Vietnam fai da te: benvenuti al sud (dell’Indocina)

Se partire è un po’ morire, tornare è un po’ mortacci. Per questo il vostro Fruhling preferito ha escogitato una tecnica infallibile, ovverosia conclude sempre una vacanza con un’altra vacanza. Così, quando due anni fa ad una vacanzona a Cuba, era seguito un weekend lungo in Turchia, e l’inverno scorso al tour in Cile aveva fatto seguito un volo per l’Argentina, a sto giro dopo 8 giorni in Cambogia abbiamo ben pensato di fare fagotti e fagottini e proseguire alla scoperta dell’Asia.

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I fanz più attenti ricorderanno quel mitico tour fai da te che nel 2014 portò le nostre reverende chiappe in Cina-Thailandia-Hong Kong, ma a sto giro – complici i trasporti locali ad minchiam, come diceva Catullo – si è tirato dritto verso il confine.

Pronti a scoprire il Vietnam in compagnia del vostro blog di cucito preferito? Già perche Fruhling nasce, muore e risorge come contenitore di tutorial tragicomici che permettono a provette sarte di altri tempi da un lato di creare nuove criescions come questa canotta a triangolo, queste gonne da capogiro o questo abito a peplum; dall’altro di tabozzare grembiulini di gitane obese, manipolare le canotte del papà ancora macchiate di sugo, frugare nella basura per ricavare abitelli a modino per il cenone di Capodanno, hipsterizzare i pigiami dell’ex, de-suorizzare tuniche da figlia di Maria o trasformare una gonna di lana in un’anguria (le scrittine in corsivo sono link su cui cliccare per vedere altri articoli. Sta cosa spero di doverla dire solo per mia mamma). Insomma noi crediamo nel riciclo creativo e siamo taccagni, il mix perfetto per un armadio invidiabile anche dalle star del Coachella, come abbiamo visto qui.

Ma la notizia più bella del mondo è che -udite, udite- tutto ciò è in vendita, rigorosamente in nero; basterà visitare questa sezione, mandare un’email a fruhlingdesign@gmail.com indicando la vostra personale rivisitazione delle noiosissime 90-60-90, frugare nella sacoccia cucita nella mutanda, raccattare qualche dollarone e farmi un grasso bonifico (e se beccate in giro la Guardia di Finanza fate spallucce o date la colpa a Alice). Grazie alle vostre donazioni posso continuare a viaggiare regalandovi racconti unici ed emozionanti: non che a me piaccia particolarmente farmi sti sbattimenti in giro per il mondo, ma poi mi chiedo cosa leggereste in ufficio facendo finta di lavorare mentre il capocchia passa tra i tavoli, e mi rendo conto di non potervi abbandonare così, come un pacco per il mondo come strillava Marco Masini.

Ma ora ciancio alle bande, proseguiamo il nostro viaggione. Ci trovavamo a Phnom Pehn, capitale bislacca  e piena di contraddizioni, quando un autobus della compagnia Kumho Samco partiva alle 8 di mattina dal Good Morning Guest House, dopo un’abbondante colazione del campione a base di un panino vuoto servito con un cucchiaino ed un piattone di frutta esotica fluo (il mio frutto preferito ever è il Dragon Fruit o Pitaya senza se e senza ma. Nella foto, il fuscione che poi sa di kiwi e dentro è bianco con i semini neri. Gnam!)

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Il tragitto costa 9 dollari, ed impiega 6 ore per raggiungere Oh Chi Minh; dal finestrino il paesaggio cambia chilometro dopo chilometro, abbandonando la lugubre periferia cambogiana per passare di fronte a villaggi locali limitrofi alla capitale Phnom Pehn, con i loro mercati improvvisati per terra, i cavi elettrici attorcigliati, le case di lamiera rialzate dal terriccio, gli animali semitramortiti alle bancarelle..

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Dirigendoci verso il confine iniziano le risaie e le distese di verde, si diradano i nuclei abitati ed il paesaggio scopre i colori, abbandonando man mano la cappa di smog che schiaccia l’orizzonte, per esplodere in fronde e palmeti.

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Durante il tragitto, mezz’ora di sosta in un autogrill locale dove spuntano i primi pseudo-panini: ci sono sleppe infornate che paiono pizzette, non so se sogno o son desta, ma nel dubbio di un miraggio di carboidrati mi avvento all’acquisto, salvo trovarmi a masticare poltiglia dolciastra e poco cotta. Rimane comunque la prima cosa pseudo-solida che rumino dopo 10 giorni di noodles e pappette brodose con radici galleggianti, e mi sento la bambina con i dentoni delle pubblicità del Mulino Bianco mentre addenta un tegolino. Nei bagni pubblici asiatici segnaliamo vasche di acqua con padellini per supplire l’assenza di sciacquoni o manopole. In realtà il concetto non è poi anti-igienico, se non fosse che le vasche sono comunicanti con il vicino, e vai tu a sapere se per caso non ti capita un compagno di meringhe con le chiappe ammmollo, che già che c’è si spara pure un bel bidet regale.

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Giunti al confine è necessario cambiare l’autobus dopo il controllo di valigie e passaporti: io e il mio compagno di viaggi on the road siamo gli unici due esseri viventi non asiatici, i nostri nomi sui passaporti destano qualche risatina, ma l’avvenimento top della traversata è una ragazza rotondetta che ci vede da lontano e corre all’impazzata verso di noi per scattare un selfie, anche un po’ scorbutica se dobbiamo dirla tutta. Sono stanca marcia di sta gente che mi scambia per Charlize Theron, la mia vita sta diventando un incubo.

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Altro bus, altro giro, con famiglie allargate di autoctoni che masticano semi di girasole e risi colorati a vapore sigillati in sacchetti di plastica, mentre la mini-tele alterna gli amici della Maria locale a film in cui si menano alla grande, catalizzando l’attenzione degli under 10 a bordo.

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Temevo di visitare due paesi limitrofi e come tali molto simili, ma le differenze sono evidentissime subito dopo aver valicato il confine: in terra vietnamita gli edifici sono stretti e su più piani, ogni parete è coloratissima, sui motorini sfrecciano al massimo tre persone e non più la sagrada familia cambogiana costituita da mamma-papà-nonna-5 figli-3 casse d’acqua-la gabbia di galline e 25 ananas. Noto decisamente meno pattume, chè scomodare termini quali pulizia sarebbe eccessivo, ma soprattutto è tutto un tripudio di bandiere: stelle, falci e martelli sventolano su ogni finestra di edifici pubblici e privati ed addobbano ponti e pali della luce. Entrando in Hồ Chí Minh (il cui nome completo in vietnamita è Thành phố Hồ Chí Minh) la prima cosa che noto sono i manifesti multicolor di propaganda che ricoprono le facciate di scuole, banche e case. E rifletto su quanto la storia dei due Paesi limitrofi sia distante millemiglia.

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Mentre la Cambogia negli anni Settanta uccideva i propri figli e fratelli nel terribile genocidio durante gli anni di Pol Pot, il vicino Vietnam opponeva resistenza agli americani.

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A Ho Chi Minh mi assale un pensiero che quando ero più giovane era assai frequente, ma poi che vuoi, anni di maturità, malinconoia e somatoline, si è andato diradando assieme a spensieratezza e speranza. Ebbene, la frenesia del traffico, il modo di vivere la strada, la vitalità che si respira… ed è un attimo pensare a Come vorrei vivere qui, anzi lo dico pure a voce alta, mi sa. L’ultima volta che questo pensiero mi aveva attraversato il neurone era accaduto la scorsa estate in Grecia dinnanzi a Meteore, quando avevo riflettuto se farmi o meno monaca e vivere arroccata in cima a un promontorio. Tanto, non scopare per non scopare, quantomeno riceverei i sussidi statali e mi sveglierei con una vista mozzafiato sui promontori macedoni. In realtà mi era successo anche a La Habana di fantasticare sull’idea di chiedere un’aspettativa e starmene 6 mesi nella capitalona cubana a vivere la giornata: ma poi mi sono ricordata che odio i sudamericani così come non è che abbia tutto sto feeling con gli spagnoli (insomma, da una decina di anni vivo proprio nel posto giusto, ecco), ed ho abbandonato l’idea. Mentre noto infinitamente più punti in comune con lo stile asiatico, anche solo per la diffusissima abitudine di uscire di casa in pigiama.

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Tornando a noi, una delle prime cose che mi colpisce girovagando per Saigon, così si chiama il Distretto 1 della città più grande del Vietnam, è l’idea radicatissima di vivere non tanto per strada, bensì la strada. Sbirciando dalle finestre spesso aperte, le case sono costituite da una stanza dove le famiglie mangiano e dormono per terra, hanno un paio di sedie di plastica che possono all’occorrenza portare fuori in qualsiasi momento, delle ciotole in cui condividono il riso. E’ come se quanto avviene entro le mura sia provvisorio, ma la vita vera è varcata la porta, dove si sonnecchia, si gioca a scacchi, si lavano i piatti nelle bacinelle e ci si improvvisa parrucchieri. Indicativo che nei bar i tavolini e le sedie siano tutti disposti verso la strada, come le poltrone nei cinema davanti allo schermo.

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Passeggiando per il centro è frequentissimo vedere gente appollaiata su sè stessa sul portone di casa mentre risucchia dei noodles sullo scalino. La strada, con il suo traffico delirante e lo smog. La strada con i vecchietti che fanno jogging all’alba. La strada con le migliaia di motorini che si intrecciano senza (quasi) mai tamponarsi. Il primo pasto in Vietnam porta con sè la gradita sorpresa del fatto che ‘please no spicy’ possa essere una richiesta non solo comprensibile, ma addirittura presa in considerazione.

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Al tavolino dove consumo il mio primo Pho Bo, il brodo di carne con erbe e spaghetti di riso che i vietnamiti risucchiano in continuazione, anche e soprattutto a colazione, un turista finlandese mi fa notare come i prezzi siano molto più bassi che in Cambogia ‘Si nota che è un Paese più ricco’. Ottima constatazione, amigo: nella vicina Cambogia, ancora non abituata al turista a tal punto da vederne un dollarone con le gambe, i prezzi lievitano di fronte a un cliente non locale, mentre in Vietnam vedo per la prima volta i prezzi scritti sul menù, senza contrattazioni e arrotondamenti.

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Nel momento dei saluti, il mio nuovo amigo mi augura Happy New Year: scopro così che quest’anno proprio l’8 febbraio, data del mio arrivo, inizia il 2016 per il calendario vietnamita: io, grande fan del Capodanno, durante il mio pellegrinaggio asiatico ne beccherò ben 3 in 3 settimane, forse per la legge del contrappasso dantesca, o più probabilmente per compensare quei tristissimi cenoni a base di lenticchie fredde e spumantino caldo che noi expat ci spariamo in preda a sensi di colpa al solo pensiero di festeggiarlo lontano dagli amici del paesello.

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L’anno nuovo vietnamita è la festa più attesa dell’anno, e cade nel primo giorno del primo mese del calendario lunare: i festeggiamenti durano una settimana, quando la città entra in fermento tra fiori gialli, addobbi e buoni propositi da inserire nei bigliettini augurali.

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Scuole e ditte chiudono, ed il tutto corrisponde alle nostre vacanze natalizie, ma con 25 gradi in più e senza panettone o Massimo Boldi al cinema. La tradizione vuole che l’anno andrà come è andata la notte di Capodanno: spero che ciò non valga anche per il calendario lombardo sennò se permettete mi ritirerei un momento fino alle 23.59 del 31.12.2016. I locali puliscono a fondo la casa ed offrono doni e frutta a Buddah, le bancarelle disseminate vendono le specialità tipiche delle festività del tet ovvero Banh Chung, una torta al formaggio fresco composta da carne di porco e riso bollito, racchiusa da foglie di loto; Gio Cha, un inquietante salsicciotto da colori di dubbio gusto; Xoi Gac, ovvero riso dei più svariati clori, che però sa sempre uguale; frutta candita e noodles di ogni tipo, ma quelli tutto l’anno ed in ogni modo, hasta el noodle siempre.

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Vabbuò, io per ste pastrugnade – come direbbe mio nonno – ci sballo assai, devo ammetterlo. In questa vacanza ho anche imparato a fare i versi durante il risucchio di noodles, solo mi oppongo all’usanza di buttare i gusci dei crostacei per terra. Che, cara la mia figliuola, avrai anche il tacco 12 ma sticazzi che schifo lì sotto il tavolo.

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Rimanendo sul versante cibo, accanto al dragon fruit mi piacque parecchissimo quest’altro frutto che sa di nespola ma è più pallido e grosso. Mi son fatta ripetere il nome 200 volte ma non l’ho mica capito ed alla fine non mi è rimasto che annuire.

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Non ho notato una grande tradizione di dolci, anzi: quindi in pieno pre-mestruone non mi è rimasta altra alternativa che buttarmi sui gelati confezionati: 10 e lode al pescione ripieno di panna e cioccolato.

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Mentre sul podio delle schifezze, questa zuppa che nascondeva terribili segreti: man mano il brodo diminuiva, iniziavano a galleggiare i veri ingredienti che la componevano, ovvero lumache, polpa di granchio di fiume e fegato. Cristiddio.

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Infinita la varietà di uova di ogni colore, dimensione e… rivestimento.

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Mentre la laude va al caffè vietnamita che mi sparavo ogni mattina, assicurandomi così un corretto andazzo della flora intestinale mia e della Marcuzzi: il Vietnam è il secondo esportatore mondiale di caffè, secondo solo al Brasile, oltre ad essere grande amante di questa bevanda che viene consumata a litri in caraffone traboccanti di ghiaccio. Latte condensato, burro, mandorle e cacao ne fanno una miscela dolce quanto basta, ma i meno golosi potranno optare per il ‘ristretto’ che ho capito come si beveva solo l’ultimo giorno, dopo aver rovesciato la tazzina posta sopra a più riprese.

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In Vietnam potrete trovare anche uno dei caffè più cari e pregiati del mondo: trattasi del Kopi Luwak, che può costare anche 3.000 $ al chilogrammo, i cui chicchi di caffè vengono ingeriti e parzialmente digeriti dalle donnole, i cui enzimi intestinali sono in grado di eliminare solo le note amare del caffè, lasciando intatte quelle dolci.

Ma torniamo al nostro anno lunare: nessuna baldoria di fine anno, ma balli tradizionali a cui assistono composte intere famiglie. La sera, canti, spettacoli, musical e bandiere, bandiere ogggesummmio quante bandiere nel parco principale della città; di giorno selfie di fronte a cascate di fiori, tutti vestiti a modino. Per l’occasione le donne esibiscono il loro più bel Áo dài, il vestito tradizionale che consiste in un abito di seta stretto ed aderente con due ampi spacchi laterali, indossato sopra i pantaloni. Non ho resistito e ho paparazzato intiere famiglie: chi mi volesse denunciare può pagare la cauzione eseguendo un bonifico a favore del conto corrente IT848757829P9Q877490U6.

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La permanenza a Oh Chi Minh prosegue lieta tra Buddah e chiese cristiane, passeggiate chilometriche lungo il Saign River costeggiato da giardini di bonsai, grattacieloni modernissimi, il taroccamento della Cattedrale di Notre Damme adiacente alla vecchia stazione con le antiche cabine telefoniche: i musei principali della città – leggasi: Revolutionary Museum, Palazzo dell’Indipendenza, History Museum e Art Museum sono chiusi per le feste, ed i clacson suonano lontani solo dalla camera del Nguyet Van Hostel, dove la doppia costa 6 dollaroni, quindi tanta roba. In Vietnam non ci sono monete ma solo banconote di carta, e mi sento ricchissima a maneggiare millemiglia dong come un vero pappone (1 euro equivale a 25.000 dong).

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Dopo 3 notti di permanenza è l’ora di scoprire il famoso mare del Vietnam, da tutte le guide descritto come un paradiso in terra. Bhe, che vi devo dì, sarà che avemo beccato un periodo nefasto, saranno i venti dispettosi, sarà che avevo in mente gli spiaggioni tailandesi, la tanto lodata Muy Nè è un posto decisamente evitabile.

Tuttavia vogliamo trovare dei punti positivi di quest’esperienza marittima: ecco quindi i nostri personalissimi 6 buoni motivi per andare al mare in Vietnam.

1. Il viaggio in sè

5 ore di bus in sedile-capsula che voglio vedere se sei Giuliano Ferrara come la mettiamo (che poi io me la son pure dormita e il mio vicino di sotto di 10 mesi pure, ma il ragazzone americano di 2 metri ha sofferto non poco). Viaggi di questo tipo mi ricordano che non ho più 23 anni e che lavarsi i piedi non è una delle priorità del genere umano.

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2. Scorpacciate di pesce fresco

A Muy Nè non c’è altro che un lungomare di pescherie adibite a ristoranti: tu scegli la vittima e loro la buttano sul fuoco. Un all you can kill sadico sotto i tuoi occhi: una pratica abbastanza cruente che sconvolgerà gli animi più sensibili (sì, amici, è vero che l’aragosta grida: vicini di tavolo ne hanno scelta una mastodontica a cui è stato conficcato un coltello in panza per far gocciolare le budelline nel piatto, e poi gettata sulla piastra rovente). Io mi sono limitata ad animalini stupidi tipo molluschi in conchiglia e gamberetti, ma mi spiaceva lo stesso. Se l’idea vi tenta, Mr Crab è il seafood restaurant che fa per voi: accanto a pescioloni di ogni tipo, coccodrilli già spellati, rospi enormi, anguille viscide ed ogni tipo di schifezza.

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3. Un tour di pagode

Dato che il mare lasciava non poco a desiderare (vedi sotto), si optò per noleggiare le bici e percorrere il lungomare fino a sbucare nei paesini circostanti. Nell’interno, tra scommesse clandestine sotto il solleone e mercati loschi, un’esplosione di colori nelle pagode dove ho visto il primo Buddah che sorrideva mostrando i denti. Ed ho pensato a quanto sia bella la religione se vissuta come momento di gioia, con offerte di frutta fresca, fiori e colori, contrariamente al nostro credo con cui cresciamo da bambini, tra inferni, penitenze, via crucis e miraggi di salvezza.

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4. Mare, mare, mare (ma che son venuto a fare)

Già, il mare. Torbido. Increspato. Incazzato. Con il suo villaggio di pescatori che navigano con dei grossi e buffi catini colorati gettando reti. Ma la cosa più bella di tutte è che la gente fa il bagno vestita: attenzione, non come a Dubai dove le donne tolgono il burqa e mettono dei trichini coprenti appositi. Vestita vuol dire vestita. Cioè, sto passeggiando vestita con maglietta, gonna, collant e scarpe da ginnastica e dico ‘Tò, il mare, è la voce del mio cuore’, mi immergo così come sono e riprendo a camminare, o mi impano sulla battigia, tanto prima o poi mi asciugherò. E ci sparo pure un cazzomene (chissà come si dice in vietnamita). Miti assoluti.

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La spiaggia è un’autentica basura a tal punto che una romantica passeggiata per raccogliere conchiglie si è trasformata in un sacchettone pieno zeppo di plastica, cartacce e mierdas varie: ma voi lo sapete quanto ci mette il mare a smaltire i nostri rifiuti? So bene che tra i fruhllini all’ascolto non ci sono zozzoni che contribuiscono a far galleggiare le oltre 500 tonnellate di plastica che inquinano il nostro Mediterraneo. I rifiuti vanno nei cestini e se i cestini non ci sono te li porti a casa: se c’è qualcosa di poco chiaro in questa frase chiamami pure al (+34) 663796604 e te lo spiego encantada.

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Qualche foto da cartolina può essere scatta all’imbrunire, quando il vento scompiglia le fronde, e ci sono quà a là rantoli di bagnasciuga semi-pulita che si prestano all’ormai classica foto ricordo intitolata: ho scritto tavor sulla sabbia.

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5. Le sabbie rosse

A Muy Nè cercheranno di vendervi tour alla scoperta delle famose dune di sabbia naturali dal color rossiccio, formate dal passaggio dei venti nel corso dei secoli. Diffidate da ogni tour, Fruhling ha la soluzione, anzi le soluzioni. Potete innanzitutto farvi un giro al Fairy stream, una delle attrazioni della città: trattasi di una passeggiata a piedi nudi nella fanghiglia, che – pipistrelli permettendo – vi porterà a sfiorare rocce calcaree che paiono fatte di polistirolo. Da lì avrete una vista privilegiata sulle sabbie rossicce, ma il vero top of the pops è entrare nel giardino di una casa in collina, girovagare un po’ a caso risalendo verso il promontorio tra vermicelli e insetti fino a scorgere un cimitero che pare abbandonato ma le svastiche – ricordiamolo, simboli universali di pace e benessere prima dell’avvento del Fhurer – vi sveleranno date recenti. Un panorama di una bellezza tetra senza pari, tra le lapidi crepate azzurro cielo e la sabbia rossa.

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6. Gitarella fuoriporta

La poca beltà di Muy Nè ci portò a prendere un bus ed avventurarci nelle cittadine limitrofe dell’interno. Noi si capitò a Phan Thiet, dove becchiamo una sagra con giostrine per bimbi e mercatacci alimentari di dubbio gusto. Blog consultati in loco tipo questo non facevano che parlare della zona come il fulcro delle più belle spiagge del Vietnam: e noi non potevamo che guardarci in faccia confabulando un ‘nchesenso scusa?’ come manco Verdone ai tempi d’oro. A me però che volete che ve dica, il Vietnam è piaciuto e anche di brutto, forse soprattutto per questo: facile essere un posto fico se si hanno bellezze indiscutibili. Ma quando anche con poco o nulla ti senti invaso da colori ed il luogo ti comunica una personalità tutta sua, elettrizzante, fatiscente, a modo suo entusiasta ma soprattutto vitale, allora è fatta.

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Riguardo al pernottamento, a Muy Nè si dormì presso 247C Guest House, un micro complesso costituito da 3 casottine ampie, nuove e davvero molto belle. Eppure è stata l’esperienza peggiore di tutte riguardo alle sistemazioni, per la maleducazione del personale. Una coppia di due signori che non parlano inglese e vivono in una delle stanze senza aver chiaro il concetto di privacy e rispetto. Ai due si aggiunge la family allargata: la figlia – immagino – con marito e due figliocci. Verso le 5 ogni mattina puntualmente l’allegro nucleo iniziava a gridare e non perdeva occasione di sbirciare da porte e finestre. Una coppia di anziani tedeschi aveva contrattato presso di loro il servizio di bici ed il trattamento è stato completamente diverso: a noi un tè caldo sporco, ai crucchi colazionone pantagrueliche. Cafoni e rumorosi, evitate questa sistemazione. Tu chiamale se vuoi emozioni, ma mi sono sentita in dovere di lasciare una recensione educata ma onesta qui, e dopo qualche ora ha risposto pubblicamente lo staff dell’ostello tipo ‘scusa per il rumore, ma era festa in Vietnam’ e mo’ scopro per caso che hanno rimosso il tutto… L’unica cosa super della sistemazione? La nipotina Sooca (che ti ridi?): accattatevilla!

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Se sei arrivato/a fino alla fine del post, hai vinto uno sconto del 10% sui prodotti fruhling ed una riduzione della pena per aver rubato il cadavere di Mike. A presto per altre mirabolanti avventure: allegriaaaa!

Se l’articolo ti è piaciuto condividilo pure nel tuo feisbuc – che magari è la volta buona che rimorchio.

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