazio gratuito (ciao triennale a 8 euro ogni mostra) accoglie una collezione completa di Art Nouveu, ed una temporanea dedicata all’ancora attivissimo 82enne Luis Zorz, maestro del ‘filete’, ovverosia un decoratore di oggetti con le sue collezioni di barattoli arrugginiti d’annata, di cui vado visualmente ghiotta.

Se anche a voi gli strippati intrigano, imprendibile questo museo dedicato ai dipinti bizzarri e surreali di questo poeta, artista ed inventore argentino. Da molti paragonato a Kandinskji, in realtà le sue opere vanno pure oltre la sperimentazione della tela, per sfidare con i colori, astrologia, tarocchi e visioni che permeavano la sua esistenza.

Anche i giochi erano di particolare interesse per Solar, che aveva inventato una tecnica tutta sua, battezzandola non-scacchi: si trattava di una serie di scacchiere disposte in verticale e le regole erano stabilite sulla base di costellazioni e schemi zodiacali.

  • BUENOS AIRES È … MUSICA

Dalla radio arrugginita che risuona nel giardino della casa occupata in zona Humberto I dove la domenica c’è un asado (grigliata) aperto al pubblico, mentre un carro-armato ricoperto di libri spara cultura, come dichiara il suo ideatore, al tango sperimentale del gruppo El Afronte, che avremmo poi rivisto nel celebre locale Maldita Milonga di San Telmo la nostra ultima sera in città, passando per la cumbia che colora i mercati, fino ai tamburi nel cortile del Movimiento Afrocultural.

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Come tutto il Latino America, anche e soprattutto Buenos Aires è note, corde, canti e cori, soprattutto per strada. Soprattutto in testa.

  • BUENOS AIRES È… SHOPPING ALTERNATIVO

Buenos Aires è una metropolitana piena di cose da fare, vedere scoprire, ma se avete a disposizione qualche giorno in più dei classici 3-4 necessari per scoprire la capitale e/o avete dilapidato il budget, perdersi in quartieri apparentemente anonimi può farvi fare ‘a svorta (cit.). 10+ al Barrio ‘Once’ con le sue bancarelle di pane e salame che fanno subito casa, ma soprattutto per i chilometri e chilometri di negozi di tessuti.

Piatto ricco, me ce ficco

Ora, so che è un dettaglio un po’ di minchia di nicchia, ma non dimentichiamoci, fedeli adepti, che Fruhling nasce e cresce come blog di cucito. Che poi si cazzeggi in giro per il mondo è tutta un’altra storia, come illustravamo brevemente sopra. Per questo fu una vera giuoia recuperare tessuti simpatici per ricavarci qualche criescion. Una è già pronta e ce la mostra Valentina, grafica, fotografa, designer, artigiana, ma soprattutto gran tocco di fimmena che non teme di sfidare le temperature polari in pausa pranzo.

Special top model: Valentina, anima e core di http://www.manumacrame.com

Ecco i prossimi tessuti che attaccheremo. Come sempre, la parola d’ordine è SOBRIETÀ

Gonna ignorantissima che sfiora il ginocchio, con semplice elastico in vita, la sua beltà sta nello stampato ‘sale e pepe’ che fa molto Bar di Twin Peaks. La nostra graziosa topA-model sfoggia il capo handmade fresco fresco di Singer abbinandovicivisi una meravigliosa collana realizzata da lei stessa: Vale è abilissima tra ferri, uncinetti, macramè e chi più ne ha più ne metta. Correte a scoprire tutte le sue creazioni QUI!

Riguardo allo shopping classico, Fruhling si limitò a ravanare in un paio di negozi di seconda mano per recuperare 3 camicette da nonna, che vi presenteremo presto in uno nuovissimo shopping (stiamo aspettando l’ok da parte di Lele Mora ed abbiamo richiesto finanziamenti al comune di Bertonico, ma è praticamente fatta. Siate pazientevoli!).

D’obbligo un giro nei mercatini, di cui la capitalona argentina pullula.

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La Feria de Mataderos, un po’ fuori dal centro; la più turistica Feria de San Telmo ogni domenica; le cianfrusaglie kitsch che popolano le bancarelle di Belgrano ed il piccolo market handmade che ogni weekend anima la Plaza Serrano, nel cuore di Palermo Viejo.

  • BUENOS AIRES È… MANZO

E se lo dice pure la lonely planet…

Tra le sue dritte culinarie, la Lonely Planet dedicava un intero capitolo alle parrillas, grigliate miste di carne, per cui l’Argentina è tipica. Ci consigliarono in particolar modo ‘asados de tira’ (letteralmente arrosto di strisce -per la gioia di Lapo Elkan- ovvero punte di manzo), bistecche di chorizo o morcilla (che in Spagna sono salatini di sangue e riso, bleah), mistoni di vacca e pure un povero coniglietto al forno.

Anche a Lodi la trippa si chiama ‘buseca’ in dialetto… curioso!

Ora essendo io semi-veg o cmq profondamente schifata dal sangue nel piatto, non potrò riportarvi la mia esperienza a riguardo, aim veri sori. Ciò non toglie che il paragrafo ha offerto numerosi spunti di riflessione anche solo per il titolo: si fa presto a dire manzo. E già amiche, sta Buenos Aires è un pullulare di ragazzi davvero bellissimi, pieni di capelli scompigliati e basette, e scarpe interessanti (che sono poi i tre criteri in base ai quali noi si sceglie gli uomini).

Appostamenti antisgamo e zoommate da paparazzo con il solo fine antropologico di documentare il manzo autoctono

Tutti sti manzi  pavoneggiano presunte origini italiane, ed il dato non è solo frutto di miao da conquistador, considerando il fatto che oltre la metà della popolazione argentina ha qualche discendenza da avi provenienti dal Belpaese. Le insegne dei locali confermano questa tendenza: Capisci, Finocchietto, Arrivederrci, Giancarlo, Grissino, Freddo, La Pinucia, Vivianna non sono che alcuni nomi di negozi e ristoranti con doppie random, che registrammo dall’interminabile bus 152 che ogni sera ci portava a casa lungo l’Avenida Cabildo.

Tornando al manzo, l’omo argentino è noto per i suoi modi affabili, per i suoi blablabla sparati dritti negli occhi, per il suo mood gigoló che non riesce proprio a trattenere: insomma, Buenos Aires può essere vissuta come meta culturale o  naturalistica se si esplorano i dintorni tra flora, fauna e vai con l’insalata (cit.), così come destinazione perfetta per gli amanti della notte. Noi la consigliamo anche come perfetto luogo di turismo sessuale per gli occhi, considerata l’altissima possibilità di praticare del sano bird watching urbano, lasciandosi scappare anche solo nella mente un ‘que potro’ come si dice da ‘ste parti (che sta al nostro che bbbono, o al mio che manzo, appunto).

Tornando ai piatti tipici, noi ci si tuffò più e più volte in pantagruelici piatti di gnocchi o ñoquis come lo scrivono loro: è tradizione che il 29 di ogni mese vengano preparati in casa, ed il nome viene anche indicato per riferirsi agli impiegati del Governo. Durante gli anni di Perón, molte industrie erano infatti gestite dallo stato e la maggioranza dei dipendenti si presentava solo (guardacaso) nel giorno in cui si percepiva lo stipendio. Un evento che ricorre/va dunque una volta al mese, esattamente come la preparazione degli gnocchi. Per chi ha stomaco, può innaffiare il tutto con del mate, bollentissima bevanda composta dalla foglia secca che dá il nome a quello che più che un té caldo amaro è un vero rituale collettivo

  • BUENOS AIRES È… FUGA

Per me, nota ai più come señorita Messner che se vede un pezzo di verde prova a scalarlo, 4 giorni di fila nel cemento iniziavano ad essere una vera tortura. Per questo, alla quinta alba si giunse alla stazione Mitre, e da lì un trenino lentissimo che in confronto la Transvesuviana era il Galaxy, ci condusse a El Tigre. Vale la pena? Era la domanda che rivolgevamo a chiunque ci fosse andato, raccogliendo pareri contrastanti. Fruhling ha la risposta: NO.

La cittadina situata a 30 km al nord di Buenos Aires sorge sul delta del Panamà, ed è meta di frequenti escursioni in giornata. Ma diciamocela tutta, una gita a El Tigre è una cagata pazzesca (cit.): tuttavia, c’è da dire che la situazione era talmente trash dall’alto del bus panoramico che decantava bellezze naturali dall’altoparlante multilingua mentre passavamo di fronte a pozzanghere e lacrime di fango, da averci scatenato grasse risate. Diciamo che della giornata trascorsa a El Tigre conservo un bel ricordo: come quando limoni con uno con l’apparecchio, tipo.

Faccia da ‘Sì, sì, El Tigre è davvero molto bello’

Altra fuga, però più impegnativa in termini di distanza e budget è una (minimo) due giorni a Mar de Plata. Perché mai il vostro Fruhling vi consiglia una meta tanto turistica e priva di beltà? Essenzialmente per due motivi: innanzitutto, per le colonie di leoni marini svaccati nella zona del porto con vista grattacieli, che sono poi il simbolo della città.

Trattasi di animali goffi che ricordano maxi-lumaconi dotati di micro-zampette, che trascorrono la giornata russando e rissando tra loro.

Noi li abbiamo beccati nell’epoca del letargo, ed erano così intenti a dormire emettendo flatulenze di ogni tipo, che non si erano mica accorti che c’era un picciriddo che non sapeva come scendere dalla roccia, scatenando la Licia Colò che è in me.

Tutt’ora non mi è mica chiaro il loro microclima, dato che il primo giorno a Mar de Plata abbiamo registrato temperature che sfioravano i 40 gradi (con conseguente abbronzatura effetto Pantani ‘ma-figurati-se-mi-scotto-mica-li-sto-a-togliere-i-calzoncini), e l’indomani pioggia e vento gelido che mi hanno permesso di tornare a sfoggiare il look Albania Casa Mia a cui ero affezionata dalle giornate cilene.

Ciao Pantani, guarda come mi diverto

Il secondo motivo per cui è d’obbligo almeno una giornata a Mar de Plata in piena estate è la possibilità di scattare foto per cui il nostro adorato Martin Parr ci sballerebbe.

Tonnellate di persone impignate una sopra l’altra, bambini che giocano a palla sulla tua testa, borse frigo e barbecue: Mondello il 15 di agosto in confronto è un resort privato sull’atollo più sperduto del Pacifico.

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Io ci resistetti un’oretta, poi lungomare fino al Museo de Arte contemporaneo MAR con il suo leone marino dorato all’ingresso. Ed è subito orgoglio nazionale.

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Insomma, io dico sì a Buenos Aires e sì a Valsoia, consigliandola senza se e senza ma a chi è in cerca di una capitalona multiculturale che trabocca di attività.

Per chi invece avesse voglia di assaggiare l’America Latina, farei girare la bussola un po’ più a sud.

A proposito:

Buon ascolto ed al prossimo viaggione!

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