Grecia fai da te: 14 giorni terramarique tra Atene e la Macedonia

Quel che resterà di noi non sono le parole scolpite nella pietra, ma ciò che è intrecciato nelle vite degli altri

Pericle, 450 a.C. circa

Dopo la transiberiana italiana dello scorso anno, il 2015 è stato l’anno della Grecia, dove atterrammo in una cocente notte di inizio agosto con uno splendido Air Serbia Milano-Atene della durata di 10 ore con tanto di scalo a Belgrado, subito ribattezzato Degrado.

Cerco l’esate tutto l’anno ed all’improvviso eccola qui in una due giorni no-stop nella capitale ellenica: la culla di quella che fu la cultura più florida ed affascinante della storia insieme alla nostra inimitabile Roma riscoperta di recente ma con occhi nuovi (ricordate?), ha lasciato posto ad una colata di cemento desolante, con i suoi edifici abbandonati, le saracinesce serrate, gli interni occupati da ogni tipo di sporcizia, monnezza riversa negli angoli, un buio inquietante ed i brutti ceffi che popolano la centralissima Omonia. Sui gradini dell’Hotel Lozanni che ci ospita, ogni mattina bivaccano spadini a rota, ed un paio ne abbiamo pure scorti nell’atto di bucarsi.

Ma neppure questo aspetto sinistro è in grado di minare la sconvolgente bellezza della civiltà ospitata nei secoli che furono, e vedere l’antica Acropoli ergersi orgogliosa, incurante di crisi e degrado, è uno spettacolo che lascia semplicemente senza parole.

Cosa visitare ad Atene? In due giorni con il mood Flash Gordon attivato abbiamo visitato il Museo Archeologico, con la maschera funeraria dorata di Agamennone che ti fa dire un bel ciaone subito in entrata, le chiesette ortodosse disseminate lungo le viette che compongono il quartiere bizantino di Plaka, il primo stadio della città risalente al 330 a.C. ed ovviamente il Partenone che sorge sull’acropoli della città, facendoti comprendere d’un botto come il passato non sia mai morto. “In effetti non è neppure passato” come diceva William Faulkner.

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Il pomeriggio del secondo giorno approdiamo al Pireo, poichè – beata ingenuità! – ancora si pensava di mischiarci alla ressa delle Isole, anzichè abbracciare la causa eremita della vacanza nei posti più sperduti. Da lì, un bus ci porta a Voulla, la zona balneare di Atene, dove il mare sarebbe anche bello, se non fosse per i sacchetti di plastica abbandonati tra le onde e le pipette di crack e gli avanzi di alluminio tra la sabbia.

E d’un tratto Atene mi sembra una signora di mezza età orgogliosa ed impettita, che non vuole piegarsi al passaggio degli anni, e vive la sua insofferenza in modo silenzioso e solitario tra botox e naftalina.

La gente è schiva, lontana anni luce dalla caciara spagnola in cui mi trovo immischiata, ma tutti si prodigano non appena gli viene chiesta un’informazione.

Il terzo giorno recuperiamo una Pandina a noleggio, tanto carina un po’ come quella casina senza soffitti senza cucina: ecco, la nostra macchinina è priva di anabbaglianti, con i vetri rigati a grappolo proprio di fronte al conducente ed i freni che funzionano a muzzo; contrariamente al mio ex preferisce la terza alla quinta e quando sfiora i 60 frigna, ma ha sopportato 5 zaini e 2 tende senza battere fanale macinando 2.000 km in 10 giorni tra montagne a picco, fulmini, ventate improvvise, semafori repentini e curve a gomito.

Le strade statali sono deserte e ci fanno compagnia solo degli altarini votivi che racchiudono candele e foto di povere anime passate a miglior vita, mentre il monte Parnasso si fa sempre più piccino all’orizzonte.

Approdiamo nel tardo pomeriggio a Arachova, un paesino che mi ricorda tanto la cittadina natale di mio padre sul Lago di Como.

Le ripide stradine, la cupola della chiesa ortodossa che si affaccia sulla valle, la temperatura pungente e gli anziani che giocano a carte per strada: eppure a meno di 10 km c’è Delfi, dove andiamo a visitare il famoso oracolo avvolto dalla valle dopo aver trovato sistemazione in una casetta di super maxi lusso.

Per gli antichi greci Delfoi era l’ombelico del mondo molto prima che Jovanotti iniziasse a sputacchiare consonanti a caso, ed era la sede del più importante e venerato oracolo del dio Apollo. Tra i suoi monumenti, si ricordano l’oracolo di Delfi, il teatro e lo stadio in cui ogni quattro anni si svolgevano i giochi pitici che seguivano di tre anni l’Olimpiade e prendevano il nome dalla Pizia, la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo prima dell’avvento di Wanna Marchi. Per entrambe era e rimane necessario offrire doni in natura e vittime sacrificali: per la Πυθία era una capretta sgozzata, per i santoni televisivi degli anni Novanta il malloppo della nonna. Da non perdere l’adiacente Tempio di Minerva.

Rientrate alla base, il ristoratore Kostance ci attende con piattazzi di pasta al sugo e salsiccia, piatto tipico del loco, mentre la vostra signorina Fruh che mai ci azzecca a tavola, si spara 3 tentacoli nudi e crudi di polipo. ‘Potevano anche evitare di amazzarlo’ è il pronto commento delle commensali. Seguono ronde su ronde di ouzo, ma la vera giuoia è la nostra casetta di legno, con sedia a dondolo e camino in salotto, una cucina rustica con la torta calda appena sfornata dalla padrona che vive al secondo piano, due maxi stanzoni con letti soffici e bagni dalle docce dipinte come fossero oceani blu. A quanto dice il libro delle visite, siamo le prime ed uniche turiste non greche.

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Ci saremmo ricordate di questo giacilio paradisiaco nelle notti a venire, trascorse nel migliore dei casi su materassini quechua in campeggi ad alta quota. Il giorno dopo raggiungiamo Meteore, dopo una breve tappa alle Termopili, nota per la battaglia durata tre giorni, combattuta dalle città-Stato greche, unite in un’alleanza e guidate dal re di Sparta Leonida I e dall’impero persiano governato da Serse I (wikipedia dixit).

All’arrivo, ci dimentichiamo immediatamente dei 400 km trascorsi sotto il sole cocente mentre la pandina gridava pietà in greco, dinnanzi a questa località incredibile che tratteggia il bordo nord occidentale della pianura della Tessaglia. ‘In mezzo all’aria’ è il significato etimologico di questi ventiquattro monasteri edificati con enormi sacrifici in cima a falesie di arenaria: di questi solo sei sono attualmente ancora abitati (Agios Stefanos, Agia Triada, Gran Meteora, Varlaam, Roussanou e Agios Nikolaos), in parte recuperati dopo anni di abbandono.

Vi si può accedere dopo aver pagato 2 euro ed indossato dei panni sotto gli occhi intransigenti delle monache: ‘questa gonna va bene?’ chiede una delle mie compagne di viaggio, le cui vesti sfiorano il ginocchio. ‘It’s a super mini-mini’ risponde la religiosa con fare cagnesco. Mica colpa mia se non trombi.


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Pernottiamo presso il camping Kastraki dopo un bagno nella piscina sovrastata da queste torre naturali di roccia a picco, e per cena è di nuovo overdose da salsa tzatziki.

L’indomani si prosegue risalendo verso la regione greca della Macedonia, da non confondere con l’omonimo Stato confinante, le cui strade sempre più deserte ed a picco sono disseminate da cartelli del tipo ‘attenti agli orsi’, che dipingono sul nostro volto espressioni di stupore e sgomento, mentre un pastore blocca ‘il traffico’ per passare con il suo gregge.

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Breve tappa a Tessaloniki per analizzare la sacra sindone delle nostre chiappe apparse misteriosamente sui sedili della pandina, per poi approdare a Sinthonia, il dito medio della penisola calcidica che solletica il mare.

Un campeggio sulla spiaggia popolato solo da famigliuole locali sarà la nostra base per i 3 giorni successivi trascorsi alla scoperta di spiagge deserte nella settimana di Ferragosto: da segnare, Kavourotripes, Kalamitsi, Platanitsi, Toroni.

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Mentre noi ci sollazziamo tra onde, pesciolini strette in 4 sotto un mini-ombrellone da mare, nel lembo di terra accanto c’è la Repubblica monastica del Monte Athos, un territorio autonomo della Grecia, dotato di uno statuto speciale di autogoverno.

Non vi possono accedere le femmine, siano esse umane o animali: nel caso di cani e i gatti, possono essere femminili corporalmente, ma i nomi che vengono loro dati sono sempre maschili. Insomma, sti monaci ci credono un sacco e fanno quelli tosti: ma non mi convince mica tanto che per meditare si siano impossessati di una penisola sul mare, e mica, che so, della campagna nebbiosa sul pavese. Qui qualcuno non me la conta giusta.

Facciamo spallucce rifornendoci di mini ouzo in una bottega locale, dove il proprietario pare essere orgoglioso della sua carriera di pescatore.

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Il nostro isolamento nella natura più selvaggia è interrotta da Vieri, un toscanaccio dai riccioli stretti e dagli slippini arancioni imbarazzanti, che ci consiglia di visitare l’African Cafè a Kalamitzi. ‘Piantala con sti bonghi non siamo mica in Africa‘ pensiamo subito, ma l’idea ci incuriosice ed eccoci in questa spiaggia meravigliosa con la musica a palla e i mojitos a 8 euri, nostro budget settimanale o quasi, e mi sento quasi nel privè di Diprè.

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Con nonscialans, ci scrolliamo di dosso la socialitè per dirigerci l’indomani a Porto Kofu, talmente deserta da provocare svarioni a chi, povere tapine quali siamo, ha dimenticato di rifornirsi di acqua alla base. Sotto i 42 gradi mi incammino alla ricerca di un po’ di frutta: chiedo in una lokanda se vi sia un fruttivendolo nei paraggi, il cameriere mi dice ‘aspetta’ e torna dopo un paio di minuti con un sacchettone colmo di anguria e fettine di arancia ghiacciate. Non vuole un euro, ma ringraziamo il gesto tornando dopo qualche ora per una merenda di lusso a base di seppia obesa ripiena di pomodorini e feta.

Si avvicinano le 19 e le nostre povere cenerentole senza anabbaglianti devono rientrare alla base prima che la pandina deragli al buio. Nella nostra ultima notte di campeggio osserviamo i pescatori notturni con le nostre lattine di birra Mithos, mentre le famigliuole sbrasano orate e gamberoni nelle loro bidon-ville di lusso con tanto di edere in entrata. La nottata trascorre tra i tormenti delle lotte feline che provocano reazioni esagerate di chi scrive e le conseguenti risate di tutte le tende limitrofe (Alice culo e culo chi non lo dice): il giorno dopo, ultimo bagnetto prima di affrontare quella che si sarebbe rivelata la giornata più dura dell’intera vacanza.

Partiamo alle 10 e siamo a destinazione solo alle 18, dopo curve, dirupi, freni che cinghiano e cinghie che frenano, strapiombi, le urla di Dalia, le bestemmie di Alice, il freno a mano che fonde, Sara Tommasi che dice la tabelina del 7 ed altri avvenimenti sconvolgenti di questo tipo. Raggiungiamo il Camping Papa Nero e ci tuffiamo in mare direttamente con la Panda e le valigie, senza manco togliere le cinture di sicurezza.

Solo il giorno dopo ci renderemo conto di quanto sia bella la penisola di Pelion, tra la natura più incontaminata che si getta a picco nell’Egeo. Nei tre giorni che trascorriamo lì, riprendiamo i contatti con il genere umano grazie alla vietta pullulante di ristorantini specialità pollo allo spiedo, che dista pochi metri dal campeggio, mentre la Panda fonde il motore al buio e riposa finalmente in pace. Amen. Di giorno lunghi bagni e camminate, la sera giros, tzatziki e cetrioli, mentre pensiamo alla ressa discotecara delle isole, spegnamo la luce in tenda non oltre le 23:12.

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Ma ahimè siamo agli sgoccioli, e tra due giorni un nuovo Air Serbia ci ricondurrà alle chiare, fresche e dolci mazze della nostra Lodi. Smontiamo cosi le tende all’alba (e che alba! altro che la Parietti) mentre l’isola di Skiatos ci scruta sonnacchiosa.

E, memori dei chilometri che ci aspettano, decidiamo di avvicinarci ad Atene, dopo un tortuso tragitto di ore tra pecore, puledri e curve da urlo.

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Facciamo tappa presso Kamena Vourla, amena cittadina meta di vileggiatura estiva rigorosamente over 70, consigliataci dal proprietario del camping.

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Pare di stare in uno scatto di Martin Parr con  i vecchietti che popolano le spiagge dal verde manto d’erba, dove si può sostare gratuitamente su sdraio di lusso con tavolini di bambù, bevanda con ombrellino ed ombrelloni intarsiati, mentre i bagnanti galleggiano immobili immersi con la sola testa di fuori. Noi ce la scialliamo come signorotte lombarde in riviera quali in fondo siamo.

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Senza contare che siamo le uniche straniere nel raggio di chilometri, e per di più non in età pensionabile, e attiriamo la curiosità locale come un macaco che si aggira nel giardino di Piero Angela. A pranzo, mentre una di noi seduce il proprietario piacione a suon di chupitini di chissà cosa, si precipita il farmacista trentenne che allieta le nostre estivissime portate quali caponata in umido e verdure ripiene, con i racconti di quando fu studente a Siena.

L’ultima nottata trascorre a passeggio a braccetto tra il luna park della cittadina, una mastodontica chiesa ortodossa bianca ed i soffici materassi di un hotel a 20 euro a doppia: e l’indomani altre dieci ore di volo concludono una vacanzona che ricorderò a lungo per l’autenticità dei posti, il verde dell’acqua che si mischia con quello della terra e la sensazione di essere fuori stagione pur in pieno ferragosto.

Ah, e per i cetrioli, gesumio quanti cetrioli.

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Prima di augurarvi una buona depressione da rientro a tutti, vorremmo concludere il fotoracconto vacanziero con una carrellata delle specialità che hanno allietato i nostri banchetti, tra insalate greche, feta, agliazza imperante nelle varie salsine, pita, moussaka, meze, spezie, olio di oliva e limone.

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Riguardo al budget la spesa piu grande va ai trasporti con un 225 euri di Milano-Atene con scalo, un centone a testa di affitto macchina e una media di 8 – 10 euri di camping a cranio, contro i carissimi campeggi della Corsica.

Vi lasciamo al vostro cupo settembre ricordandovi che Fruhling non è solo un blog di viaggi fai da te no alpitour, con i suoi tour incoscienti in autostop in Cile o Argentina, i puttan tour in Tailandia, le aragoste a 5 eurini a Cuba e le vie del Marocco: ma anche e soprattutto un punto di riferimento MONDIALE per ciò che riguarda il cucito do it yourself: per la gioia di grandi e Pacciani, seguite i nostri tutorial qui!

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Comments
4 Responses to “Grecia fai da te: 14 giorni terramarique tra Atene e la Macedonia”
  1. Valentina Medda ha detto:

    […] Ma parliamo di ellenici onanismi euclidei?

  2. Alice ha detto:

    Altro che reazioni esagerate alle lotte feline…. le tue erano urla di terrore!!! che pena santoddí !! Ah ah ah ❤️. Mi hai fatto venire la saudade con sto articolone… Ciaone

  3. dap ha detto:

    mi ritorni in mente…. 😊

  4. Dadda Tiziana ha detto:

    Sempre tutto bello…..queste sono vacanze “dure” ma è così che si vede meglio e di tutto. Grazie

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