Pol Pot e l’utopia di un criminale nella Cambogia dei Khmer rossi

Dopo due giorni a Phnom Phen, non è più possibile rimandare l’incontro temuto con la storia più cruente, e la terza giornata a Phnom Pehn è interamente dedicata ad un’immersione nel terribile passato cambogiano. L’orrendo baratro in cui sprofondò il Paese negli anni settanta è tutt’ora tangibile nella sofferta visita dei campi di lavoro e sterminio creati dai Khmer rossi una volta giunti al potere. Quello che si rivelò essere uno dei regimi più crudeli e brutali che l’umanità abbia mai sfornato piegò la Nazione a tal punto da decimarne un terzo in meno di 3 anni. Ma procediamo con calma.

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Il 30 aprile 1970 l’esercito di Stati Uniti e Vietnam del sud invasero la Cambogia con l’obiettivo di snidare le migliaia di vietcong sovversivi che avevano fatto della Nazione limitrofa una base d’attacco, ma l’esiguo esercito cambogiano non aveva mezzi e strumenti per opporre alcuna resistenza. Così le truppe vietnamite con l’appoggio dei Khmer rossi – che negarono sempre questo subdolo accordo con il nemico – occuparono quasi la metà del Paese: tra le varie umiliazioni, il saccheggio barbaro dei templi di Angkor. Nei 3 anni successivi, finchè nel 1973 il Congresso ordinò di porre fine ai bombardamenti, la Cambogia subì ingenti perdite sotto i bombardamenti dei B52 americani, che provocarono migliaia di profughi e morti. La guerra civile si protrasse fino al 1975, decimando la popolazione civile e costringendo migliaia di contadini ad abbandonare le campagne: a questo si univa una forte insofferenza popolare nei confronti del governo di Lon Nol, invischiato in un sistema di corruzione senza precedenti. In questo clima di delirio collettivo, l’allora Primo Ministro del Paese maturò un’utopia comunista di matrice leninista, fomentò la popolazione rurale e si mise a capo della corrente rivoluzionaria capitanando il Partito Rivoluzionario del Popolo Khmer. Così, quando nel 1973 gli Stati Uniti lasciarono il Vietnam ed i Vietcong lasciarono la Cambogia, i Khmer Rossi continuarono a combattere monopolizzando il Paese. Nei 3 anni a seguire, Pol Pot iniziò a varare delle radicali riforme comuniste, denominando il processo “Super grande balzo in avanti”, ispirandosi alle politiche maoiste e maturando la convinzione che l’unico modo per risollevare la situazione fosse ripartire da zero. Quando i Khmer Rossi marciarono sulla capitale il 17 aprile 1975, evacuarono i cittadini dalle città verso la campagna, dove vennero costretti a raggiungere fattorie comuni.

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La proprietà venne collettivizzata, migliaia di politici e burocrati vennero uccisi, mentre Phnom Penh veniva trasformata in una città fantasma dove molti morivano di fame, malattie o perché giustiziati. Venivano perseguitate e uccise tutte le persone non iscritte al Partito che avessero un’istruzione, e anche il solo fatto di portare gli occhiali o di essere in possesso di matite erano motivi sufficienti per essere additati come intellettuali e quindi come nemici del popolo. La Cambogia venne cosparsa di mine antiuomo, che Pol Pot lodava come ‘soldati perfetti’, e nel giro di poche settimane furono distrutti tutti i simboli della civiltà: ospedali, biblioteche, scuole, elettrodomestici.

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Pol Pot fu diretto ispiratore e responsabile della tortura e del massacro di circa un milione e mezzo di persone (compresi bambini, donne e anziani), a cui vanno aggiunti centinaia di migliaia di morti a causa del lavoro forzato e della malnutrizione. Si diffuse il cannibalismo ed aumentò esponenzialmente il numero dei suicidi. In totale, oltre il 30% della popolazione cambogiana perse la vita nel periodo tra il 1975 e il 1979 in quello che è noto come genocidio cambogiano. Un fratricidio senza pari, in nome di un’utopia delirante, il cui responsabile diretto morì nel 1998 probabilmente per cause naturali, senza essere mai chiamato a rispondere dei suoi crimini.

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A Phnom Pehn è possibile visitare due luoghi simbolo di quel delirio che risucchiò un’intera nazione, ovvero il Museo Tuol Sleng ed i campi di sterminio di Choeung Ek. Il primo, noto anche come S21 fu un carcere di sicurezza che diventò il  principale centro di detenzione e tortura del Paese. Si trattava di una scuola superiore occupata dai Khmer rossi, dove gessetti e lavagne nere accompagnano in modo macabro e terribile chiazze di sangue tutt’ora visibili sul pavimento. Nelle sale del museo si susseguono foto ed illustrazioni delle molteplici torture a cui vennero sottoposti i prigionieri: fra le più inimmaginabili, scariche di elettroshock, dita mozzate, unghie strappate, detenuti costretti a mangiare i propri escrementi.

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Spesso la ferocia dei Khmer rossi si attuava uccidendo le persone a bastonate, badilate, colpi di zappa e armi da taglio, per evitare lo “spreco” di pallottole. Tutto veniva documentato dagli aguzzini, che fotografavano i detenuti dal giorno del loro ingresso: a partire dal 1977 la S21 arrivò a contare una media di 100 vittime al giorno: quando l’esercito vietnamita liberò Phnom Pehn due anni dopo trovò ancora in vita solo sette prigionieri, che si erano salvati grazie alle loro abilità di pittori, traduttori o meccanici. All’ingresso, Bou Meng, uno dei 7 sopravvissuti dell’S21 firma copie della sua autobiografia con aria affranta.

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Le celle di tortura con i letti arrugginiti, le foto in bianco e nero di cadaveri di ogni età, i ritratti sorridenti di bimbi innocenti nel giorno del loro ingresso all’inferno fanno di Tuol Sleng un luogo sconvolgente.

Da lì abbiamo agganciato 3 australiani con cui abbiamo condiviso un tuk tuk per raggiungere i campi di sterminio: un cimitero cinese fuori città è stata la meta finale di 17.000 prigionieri che tra il 1975 ed il 1978 furono deportati con camion dalla S-21, con la promessa di iniziare una nuova vita dopo mesi di terribili sevizie. In realtà, appena varcate le porte di quest’area verde abbandonata, venivano uccisi nei modi più barbari. La musica risuonava ininterrottamente, diffondendo gli inni del regime che di giorno accompagnavano l’estenuante lavoro nei campi circostanti, e di notte coprivano le urla dei condannati, mai risparmiati con un colpo di pistola, ma posizionati in fila dinnanzi a fosse comuni in modo che cadessero direttamente nelle buche in seguito ad un colpo inferto da un banalissimo arnese da lavoro: un martello, una zappa, un bastone, ma anche un ramo di palma da zucchero, i cui lembi appuntiti sono in grado di decapitare un uomo.

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Tra le testimonianze più agghiaccianti, l’albero della morte, oggi cosparso di braccialetti colorati, in memoria di quei bimbi presi per i piedi e gettati contro un albero per frantumare loro il cranio. Sono circa 130 le fosse che racchiude quest’area: di queste solo una cinquantina sono state analizzate, e negli anni ’80 sono stati trovati quasi 9.000 cadaveri, bendati e legati. A occhio nudo sono tutt’ora visibili nel terreno lembi di vestiti, denti ed ossa: la stridente serenità di questo luogo circondato da risaie e contornato da splendidi alberi intrecciati è un pugno nello stomaco con il suo silenzio assordante e l’atmosfera irrespirabile.

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Al centro, una stupa commemorativa eretta nel 1988 ospita i crani recuperati nelle fosse e classificati in base all’ultima tortura che strappò loro il respiro. Tra loro, i due fratelli di Pol Pot, che all’apice del delirio non risparmiò nessun nemico della Rivoluzione, come definiva gli oppositori.

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Vicino ai bagni, una cucciolata di sei cagnolini di poche settimane: l’unico spiraglio di vita che si respira qua dentro.

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Il processo contro i diretti responsabili ebbe inizio solo nel 2009, quando i pochi Khmer rossi sopravvissuti sfioravano ormai i 90 anni: chissà se l’Alzheimer che ha scagionato Ieng Thirith, una dei mandatari accusati di crimini contro l’umanità, ha cancellato i ricordi di quanto commesso durante il terribile sterminio.

Volontariato & Associazioni

Il faticoso cammino intrapreso dalla Cambogia per rinascere dalle macerie del brutale regime dei Khmer rossi subisce costanti spinte di assestamento da più fronti. Resta un dato di fatto che la povertà in cui riversa tutt’oggi il Paese sia la ragione alla base di una percentuale di sfruttamento minorile ancora altissima. Gli abusi sui minori sono spesso incentivati dalle stesse famiglie: le ONG hanno ottenuto discreti risultati in merito alla lotta contro la pedofilia spesso occidentale e la prostituzione, ma sradicare tradizioni locali (tra cui quella terribile che sostiene che avere rapporti con una ragazza vergine aumenti la virilità) costituisce un notevole scoglio.

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‘Children aren’t a tourist attraction’ recitano i volantini di thinkchildsafe.org, che promuove campagne di sensibilizzazione mettendo l’accento sul turismo responsabile. Altre organizzazioni no profit cercano di offrire formazione e la speranza di un futuro migliore ai più giovani: tra queste, sono entrata in contatto con Cambodian Children’s Fund che dal 2004 offre assistenza alle comunità più disagiate, prendendosi cura di oltre 2.000 bimbi. NGO Khmer New Generation Organization a Battambang insegna ai bambini professioni artigianali come lavorare il legno; navigando leggo che Repubblica parlava di un Ristorante dei bambini di strada a Phnom Pehn, ma a parte questo altro articolo risalente al 2013 in cui viene specificato un IBAN di sostegno, non so molto altro, mentre l’Huffington Post segnalava le seguenti associazioni: Chab DaiChildren’s Improvement OrganizationKids At Risk CambodiaKids at Risk Cambodia, e The Spitler School Foundation, una scuola fondata da una coppia di turisti, che offre ogni anno formazione gratuita ad oltre 1000 bimbi. Naturalmente è d’obbligo raccogliere tutte le informazioni del caso prima di sostenere un’associazione: la situazione del Paese è davvero delicata, ed il giornale locale ha di recente reso nota la situazione di abusi e violenze perpetrate anche all’interno di orfanatrofi (vai all’articolo).

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