Cambogia fai da te: 8 giorni on the road tra storia e mangrovie

“Fai buon viaggio e portaci tanti racconti” è l’augurio più bello che abbia mai sentito rivolgere a qualcuno che fosse in procinto di partire. Se questa frase fosse stata detta a me, dubito che a ‘sto giro avrei deluso le aspettative. Perché quello che ho portato a casa con me dopo 18 giorni in Asia sono le numerose storie che hanno popolato ogni singolo, intensissimo giorno, stipate negli 8 chili di bagaglio a mano concessi dalla Etihad, accanto a indumenti stropicciati, conchiglie ancora insabbiate, miso liofilizzato, cappelli di bambù intrecciato e manifesti della propaganda vietnamita.

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Dopo il mio viaggio fai da te in Asia, era da tanto che volevo far ritorno nel Sud-est asiatico, ma che ci vuoi fare, cose della vita che vanno prese un po’ così mi hanno portato da tutt’altra parte del mondo (leggasi: Cile, Argentina, Grecia, Marocco, ma anche plurimi tour in madre Patria, tra scorrazzate in BlaBlaCar e transiberiana lungo lo Stivale feat. Trenitalia).

Era da parecchio che temporeggiavo, quando un bel giorno di dicembre, ci si decise per prenotare un Alitalia Milano-Bangkok in offertonissima (480 euri andata/ritorno, con scalo a Abu Dhabi), e da lì avrei valutato il da farsi, dato che, è risaputo, tanto viaggio a caso, quanto cucio a caso, come dichiaravo in quest’intervista rilasciata per Radio Frequenza Madrid, città dove vivo da quasi un decennio (e accattatevilla la maxi guida di Madrid, no?), nonostante la crisi del settimo anno sia sopraggiunta già al secondo, tipo.

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Ecco quindi l’approdo alle ore 18 del 31 gennaio, nei 34 gradi di una Bangkok dove il sole era già tramontato, senza per questo placare i clacson impazziti del traffico più delirante del pianeta. Dall’aeroporto principale Suvarnabhumi si può raggiungere il centro in treno Rail Link (90 bath) e dal capolinea prendere un taxi che per 400 bath vi condurrà verso Kahosan Road, un vero postaccio – o pustass, che in dialetto lodigiano rende meglio – con i suoi baracci, gli australiani ubriachi, la musica assordante, i chupiti slavati e le bancarelle di ogni tipo. E’ però la zona dove si possono trovare sistemazioni economiche, oltre a godere di una posizione centrale perfetta per chi voglia visitare la capitale tailandese a piedi: senza contare che il tragitto dall’aeroporto al centro, leggasi 7 km percorsi in un’ora, è un perfetto assaggio del caos asiatico da cui la capitalona è intrisa.

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Noi si pernottò all’arrivo presso il Thara House per 9 euro e la notte precedente alla partenza presso il Lucky House per 5 euri: ma tra il rumore del primo nonostante la stanza fosse al quinto piano (ovviamente senza ascensore) e gli scarafaggi nel letto e nella doccia del secondo, vi consigliamo di investire un paio di dollari in più per salvare sciatica e prostata – che i 20 anni son lontani.

A mio parere la zona più carina è Rambrutti Road, a due minuti da Kahosan, pochi metri sufficienti per allontanarsi dalla musica maranza sparata nell’etere: il primo è un posto più fricchettone, con manzi sfatti che bivaccano presso il celebre Gecko Bar, mentre il secondo è l’habitat di pasticcomani che l’anno prima erano a Ibiza e quello precedente a Rimini. A Rambrutti ho preso nota dei seguenti hotel: Merry V. Guest House che è anche una panetteria dove sfornano plumcake al mango da svenimento, My House Restaurant, Green Guest House e Rambrutti Village.

Ma lasciamo quel bordello a cielo aperto di Bangkok per iniziare l’avventura.

Thailandia > Cambogia on the road

Il primo febbraio inizia all’alba con un bus diretto alla stazione nord di Monchit di Bangkok dove ci raccatta un autobus sgangheratissimo per Siem Reap. I blog vari vi forniranno informazioni discordanti sugli spostamenti, alcuni sostengono che ci sia un bus ogni ora, ma… achtung baby! Solo fruhling detiene la verità suprema e ve la svela in questa foto pixelata a sgamo.

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In vista di 5 ore di bus e poi chissà mi rifocillo con un buon sacchetto di risotto bianco al peperoncino per colazione. Per 209 Bath un bus locale con il pavimento in legno ed il soffitto in lamiera vi porterà a Aranyaprathet, l’ultima città tailandese sul confine: di quel viaggio ricordo un autista impazzito tra impennate e sputi fuori dal finestrino, la maleducazione di un turista russo che tutto scosciato regolava i bocchettoni dell’aria condizionata con l’alluce dinnanzi alla compostezza schifata del suo vicino di viaggio locale, mentre fuori sfrecciano mangrovie annodate, baracchini che cuociono polli fucsia ed altarini votivi con le zebre di plastica.
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Da Aranyaprathet raggiungerete a piedi la Cambogia camminando per una ventina di minuti insieme a carretti di merci ed animali, trainati e/o spinti da lavoratori locali, passerete sotto l’insegna Kingdom of Cambodia tra mendicanti e salamandre spiaccicate e litigherete con gli agenti di frontiera, che vorranno spillarvi 100 bath di mancia insieme al visto che ufficialmente costa 30 dollari.

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Dopo essere cacciati in malo modo con tanto di passaporto lanciatovi addosso di fronte al vostro rifiuto testardo di pagare la tangente (tratto da una storia vera), prenderete un autobus gratuito fino alla stazione e da lì un altro bus che da Poipet vi porterà a Siem Reap. La frontiera chiude alle 19 quindi meglio muoversi alle prime ore del giorno, onde evitare di trascorrere una nottata nell’insignificante cittadina cambogiana sul confine, con i suoi squallidi casinò. Nonostante la levataccia, noi non si arrivò comunque abbastanza presto per poter prendere l’ultimo bus diretto alla meta finale, e con una dozzina di altra gente ci imbarchiamo su un minibus che per 10 dollari raggiunge Siem Reap in 3 ore. E’ notte fonda, non ho dove stare ma tra cul de sac in tuk tuk e bot de cul trovo una stanza presso SR Pub Hotel per 7 euro: piccolo giro in città, profondamente sconsigliata in quanto siparietto per accontentare i turisti occidentali, con la sua Street Bar ed il suo Night market che è tutto un tintinnio di cianfrusaglie, musica di pessimo gusto ed estenuanti contrattazioni.

Siem Reap

Il giorno dopo di buon ora noleggiamo per due dollari una bici in uno dei tanti centri massaggi equivoci, e via alla volta del sito archeologico Angkor Wat, che dista circa 8 km. La strada è tutta dritta e tra il traffico caoticissimo sfrecciamo tra clacson ed inversioni ad minchiam attraverso mercati di frutta e uova di qualsiasi dimensione e colore, un ospedale per bambini il cui ingresso è gremito di mamme che risucchiano noodles bollenti ed un tempio, o Wat come si dice da ‘ste parti, color azzurro cielo di cui non ho scoperto il nome: man mano si allontana la città, si arriva ad una stradina che costeggia mangrovie e distese di verde, popolata esclusivamente da famigliole locali che vendono batik dipinti a mano nelle loro case di lamiera.

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Arriviamo all’ingresso del celebre complesso Angkor Wat ed al posto di blocco… scopriamo che era necessario munirsi di biglietto 5 km prima. Il pulotto, da buon cambogiano, si offre di accompagnarmi in moto per 4 dollari, ma declino l’invito, faccio pure io inversione a U con tanto di impennata e ci perdiamo in un villaggio locale, tra bimbi che salutano senza tregua, pentoloni che borbottano zuppone multicolor, fili della luce aggrovigliati ad altezza uomo e la paura di calpestare qualche mina anti-uomo, di cui il circuito meno battuto è ahimè pieno.

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Per pranzo buonissimi noodle con frutti di mare accompagnati da mezzo litro di milkshake di avocado e latte di mandorla che cara Marcuzzi, flora intestinale ciaone altro che activia.

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La sera stessa confermiamo la bici per il giorno dopo, regalando gioie e sorrisi alla trava del centro massaggi.

Angkor Wat

E poi finalmente tu: dopo un altro slalom in sella alla bici, dove ognuno è impegnato a sgattaiolare veloce per farsi strada, eccoci alle porte del tempio khmer fatto costruire dal re Suryavarman II nel 1150.

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Oggi è il più grande monumento religioso del mondo, e forse non tutti sanno che – io nemmeno, prima di sbirrarlo su wikipedia – fu originariamente concepito come un tempio indù, salvo poi essere gradualmente trasformato in un tempio buddista verso la fine del XII secolo; Angor Wat è il simbolo della Cambogia, tanto che appare sulla bandiera nazionale ed è oggi il luogo del Paese più visitato dai turisti. Si tratta di un tempio-montagna, la cui grandiosità lascia a bocca aperta almeno quanto i dettagliatissimi bassorilievi che popolano ogni singola superficie.

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La Cambogia moderna è l’erede del potente impero khmer che durante il periodo di Angkor governava su infiniti territori che corrispondono agli attuali Laos, Vietnam e Thailandia, ed il monumentale complesso di Angkor che ne esprime al meglio i fasti, è ora tornato ad essere una delle attrazioni più gettonate del Sud-est asiatico dopo decenni di oblio dovuti alla terribile guerra civile che ha colpito il Paese (mò ci arrivo, fans impazienti). I centinaia di templi rimasti e oggigiorno visitabili grazie a un daily pass di 20 dollaroni non sono che lo scheletro rimasto di un impero rigoglioso che ai tempi del suo massimo splendore vantava oltre un milione di abitanti, ricoprendo una superficie di circa 400 km.

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Nel 1860 il sito venne scoperto dal francese Henri Mouhot che lo descrisse con queste parole: “…eretto da qualche antico Michelangelo…è più grandioso di qualsiasi cosa ci abbiano lasciato i greci o i romani, e contrasta tristemente con la situazione selvaggia in cui versa ora la nazione”. Tutti consigliano di visitare il complesso durante un minimo di 3 giorni, ma se bici-muniti e dotati di coscioni scolpite da anni di spinning e girelle motta, potrete dedicare un’intera giornata no stop come fece la vostra signorinella Fruhling, concentrandovi sul cosiddetto Piccolo Circuito (mentre il Grande abbraccia quasi 30 km), che vi permette di percorrere 18 km alla scoperta del complesso, iniziando per l’Angkor Wat e proseguono nella città fortificata di Angkor Thom, per poi scorrazzare tra Ta Keo, il Ta Prohm avvinghiato dalla giungla, il Banteay Kdei e il Prasat Kravan fino allo spettacolare Bayon con le sue 54 guglie goticheggianti sormontate da 216 faccioni che vi guardano sorridenti: sui quattro lati di tutte le torri del Bayon è stato infatti scolpito il viso di Lokeshvara, il bodhisattva grande compassionevole, che ha lo sguardo rivolto allo spettatore per individuare le sofferenze personali di ciascuno (mi pareva, infatti, che qualcuno mi stesse guardando il culo).

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DSC03868All’entrata, dribblate come manco Roby Baggio le varie guide che si offrono di accompagnarci, abbiamo superato il fossato d’acqua sopra il ponte dell’Arcobaleno che rappresenta il viaggio all’interno del cosmo per giungere dalla Terra alla dimora celeste. Ai lati del ponte accompagnano nel tragitto due rappresentazioni dei serpenti naga, che secondo la leggenda cambogiana sono i capostipiti della popolazione locale.

All’interno di Angkor i serpenti naga sono stati raffigurati con sette teste per rappresentare le sette razze presenti nella società naga che nella mitologia vengono associate ai colori dell’arcobaleno.

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Angkor Wat, con le sue sette cupole, significa “Città Tempio” ed è una rappresentazione simbolica del Monte Meru, il monte degli dei. Il percorso dal basso verso l’alto rappresenta un cammino spirituale dallo stato umano a quello divino. Per questo motivo il popolo aveva accesso solo alla parte bassa del tempio, mentre quello alle cupole era consentito solo ai sacerdoti ed agli appartenenti alla famiglia reale.

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Di quella giornata ricordo i faccioni scolpiti nella roccia, le fitte scalinate, gli ingressi alla città murata circondata da guerrieri in pietra ormai semi-decapitati, il fitto simbolismo di cui è impregnata la pietra, i vialoni di alberi intrecciati, le pause siga con le scimmiette dispettose che rubano i mandarini dallo zaino per sbucciarli con cura (tolgono addirittura i filetti bianchi), la pennica sotto una mangorovia gigante, la pausa pranzo sulla panchina di un monastero buddista con monaci di ogni età che ci raccontano in inglese la loro vita, gli ‘hello!’ dei bambini che vivono nei baracchini dove i genitori vendono qualsiasi tipo di souvenir ed intruglio, gli imbarazzanti selfie dei giappi e una caldazza notevole.

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Phnom Pehn

La sera stessa, dopo un massaggio presso il/la mio/a fidato/a noleggiatore/-trice di bici (purtroppo senza happy endind), un piattone di brodo bollente con gamberi e spezie chiamato tam yam e l’ultimo giro nella tristissima Street bar, partiamo alla volta della capitale: 7 ore di bus notturno in comodissimi sitting bed matrimoniali di amianto, preceduti da un momento rissaiolo che rientra a pieno titolo nell’elenco di cose che non dovrei raccontare a mia madre.

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In breve, in attesa del bus arriva accanto a noi una famigliuola piena zeppa di zaini e borse. Tra queste, tre borse di bambù ben sigillate che catturano la mia attenzione, dapprima perché coloratissime, poi perché si muovono… poi d’un tratto miagolano… aspetta no, forse abbaiano. Mi avvicino, e nei borsoni sono stipati cani, gatti e galli, che la famigliuola si appresta a cacciare in malo modo nella stiva insieme agli altri bagagli. Vado subito ad avvisare il conducente che un po’ finge di non capire, un po’ dice no no it’s all right, quando vedo che questi si dirigono verso il bagagliaio come nulla fosse. Ricordo allora il vecchio insegnamento della maestra Paola: quando non ti cagano di striscio, piangi, e giù di lacrimuccia abbinata a un po’ di sano pussy riot con frasi random del tipo I call the police, I won’t go, I stop the bus e blablabla. Nel frattempo uno dei gatti scappa ed il suo piccolo padroncino di circa 5 anni lo recupera per la coda e lo picchia sulla testa ricacciandolo nella sporta, mentre la madre ha già in mano ago e filo per ricucire il nascondiglio, ormai sotto gli occhi di tutti più per le mie sfuriate.  Spazientito, l’autista obbliga la famiglia a lasciare cani e gatti ad un parente che li aveva accompagnati in stazione, mentre i galli finiscono nel bagagliaio che tanto mica sono animali, signorina…

Alle 7 di mattina un risveglio tipo camerata con tanto di pugni sui cuscini ci avvisa che siamo giunti a Phnom Pehn, dove i bar sono già gremiti di uomini di ogni età che fanno colazione con caffè lunghissimi e pieni di ghiaccio, dinnanzi a bacinelle zeppe di lime tagliato a metà; qualcuno già risucchia dei noodle speziati, mentre il traffico riprende a bollire sul cemento. Dedico alla scoperta della capitale 4 giorni full, pernottando per 5 euri a notte presso il Good Morning Guesthouse: bagno in camera, zero finestre, barettino con le sedie più comode del mondo ed una reception che si dice disponibile 24 ore su 24.

Peccato che entrando in ostello dopo la mezzanotte, i 3 receptionisti dormano per terra coperti da una zanzariera giusto di fronte alla porta di ingresso, e tocca scavalcarli al buio. Uno dei tanti emblemi di una delle città più sconvolgenti e controverse che abbia visitato in vita mia, l’unica capace di essere affascinante ed opprimente allo stesso tempo.

Della capitale cambogiana ricordo i km macinati sotto il sole tra le incessanti proposte di tuk tuk ad ogni metro, i zig zag dribblati tra motorini impazziti e strade roventi, le montagne di pattumiera brulicanti di topi ed insetti di ogni tipo, le prove del Capodanno cinese con i dragoni colorati, le intere famiglie che bivaccano per terra, e personaggi assurdi che ancora non ho capito se fossero indigenti o senzatetto o semplici cittadini seduti per terra a fumare o sorseggiare un caffè. ll trauma supremo delle prime ore sono state le gabbie stracolme di uccellini stipati che venivano liberati solo in seguito al pagamento di un dollaro: la povertà fatta sadismo sul marciapiede che costeggia il fiume Mekong.

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Qua e là ci si trova immersi in vere oasi di pace, varcando le soglie dei numerosi wat che costellano il centro cittadino, con i loro immensi buddah, gli uccellini che cinguettano come manco Gigliola, monaci di ogni età che stendono al sole le loro tuniche arancioni ed anziane signore che intrecciano fiori di loto. Tra i templi, segnaliamo Wat Sarawan, Wat Botum, Wat Phnom, Wat Ko, Wat Ounalom, Wat Than, Wat Moha Montrei e chissà quanti altri che non ho annotato poiché impegnata a giocare con i bimbi o a schivare scarrafoni. Il più celebre rimane Phnom Wat con le sue scalinate e le offerte votive a buddah e leoni: fiori, frutta ma anche uova e pezzi di pancetta, mentre i bimbi chiedono elemosina forzando colpi di tosse quando si avvicina un turista.

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Sull’imbrunire, davanti al palazzo reale l’arancione del cielo inquinato si confonde con le tuniche dei monaci di tutte le etè che cazzeggiano in cerca di selfie e svago.

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Un altro scorcio autentico della città è offerto dai numerosi mercati dove i locali acquistano beni di prima necessità: oltre ai più celebri Night Market, Psar Thmei e Russian Market, dove i turisti fanno scorta di frutti esotici, per la città spuntano come funghi bancarelle ambulanti di brodaglie, granchi dalle chele blu, pennuti tramortiti, tocchi di carne pieni di mosche, larve ed intrugli, in una poltiglia di budella e liquidi di ogni tipo che sguazza al suolo: sono tutto fuorché schizzinosa, ma a sto giro only the brave, amigos.

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Tra i must della Capitale, il Museo Nazionale che racchiude nei suoi quattro padiglioni adiacenti ad un grazioso giardinetto vere chicche di inestimabile valore, ma danno enorme rabbia le cacche di piccioni, che svolazzano allegramente nelle sale imbrattando statue risalenti all’impero khmer.

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Un tour turistico che si rispetti non potrà tralasciare il Palazzo Reale con  suoi magnifici giardini, la sala del trono e la pagoda d’argento, uno sberluccicare di opulenza il cui suolo è rivestito da 5.000 piastrelle preziose, su cui troneggia un buddah di smeraldo, in buona compagnia di un buddah dorato tempestato da oltre 9.500 diamanti. Molte parti sono chiuse al pubblico, poiché vi risiede la famiglia reale, e non potrete entrare in canotta e pantaloncini, nè con parei arrotolati per nascondere le membra ignude. La sera potrete riposare nel giardino antistante il Monumento dell’Indipendenza, senza dimenticare una tappa alla Biblioteca Nazionale, una foto ricordo davanti alla cattedrale di Notre Damme ed una sbirciata all’antica stazione ferroviaria.

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Non contenti dei 25 km macinati in media ogni giorno, una sera il richiamo dell’oltreponte fu irresistibile, ed eccoci ad attraversare il ponte Mekong tra vertigini e luci all’orizzonte, mentre i poliziotti vigilavano con walkie talkie il nostro passaggio nel sottoscala buio, per un effetto assicurato Rogoredo-dopo-le-23. Dall’alto, bidonville con bimbi in tinozze, tetti di alluminio e galline strozzate. Approdiamo in Keo Chanda street dove in realtà ben poco ci attende, ad eccezione di un minimarket in cui compro una confezione di assorbenti, che il commesso rinchiude frettolosamente in un sacchetto nero a parte: privacy o tabù?

DSC04165DSC04167Sulla strada del ritorno vorremmo cenare presso uno di quei postacci in cui per una manciata di riel ti cuoci tu verdure e pesci su un padellone di ghisa, ma provano tutti a fare i furbetti (del tipo, il manifesto recita ‘menù completo 8.000 riel’, ovvero meno di 2 euro, ma per noi diventa improvvisamente 6 dollari), e ci si regala un pasto fighetto con vista lungofiume nel sontuoso Bopha Titanic, un ristorantone galleggiante a lume di candela, nel cui cesso faccio più foto che nei templi di Angkor Wat.

DSC04173 Il caldo asfissiante e soprattutto i chilometri macinati ogni giorno tra il traffico delirante con tanto di automobili che sorpassano sui marciapiedi, ci relegano ad una parca vita nottura, anch’essa all’insegna dell’improvvisazione: cammina che ti cammina, una sera arriviamo al NagaWorld Casino, un posto surreale tra minorenni sculettanti che ballano su un palco tristissimo e slot machines, ed un’altra ci si ritrova a La Maison, un vecchio edificio semi abbandonato dove ci sono esposizioni e musica dal vivo.

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Dopo due giorni a Phnom Phen, non è più possibile rimandare l’incontro temuto con la storia più cruente, e la terza giornata a Phnom Pehn è interamente dedicata ad un’immersione nel terribile passato cambogiano.

Vai all’approfondimento: Pol Pot ed i Khmer Rossi

Eat&Drink

Tra le specialità cambogiane si annoverano pescioni di fiume cucinati con citronella e latte di cocco e ripieni di bambù ed erbe amare, prahoc (pasta di pesce fermentato), kytew (zuppa di riso, che è poi l’ingrediente base della cucina locale), bobor (porridge di riso), lok lak (manzo saltato con verdure e spezie), kuy teav intriso di brodo di maiale, curry a profusione ed animali fritti di ogni dimensione, dalle rane alle cavallette, e – chetelodicoaffà- noodle di ogni tipo. In pratica, tutto quello che potrete risucchiare aiutati da bacchette, venduto per pochi spiccioli (nonostante la crestina) in cartocci e/o in sacchetti di plastica presso i vari baracchini disseminati nella città.

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Tra i ristoranti, segnalo tutti quelli solidali che raccolgono fondi destinati a varie iniziative per offrire ai giovani l’opportunità di imparare una professione. Io mi sparai un hamburger di tofu presso Friends (anche se so bene che lui non apprezzerebbe la mia scelta simil-vegana), ma la Lonely riporta anche Le Lotus Blanc che raccoglie fondi per i bimbi che vivono nella discarica di Stung Meanchey; Romdeng e Mekong Blue che danno supporto alle ragazze madri in difficoltà, ed Epic Arts Café, che assiste i sordi e promuove attività culturali per disabili.

Alla Cambogia ho dedicato 8 giorni: il viaggione in Asia è poi proseguito rigorosamente via terra fino a raggiungere il Vietnam Queridos fans, restate sintonizzati per la prossima puntata!

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Comments
4 Responses to “Cambogia fai da te: 8 giorni on the road tra storia e mangrovie”
  1. Cristina ha detto:

    Cara Simona, grazie per aver apprezzato il mio racconto sulla Cambogia, ma se il mio è splendido (sei stata troppo buona), il tuo è mille volte di più. Scrivi in modo schietto, simpaticissimo, scorrevole però riesci anche con grade efficacia e precisione a fornire il quadro politico e sociale del paese, senza annoiare, anzi, in modo molto interessante. Al tuo confronto, il mio povero diario è triste come l’elenco telefonico… Complimenti, davvero, e tanti 🙂

  2. Annalisa Vertemati ha detto:

    Complimenti, davvero un bellissimo articolo. Quoto Cristina in tutti i complimenti.
    Noi partiremo il 21/12 con atterraggio a Bangkok e direzione Cambogia per 3 settimane e devo dire che leggere le tue impressiono mi ha fatto venire ancora più voglia di visitare questo intrigante Paese!!
    Qualche consiglio pratico sui must da avere nello zaino?
    Grazie mille!! 😀

    • Frühling ha detto:

      Carissima, che bello leggere le tue parole, MIAO!
      Per quanto riguarda l’equipaggiamento, ti consiglio tranquillamente di portare capi estivi, ma almeno una felpa pesante per gli spostamenti in autobus: le temperature che sfiorano a volte sono da polo nord. Per il resto, ti direi di muoverti il più possibile in bici, soprattutto per raggiungere i templi di Ankor Wat dalla città:superati i primi 5 minuti da panico per il traffico folle potrai fermarti dove vuoi tra mercatini, templi fuori dalla rotta turistica, asili dove scambiare saluti e sorrisi coi bimbi che giocano in cortile, famigliole che dipingono batik e scimmiette dispettose (occhio allo zaino sono tremende!). Mi raccomando, attendo il tuo resoconto:) Un abbraccione

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