Myanmar fai da te: 10 giorni nell’ex Birmania

“….Ci sono viste al mondo dinanzi alle quali uno si sente fiero di appartenere alla razza umana. La Birmania all’alba è una di queste”

Tiziano Terzani, “In Asia”, 1998

Dopo aver skippato il temibile inverno padano-madrileno trascorrendo il mese di febbraio tra Cambogia e Vietnam*,  l’agosto che sta per volgere al termine ci ha portato alla scoperta del Myanmar.

*[Amici, le scrittine in corsivo e grassetto sono link cliccando sui quali si aprono nuove paginette. Come dice ZeroCalcare, sta cosa spero di doverla scrivere solo per mia madre; chissà se anche la sua è convinta che la casella di posta gmail si possa aprire solo dal Pc del salotto].

Birma

L’ex Birmania, dopo aver ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, è stata governata dapprima democraticamente, poi, in seguito a un colpo di Stato nel 1962, da una dittatura militare. A partire dal 2010, il governo militare birmano ha attuato una serie di graduali riforme politiche, instaurando un governo civile, scarcerando gli oppositori politici tra cui Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, e convocando libere elezioni parlamentari, parziali nel 2012 e generali nel 2015.

Una terra autentica e a tratti inclemente; un’avventura intensa ed a tratti sfiancante, che ricorderò sempre per i suoi cieli minacciosi in piena epoca monsonica, per gli hello dei bambini; per i volti imbrattati dalla polvere di thanakha ed i denti colorati di rosso per le foglie di betel che i birmani masticano e sputacchiano in continuazione; per i branchi di cani che ululano e si azzuffano e per i monaci che giocano a calcio reggendosi le tuniche con le mani; per le luci psichedeliche che avvolgono i Buddha e la notte fonda che cala già verso le 6 del pomeriggio; per i clacson impazziti e per il frinire assordante delle cicale; per il volto del generale e della celebre figlia Aung San Suu Kyi che troneggiano orgogliosi su tutte le pareti di case e bar e per le monache in total pink; per i pettini incastrati nei capelli nerissimi delle donne birmane e per i fiori di loto ed il forte odore del bambù che si respira ovunque; ma soprattutto per il dubbio, tuttora irrisolto, se gli uomini portino o meno le mutande sotto le loro gonnellone longi.

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A poche ore dal rientro, ci sconvolge la terribile notizia del terremoto che ha colpito Bagan distruggendone almeno 200 templi e provocando 4 morti. Una notizia che passa in secondo piano di fronte alla tragedia della nostra Rieti e dintorni: beffardo anzi bastardo il destino, che fa tremare la terra a distanza di poche ore in due parti del mondo così lontane sotto tutti i punti di vista. E come nota Selvaggia Lucarelli, nostra inconsapevole compagna di viaggio che – come vediamo dal suo profilo Instagram – ha eseguito esattamente lo stesso percorso con tanto di medesimo volone finale Bangkok-Malpensa, “la fortuna certe volte fa dei giri strani e in un paese come il Myanmar, quando la terra trema, fortuna può voler dire non avere un tetto sotto al quale dormire”.

Ma ecco il nostro itinerario giorno per giorno rigorosamente on the road: i nostri fan più fedelissimi noteranno che, rispetto ai post precedenti, questo scarseggia di foto. E non perchè pure a sto giro non si siano riempite due memory card, bensì perchè di recente la mia nuova social media manager – ovvero mia cugina Giovanna – mi ha fato notare che Fruhling ci mette un botto a caricare. Per visualizzare più foto potrete quindi man mano cliccare sui link indicati, e già che ci siete mettere pure un mi piace al profilo Fb che perdio vogliamo farlo o no sto botto che sarei pure stufa di lavorare? Grazie.

Zaino in spalla, ရဲ့ သွားကြကုန်အံ့ (andiamo, secondo il translate)!

Giorno 1: Yangon

Dopo 3 giorni nella caoticissima Thailandia, l’approdo in terra birmana regala attimi di relax grazie alla flemma del personale di uno degli aeroporti più nuovi del mondo (Yangon International è stato inaugurato lo scorso marzo), con tanto di musichetta da spa e bagni profumatissimi. Fuori un taxi ci porta per 20 dollari a Chinatown, dove pernottiamo presso lo sconsigliatissimo Agga Hotel (camere doppie per 20 dollari con colazione a base di noodle di riso e verdure sulla terrazza coperta). Mezz’ora di differenza oraria rispetto al resto dell’Asia, guida a destra e volante pure, uomini in gonna, cani ciccioni per strada, tetti in lamiere, un traffico relativamente più contenuto ed il primo manifesto simil-sessista per strada con una procace Sabrina Salerno asiatica che regge la pompa di benza sono le prime cose che mi colpiscono ed annoto nel mio taqqquino. Tutte le guide mettevano in guardia sull’assoluta necessità di munirsi di dollari nuovissimi ed abbiamo una prima conferma in ostello, dove banconote leggermente piegate o non immacolate vengono rifiutate in reception: nulla che il peggior change office loscone alla fine non ci cambierà, ma cari fruhllini meglio non rischiare e richiedere in banca pezzi di vario taglio recenti ed appena usciti dallo stampino di PierSilvio. 1000 kyat corrispondono a circa 80 centesimi e mi sento una pappona ricchissima dai denti dorati mentre imbosco i miei 260.000 kyat (150 euro, che mi basteranno per l’intera vacanza) nel marsupio inglobato nella mutandazza, prima di lanciarmi in un primo giro tra la pioggia che rende Yangon caotica e grigia, ma allo stesso tempo brulicante di vita, tra passanti che sorridono ed orde di monaci che bussano alla porta per richiedere moneta tipo da noi a Lodi il Pinci, con la differenza che offrire doni e denaro a costoro sia un autentico onore. In un baracchino provo subito una delle specialità del Myanmar, ovvero pesce e fagioli neri che paiono già masticati, avvolti da foglie di banano. La spiegazione da mancata food blogger non rende giustizia a sta delizia, che però nel gruppo paio apprezzare solo io: ho sempre auto pessimi gusti in  fatto di cibo e ragazzi, del resto.

Foto by Ali[Foto by Alice D.]

DSC06717La cultura del cibo è profondamente radicata nella società birmana tanto che l’antica formula di saluto, tuttora in uso, è “Sà pyi bi la?” che significa “Hai mangiato?”: sarà mica che le nostre nonne siano tutte birmane? Ce ne rendiamo perfettamente conto quando ci imbattiamo in uno dei tanti mercati di strada con i suoi fruttoni multicolor dai nomi impronunciabili e pesci di ogni tipo disposti per terra. Se non amate particolarmente il caos urbano, potrete dedicare all’ex capitale Yangon una sola giornata: facilissimo orientarsi grazie alle sue strade numerate all’americna (nei pressi della 28th street trovammo un mercato autentico : only the brave).

> Itinerario

Partendo da Chinatown si può raggiungere dopo pochi metri Sule Paya, un antico tempio di 2000 anni ed ora cuore commerciale e religioso della città, di scarso interesse al suo interno; da lì attraversate la trafficatissima rotonda senza guardare se passi o meno qualcuno, passerà sempre qualcuno. In Asia prima si attraversa poi si guarda (indietro, per vedere se ci è rimasta lì per terra una gamba o un parente); vi imbatterete nella City Hall, nell’Immigration Office e nell’Immanuel Baptist Church, autentici baluardi dall’imponente architettura colonialenel parchetto antistante il Monumento dell’indipendenza abbiamo trascorso un’oretta fingendoci reporter per intervistare le centinaia di ragazzetti a caccia di Pikachu. Non appena avrò deciso se vendere i diritti di questa chicca a Rai News o a Roberto il Baffo vi faccio sapere: nel frattempo, eccovi una piccola preview firmata da Guido, della ciurma Fruhling.

Proseguimmo poi con qualche visita random dei peggiori mercati di Caracas, evitando il Bogyoke Aung San Market e il Mercato delle Gemme che la Lonely indica tra il meglio della città, per preferire perderci tra le bancarelle di fiori e pesci e polli dalle teste mozzate. Strada facendo abbiamo visitato una moschea con tanto di pazzoide per strada che dichiarava di essere amico di Hilary Clinton e di sapere cosa sarebbe accaduto nelle prossime elezioni, e uno splendido mandir (tempio) indiano preso d’assalto da decine di uccelli.

DSC06719 Il pezzo forte della seconda città meno nottambula del mondo (a Yangon tutto muore alle 21 al massimo; solo Lodi la batte con un vero deserto nucleare che scatta ogni giorno verso le 20.35 soprattutto nei weekend) rimane la Shewdagon Paya, un enorme, abnorme, pantagruelico complesso di pagode dorate che occupa una superficie di 5 ettari, visibile da tutti i punti della città grazie alla sua posizione rialzata su una collina di 80 metri d’altezza. Ogni buddista desidera recarvisi almeno una volta nella vita; in bassa stagione eravamo gli unici occidentali, insieme probabilmente a Selvaggia Lucarelli. Si può raggiungere er cupolone in taxi dal centro per pochi spicci e da lì abbandonare all’ingresso scarpe e calze in custodia agli scarrafoni che se la zampettano beati, e iniziare a scarpinare lungo le scale intervallate da negozietti di ogni tipo, fino a ritrovarsi in un’atmosfera rarefatta e un po’ sballona, con statue di ogni tipo e dimensioni ritraenti Buddha, sempre immerso nella psichedelia di luci circolari da pungiball. Consigliamo la visita all’imbrunire, quando i clacson della città risuonano sempre più lontani, e la stanchezza della giornata (e della scalinata) trovano ristoro tra incensi, offerte di frutta fresca, fiori intrecciati e colori sfavillanti, tra centinaia di templi e santuari da percorrere in senso orario. Appena varcata la soglia, procedete quindi verso sinistra, come richiedono tutti i luoghi di culto buddisti. Per vedere altre foto di Yangon CLICCA QUI e laichizza all’impazzata e commenta pure, siamo curiosi di sapere che te ne pare questo maxi sbattone che mi sto sparando ancora in pieno jet lag.

Giorno 2: Yangon & bus notturno per Bagan

Risveglio nell’umidissimo Agga Hotel dove si prova a far asciugare i calzini inglobandoli nel condizionatore della stanza priva di finestre: dettaglio non secondario, considerato che scopriremmo solo una vota usciti che si sta scatenando il diluvio universale.

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[Si ringrazia l’Elaisa per la preziosa testimonianza]

Non ci perdiamo d’animo, raggiungiamo il porto per scrutare la vita dei pescatori che trasportano merce in questa pozza di fango, prima di lanciarci nel tour della Yangon coloniale consigliato dalla Lonely, che ci porta a cazzeggiare in viette abbastanza anonime fino a consumare un pranzone pantagruelico a base di verdurone amarissime da pucciare nella salsa piccante ngapiye, zuppa di bambù (che sarà la costante di tutti i nostri menù) e gamberoni con cipollotti presso il Danuphyu Daw Saw Yee.

Yangon Collage

Un taxista orgoglioso di Aung a tal punto da proporci un tour gratuito della sua dimora, ci porta alla stazione dove ci attende il primo di una lunga serie di bus notturni: attendiamo in un maxi parcheggio pieno di crateri mentre alcune donne adornano i tergicristalli con fiori di loto e gli autisti vengono aiutati nelle manovre da una decina di persone. Per la somma di 17.500 kyat ci dirigiamo verso Bagan, dove approderemo 10 ore dopo: di quella notte insonne non dimenticherò mai gli autogrill degni di un set dei film di David Lynch, dove le locali scartano i loro spuntini al sacco avvolti nelle foglie per consumare vagonate di riso bollito con le mani, e le soste per la pipì dedicate ai soli uomini, che si dirigono correndo lungo il ciglio della strada per disporsi l’uno di fianco all’altro, rannicchiati come rospi, e smuovendo di pochissimo la loro longy e rafforzando in me la convinzione che in Birmania non si portino le mutande.

Giorno 3: Monte Popa

Alle 4.30 approdiamo a Bagan, dove decine di taxisti impazziti attendono i turisti senza quasi permetterci di farci scendere dal mezzo. Una volta appurato di avere ancora l’uso delle gambe, recuperiamo lo zainone e un minivan collettivo ci conduce al New Wave Guesthouse (20 dollari la doppia con maxi colazione), non dopo aver pagato l’ingresso alla valle dei templi valido 5 giorni, dal costo di 23 dollari, di cui la stra-maggioranza andrà allo stato birmano. L’hotel è veramente splendido, con camere ampissime, lettoni morbidi, ciabattine, fon e lussi di ogni tipo. Sono le 4.37, siamo in viaggio da ore, ho occhiaie firmate Hermès eppure il primo pensiero che mi assale è fare il bucato nel lavandino. Uno sballo con tutti quei bei saponini profumati, cari fan. Riposiamo un paio di ore prima di decidere di rimandare all’indomani la visita dei templi per goderne la vista dall’alba al tramonto, e decidiamo di dedicare la giornata alla scoperta del Monte Popa, che dista un’oretta di viaggio tra curve, vacche snelle, palmeti e mendicanti lungo il ciglio della strada. Essendo in 4 optiamo per un taxi che ci chiede 35.000 kyat per andare, tornare ed aspettarci durante le tre ore di arrampicata verso il santuario che domina il colle. L’ingresso svela immediatamente la particolarità di questa stupa raggiungibile dopo 777 gradini da percorrere scalzi: l’intero paesello è infatti letteralmente invaso dalle scimmie.

Anto fa caldo

Ce ne sono a centinaia sia nelle zone sacre con i vari Buddha psichedelici sia nei negozietti disseminati lungo la scalinata. Alla facciazza di tutte le guide che sconsigliano di scattare foto con i locali, siamo letteralmente presi d’assalto da intere famiglie di birmani che, sconvolti dal nostro abbigliamento – o più probabilmente dalla mia bellezza – fanno la fila per rubarci uno scatto con tanto di poser da bimbiminkia. Sarà che ero l’unica ad aver raggiunto il Nirvana (mannaggia a me e alle mie t-shirt anni 90)! Dall’alto il panorama è meraviglioso e immense distese di verde vengono interrotte qua e là da pagodone d’oro che paiono campane rovesciate: ringrazio ufficialmente il blog Il bigodino per aver inserito questa stupenda tappa nei suoi consigli dedicati a un viaggio nel Myanmar e approfitto per consigliarvi la lettura di questo mio guest post per loro (in link building we trust). Dopo la discesona, mentre le gambette fanno ancora giacomo-giacomo, visitiamo una pagoda di per sé priva di interesse, se non fosse per la presenza davvero insolita di bimbi efebici dalle unghie lunghissime e laccate, che spruzzano spray alle statue oggetto delle loro preghiere.

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Rientrati alla base raggiungiamo Old Bagan a piedi tra tramonti e nuvoloni, fino a raggiungere il porto ed ammirare la vista da una panchina panoramica che pare abbandonata sotto una insegna spenta, mentre i monaci nel villaggio circostante ritirano i panni arancioni essiccati dal sole di questa cocente giornata che sta per calare, come sempre prestissimo. L’idea è quindi far ritorno all’hotel per richiedere le bici per l’indomani, ma è in corso il funerale dell’anziana nonna venuta a mancare nel pomeriggio, che ancora non ho realizzato se fosse o meno la signora che ci aveva servito la colazione: fatto sta che quella teca piena di lucine non era il bancone dei gelati, ecco. Ci regaliamo un’ottima cena presso il ristorante vegetariano Be kind to animals, dove consumiamo noccioline al naturale, il classico aperitivo servito ovunque, insalate di te e mango davvero super. Per vedere altre foto della nostra gita sul Popa Mountain clicca qui e daje di likes!

Giorno 4: Bagan in bici

La sveglia suona alle 4.25 nella super suite Fruhling, ed alle 4.30 ci stiamo già incamminando verso i vari sentieri che portano ad uno dei templi più suggestivi.La maggior parte degli oltre 500 templi rimasti dei 13.000 costruiti attorno all’anno 1000 ha una scalinata nascosta, che consente di arrampicarsi fin quasi sul tetto: ed è da lì che ammiriamo l’alba, mentre Bagan si sveglia tra nuvole multicolor e questa immensa valle di bellezza che nulla ha da invidiare al più noto complesso di Angkor in Cambogia.

L'alba-Foto by Ali

[Foto by Alice. Io sono quella che dorme sulla destra]

Per 2000 kyat noleggiamo per l’intera giornata la bici, che ci condurrà in lungo ed in largo alla scoperta di templi, Buddha, Buddha, templi e poi ancora templi e Buddha, alternati qua e là da qualche Buddha e pure qualche tempio. Il mio personaggione preferito, non me ne voglia Mr.Buddha, rimane Pyit Tine Daung, ovvero un faccione sorridente e buffo che è il simbolo della perseveranza (‘never give up’, come scoprirò solo l’ultimo giorno in aeroporto grazie ad un commesso). Il caldo è torrido e l’umidità è paragonabile solo ad un ferragosto a Lodi, ma il ristorante San Thi Dar, proprio di fronte al villaggio popolato dalle donne giraffa, ci offre un po’ di ristoro con i suoi buonissimi succhi di lime fresco e insalatone di avocado (il tutto per 2.000 kyat, 1.30 euro circa). Scansato tutto sto tripudio di oro, il momento per me di gran lunga più emozionante dell’intera giornata è stato perderci nel villaggetto situato proprio di fronte al cartello che segnala l’inizio di Bagan. Lontane dagli scatti dei turisti, intere famiglie leggono, parlano, ridono e cucinano raccolte nelle loro palafitte di bambù intrecciato. Case rurali e spoglie ma pulite e gradevoli, che nulla hanno a che fare con i ruderi delle periferie di Phnom Phen.

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[Tante altre fotine ti aspettano qui]

La nostra ultima cena a Bagan ci porta all’Harmony Restaurant, gestito da una ventina di camerieri giovanissimi che si aggirano tra i tavolini di plastica rosa per invitare i clienti a visitare le griglie. Un cestino in mano a ciascuno, da riempire con spiedini multicolor e via tutto sulla brace. Il mio scarso feeling con le spezie mi porta ad optare per steamed rice con verdure e tofu giallo, mentre i miei prodi compagni ci danno che ci danno con pietanze  descritte dal menù come ‘deeply hot spice’ e li vedo piangere per la prima volta; in questa occasione viene coniato il termine Burmageddon, che caratterizzerà molti dei pasti a venire.

Giorno 5: Mandalay

Ultima ronda di scrambled eggs sul terrazzino prima del minibus che ci porterà a Mandalay. Il viaggio dura 4 ore, tagliando immensi altipiani verdi con le loro risaie ed i mendicanti di ogni età che alzano il braccio al nostro passaggio. L’ennesimo acquazzone che si scatena mentre siamo a bordo sgranocchiando terribili biscottini gusto dorian (il frutto che sa di cadavere) ci fa intravedere dai vetri sporchi gruppi di monaci scalzi, venditori ambulanti e frutteti, oltre a qualche bandiera della Corea, che da qualche anno sta investendo nel Paese realizzando lavori edili. Dopo una breve sosta in un bar situato lungo la strada in mezzo al nulla, dove decine di donne ci aspettano con vassoi disposti in testa, traboccanti di frutta e polletti arrostiti, arriviamo finalmente a Mandalay, un tempo era conosciuta come la “città d’oro” del re Mindon, l’ultimo regnante birmano prima dell’occupazione britannica.

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Il primo pensiero che ho è che non ci sono donne; anzi, lo dico pure a voce alta, considerando che Alice commenta con un ‘evvai’. La seconda considerazione sulla città me la suggerisce invece l’olfatto, per l’odore fortissimo di uovo sodo. Già altri viaggiatori ci avevano messo in guardia sull’assoluta insignificanza di Mandalay, un girotondo di strade disposte lungo un palazzo reale ormai vuoto che non si può visitare, ma che sta lì occupando il centro della città con il suo immenso laghetto, rendendo lontanissimo qualsiasi meta. Prendiamo una stanza presso l’Hotel ET (20 dollari la doppia), un nome un programma, nel cuore del quartiere musulmano della città, e presso la reception acquistiamo i biglietti per il bus notturno che ci condurrà l’indomani al Lago Inle (25.000 kyat), inconsapevoli di quanto si sarebbe verificato di lì a poco. Lungo le strade del centro, infatti, sono numerosi i centri di raccolta di abiti ed aiuti umanitari per le famiglie colpite dal Monsone: alcuni turisti ci informano che la zona interessata è proprio Inle Lake, fino alle rassicurazioni dell’ufficio turistico presso il quale si recano i miei compagni di viaggio, dal quale ricevono il benestare.

La vostra signorina Fruh, invece, decide di sfidare caldazza e stanchezza per percorrere la salita della collina verso il santuario. Da vera bionda inside come sempre non trovo l’entrata, fatto sta che a una certa mi ritrovo dentro il secondo santuario senza sapere bene come – ed avendo pure scavallato senza volere il biglietto d’ingresso. Lungo il tragitto, pochi turisti, qualche fedele locale ma soprattutto monaci di ogni età che si recano al santuario per pregare e per praticare l’inglese. La Lonely sostiene che la scalata duri 1 ora, ma sarà per la stizza di rimanere chiusa dentro dato che il sole sta per tramontare ed in generale nel Myanmar i luoghi di interesse chiudono relativamente presto (tra le 16 e le 18 al massimo), fatto sta che dopo 20 minuti sono già sul cucuzzolo del monte con la maglietta da strizzare, ed i kyat nascosti nel marsupio sotto i pantaloni che nel frattempo si sono convertiti in yen.

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La vista è davvero stupenda; pagode e moschee si fanno sempre più piccini all’orizzonte ed i clacson della trafficatissima Mandalay vengono offuscati dagli onghinghinghingongon dei monaci. Una pace senza pari, forse più vicina al collasso, interrotta da due giovanissimi monachelli che vogliono sapere tutto sull’Italia. Baratto informazioni su pizza e mandolino cercando di estorcere previsioni meteo sul Lago Inle, ma i fanciulli non capiscono una favaz – sarà per la mia pronuncia di Cambridge; non ci resta che salutarci e iniziare la discesa, ancora madida di sudore tipo Giuliano Ferrara dopo la maratona di New York. All’ingresso le mie scarpette da ginnastica sono riconoscibilissime in mezzo a decine di infradito di velluto, e un gruppetto di sciure splendide nelle loro tuniche multicolor non smettono di ridere per quelle mie adidas per loro sicuramente strambissime. Fossi stata a Milano avrei rissato a suon di ue, te ghe bisogn?, ma siamo nel Myanmar, qui tutti sorridono e mi rendo conto di non essermi mai sentita così al sicuro all’estero, nonostante le tenebre inizino a calare e io stia per svenire. Trovo conforto in un baracchino che serve succhi di lime da sballo per 50 centesimi, ed il misticismo del monte svanisce dopo i primi 10 metri di gincane nel traffico folle, mentre mi lascio alle spalle le luminarie da Mirabilandia che decorano i templi al tramonto. Tanti scorci di Mandalay tra luci e smog ti aspettano qui.

Giorno 6: Amarapura & Sagaing e bus notturno (olè)

Il ferragosto 2016 inizia alle 5: la levataccia questa volta è dovuta alle zanzare della stanza, ma si rivelano provvidenziali dato che mi lancio per quattro passi in solitaria nella città che si sta per svegliare e mi becco una messa buddista che mi emoziona parecchio (chissà se ci capissi qualcosa, poi). Il vecchio guardiano mi porge un fazzollo e mi dice qualcosa, io ringrazio e sorrido ma si irrigidisce, chissà che ho combinato a sto giro mannaggiame. Cerchiamo di ubicare le due città previste per la giornata sul mappamondo sbiadito dell’hotel, ma gettiamo la spugna quando scorgiamo la Persia e l’URSS. Contrattiamo as usual un taxi, che spara 40.000 kyat per l’intero tour della giornata, ma arriviamo all’esatta metà: visitiamo immediatamente il ponte di legno tek più lungo del mondo ad Amarapura, fino al secondo momento della giornata che mi strapperà altre lacrime (e manco stavo in pre-mestruo).

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Prima di recarci al monastero di Sagaing, assistiamo a un rituale davvero singolare; ogni mattina circa 1200 monaci si dispongono silenziosi in fila per prepararsi alla colazione. Per le donne locali è un onore rifocillarli offrendo loro riso e verdure, e anche i numerosi turisti possono contribuirvi depositando qualche spicciolo e merendina sulla ciotola che ciascuno stringe in mano. Io mi frugo nelle tasche e trovo solo qualche schifosone biscotto al gusto di frutto dorian e lascio stare, ma lo scenario è davvero suggestivo, nonostante i flash impazziti delle decine di turisti stipati sul marciapiede circostante (tra cui i nostri, come dimostrano queste foto che laicherete come se non ci fosse un domani, nevvero?).

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Lungo il Iavari River assistiamo allo spettacolo desolante dei danni provocati delle inondazioni degli ultimi giorni, per colpa delle quali intere famiglie vivono stipate in capanne improvvisate con montagne di pacchi e qualche mucca legata nei dintorni. Sulla strada del ritorno, ci facciamo lasciare in un mercato popolare a caso di Mandalay, dove la nostra presenza desta curiosità e pure qualche risatina: i birmani sono colpiti in particolare dalla barba dell’unico ragazzo del nostro quartetto e dai pantaloni che noi ragazze indossiamo al posto di gonnellini arrotolanti in vita. Lasciamo tutt’altro che a malincuore questa città che ricorderò per la polvere ed i clacson assordanti, per i cantieri e per il rischio di morte certa ogni volta che si prova ad attraversare la strada.

Il nostro ennesimo bus verso il Lago parte alle 18.30: costa 15.000 kyat e 15 sono pure i gradi che sfiora l’aria condizionata. Alle 4.45 l’autista grida breakfast time e ci scrolliamo le stalattiti di dosso in un bar senza tetto, dove i locali risucchiano noodle e cavoli fritti e io ho l’apparizione di una Girella Motta inzuppata in un cappuccino. Ma tutto quello che ho di commestibile appresso è un pacchettino di biscottini dorian, che provo a dare a uno dei numerosissimi cani randagi che popolano questi ‘autogrill’, il quale mi guarda con schifo e se ne va a gambe levate.

Giorno 7: Arrivo a Inle Lake e mal d’Asia

Arriviamo finalmente a Nyaung Shwe, la città principale della zona lacustre, dove ci attende un tuk tuk che gratuitamente conduce i vari passeggeri ai loro rispettivi hotel. Con noi, una coppia di giappi imbarazzanti ed un hipster minimal chic di mezza età che durante le soste del bus praticava tai chi. Sono i pochi ed unici ricordi di questa giornata, trascorsa nel lettino del Friday Inn, una topaia piena di scarrafoni dove mi piglio febbre, squaraus e nausea. Incolpo comunque l’aria condizionata, i miei compagni di viaggio non stanno molto meglio, e la stanchezza di metà vacanza viene ripristinata da Tachipirina, sudate ed una dormitona di 20 ore di fila. Fuori i cani abbaiano, gli scarabei scorrazzano in bagno, mentre gira tutto intorno alla stanza mentre la panza danza.

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[Non avrai altro dio all’infuori del riso bollito]

Giorno 8: Inle Lake via mare

Mi sveglio l’indomani come appena partorita: anche i miei compagni di sventure si sono ripigliati e solo in quel momento realizziamo lo schifo in cui ci troviamo e per il quale stiamo pure pagando 15 dollari a crania per una quadrupla desolante, sporca e buia. Leviamo le tende per fuggire al Remember Inn, una bellissima struttura in legno con ampi bagni e terrazzine chic, perfette per i nostri abituali bucati a mano. Alle 8 in punto iniziamo un tour in barca alla scoperta del celebre Lago Inle, un lago di acqua dolce situato tra le montagne birmane, che funge da raccordo per numerosi villaggetti dove la vita si svolge lenta e fuori dal tempo, tra una palafitta in bambù e l’altra. Vi risiedono circa 80.000 persone appartenenti alla minoranza intha (letteralmente, figli del lago), e tutte quante, nonni e bambini compresi, si spostano pagaiando sulle loro canoe, scansando i grovigli delle ninfee che intralciano il cammino.

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[Foto by Guido Dimasi]

Il tour prevede qualche tappa per conoscere da vicino le attività artigianali del posto, quali la fabbricazione manuale di sigari avvolti nelle foglie di bambù ai gusti più variegati – tra cui banano, tamarindo e miele, presso le palafitte di Nampan, quella di manufatti tipo sciarpe e gonne in seta purissima realizzati nel villaggio di  In Phaw Khone delle celebri donne giraffa dal collo inanellato; proseguiamo con la visita del Nga Hpe Kyaung, il monastero del gatto interamente realizzato in legno. La tradizione racconta che in questo tempio religioso più simile a una baita di montagna i monaci insegnino ai numerosi gatti inspiegabilmente lì presenti a saltare; di gatti ne abbiamo visti, di salti manco mezzo, ma in compenso alle pareti c’erano appese delle ristampe della bellissima campagna pubblicitaria realizzata negli anni ’70 da Luis Vuitton con i pescatori del lago Inle. Già, i pescatori, forse la parte più deludente di questo tour che ho trovato molto turistico, con le sue soste presso negozietti ciuccia-dollaroni.

Foto by Ali

[Foto by Alice]

Una delle immagini più celebri dell’ex Birmania ritrae questi pescatori disposti su un’estremità della barca, appoggiando il remo su una gamba e tenendosi in equilibrio sull’altra. ‘Hanno sviluppato questo stile unico perchè stando in piedi è possibile districarsi più agevolmente tra le canne e la vegetazione galleggiante del lago, e perchè le mani restano libere per manovrare le nasse’, spiega la Lonely Planet, ma in realtà questo particolare movimento viene intrapreso solo quando intravedono dei turisti all’orizzonte: scatta la posa per la classica foto, e poi remano verso le barchette per chiedere moneta agli occidentali.

DSC07504DSC07567Nulla di male, per carità, ma non aspettatevi uno spettacolo autentico sulla vera vita da lago, che è invece possibile scorgere tra le palafitte più anonime, dove i bimbi salutano affacciati alle finestre prima di tuffarsi nell’acqua, mentre le loro mamme fanno il bucato appollaiate sugli scalini dell’entrata di casa direttamente nel perimetro d’acqua in cui è immersa la loro stessa dimora, e mentre i loro papà sono occupati nella pesca o nella raccolta delle alghe. I più fortunati sono proprietari di un orto galleggiante, suggestive isole sull’acqua dove si coltivano pomodori e cavoli, melanzane, fagioli, aglio e cipolle. ‘Gli orti sono fertilissimi e – ci spiega la Lonely – restano ancorati al fondo grazie a pali di bambù e non vengono mai sommersi dall’acqua perchè, galleggiando, seguono le variazioni di livello del lago”. Scrutare da vicino la vita senza orologio di questi nuclei familiari è un’esperienza davvero difficile da spiegare a parole, ed una sensazione di pace, semplicità ed a tratti noia ci pervade, fino a quando il torpore anacronistico che ci avvolge viene ricacciato dalle salsette piccantissime in cui immergere il chicken curry che consumiamo per cena presso il Linn Htet Restaurant.

Giorno 9: Inle Lake via terra

Da bravi figliocci del liceo classico, sto Lago Inle lo vogliamo scoprire terra marique; dopo la giornata in barca avvolti nel kway per gli improvvisi acquazzoni, non ci resta che infilare gli scarponi per un trekking sui monti birmani. Mannaggia alla democrazia, la maggioranza del gruppo decide di contrattare una guida: esprimo il mio disappunto di fronte al fascino che sprigiona l’idea di perdermi tra villaggetti e sentieri, ma vengo messa a tacere da un ‘Vuoi farci tu da guida, che ti perdi pure a Dongo?’. La delusione è cocente nelle prime ore della camminata, quando il nostro 38enne Thein Dan in infradito rivela un inglese degno di Aldo Biscardi.

DSC07656La comunicazione è praticamente nulla, ogni domanda genera pasticci e qui pro quo e, mentre attraversiamo colli, girasoli, fango, fiumiciattoli, bambù e boasse (cacche di mucca in dialetto piacentino), aumenta l’atmosfera da torre di babele. Come diceva mio nonno, costui capisce pir per pum (pera per mela, per i non lodigiani), ed è un vero peccato, non solo per i 13.000 kyat che ci spilla a crania, ma per le zero informazioni che riceviamo tanto sulla vita monastica, che ci incuriosice particolarmente, come sulla sua bio: figlio del Lago, ha trascorso l’infanzia su una palafitta, e gli avremmo fatto mille domande se non ci avesse guardato inebetito ogni volta. Strada facendo si instaura comunque un clima piacevole tra linguaggio dei gesti e scapellotti, ed esploriamo insieme un tempio buddista scavato in una grotta, paeselli immersi nel nulla più verde, mastichiamo tabacco, visitiamo l’orfanotrofio cristiano fondato da Felice Tantardini con conseguenti considerazioni sull’invadenza evangelizzatrice della chiesa, dinnanzi a questi 35 bimbi che ogni mattina pregano Gesù & co. nella cappella cattolica. Grazie alla nostra guida pasticciona consumiamo uno dei pranzi più buoni di tutto il nostro tour birmano, a base di frutta fresca e noodle deliziosi con verdure ed arachidi, mentre le donne locali allattano i marmocchi e fumano lunghi sigari di bambù. Al ritorno dal tour ci imbattiamo in una piccola manifestazione lungo la strada principale di Nyaung Shwe, dove un dragone danza sulle note di un tamburo, di fronte allo stupore dei più piccini, inchiodati sulle loro bici.

DSC07678DSC07676E’ arrivato il momento di salutare il nostro Thein, che ci ha strappato un sacco di risate, anche se ora siamo confusissimi sul buddismo e sull’Asia. Dalle sue strampalate spiegazioni, pare infatti che se un uomo rinuncia alla vita monastica, i suoi lo mandano a letto senza cena. Ci guardiamo bene dallo sconfessare il nostro credo, per regalarci una cenetta a base di verdure saltate con tofu giallo tra i tavoli di bambù del Ristorante Sin Yam 2.

Giorno 10: Inle Lake random

L’ultimo nostro giorno birmano ci porta a scorrazzare in bici nella campagna più impervia, tra stradine, risaie, salite, monaci e baracchini di noodles fumanti, fino a raggiungere il villaggio di Kaungdaing, senza la classica tappa presso le terme di Hot Springs, uno spa molto chic che per 10 dollari vi permetterà di immergervi nelle piscine d’acqua calda: dalle sponde del paese è possibile imbarcare chiappe e bici su una barchetta, fino ad arrivare a Taunggyi, e da lì riprendere la pedalata fino a Nyaung Shwe. E così, senza manca saperlo, ci ritroviamo a navigare di nuovo lungo il Lago Inle, questa volta senza passare per le sue sponde principali con il loro classico tour di negozietti e ristoranti pensati per i turisti, con tanto di pescatori poser: quale miglior sorpresa per concludere la nostra esperienza in terre birmane, se non salutando per l’ultima volta il Lago con i suoi abitanti immersi nelle loro attività quotidiane? Ecco tanti scorci di questa magica zona dell’ex Birmania qui: il Lago Inle rimane indubbiamente una delle tappe più turistiche per chi visita il Myanmar, ma rimane assolutamente da non perdere.

DSC07595DSC07738DSC07709retta

Ma ahimè è tempo di lasciare il Myanmar: alle 18 parte infatti il nostro ultimo bus notturno, che ci porterà entro l’alba a Yangon, dove ci attende un volo verso nuove mirabolanti avventure. Ed il tempo si dimostra con noi clemente fino all’ultimo, dato che, appena si accende il motore, inizia il diluvio universale, mentre il bus procede lentamente lungo stradine non asfaltate, mentre lo schermo proietta un classico film di azione scinsciu dove si menano alla grande per contendersi la bella principessa.

E’ pure il 20 agosto, giorno del mio compleanno ed attendo le 00:00 indicate dall’orologio nel silenzio di un autobus che vaga chissà dove a strapiombo nella cupa notte birmana, mentre snocciolo a mò di rosario i soliti buoni propositi per la nuova annata e ripensando a sta schifezza di trentaquattresimo anno appena trascorso. Forse non aveva tutti i torti il nostro caro vecchio Jesus a togliere le tende ai 33, ma va bene così, ho ancora un sacco di posti da vedere e – se vi va di continuare a seguirci- da raccontare.

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Come da tradizione – Fruhling vi lascia con un maxi collage di qualche prelibatezza della cucina birmana: la nostra esperienza gastronomica ha preso nota di noodle di verdure, pollo, manzo, montone o gamberi, frittatine di ogni consistenza e colore, verdure crude e cotte da intingere in salsinee piccanti, il mohinga, un brodo di pesce con curry molto saporito, riso bollito che accompagna ogni pasto, zuppette bollenti piene di coriandolo sminuzzato, il masala, composto da zenzero, aglio, olio di arachidi e salsa di gamberi; tra i dessert, gelatina di alghe e pan sugar, a prova di diabete.

E ricordate, del bambù non si butta via niente.

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Al prossimo viaggio e buona depressione da rientro a tutti!

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Comments
2 Responses to “Myanmar fai da te: 10 giorni nell’ex Birmania”
  1. Roci ha detto:

    Il bambú per la gente di Birmania (birmanos, myamareños, Olé) è come il porco per gli spagnoli? 😄

  2. Dadda Tiziana ha detto:

    Ho riletto con piacere fino al terzo giorno……sempre bello domani riparto…..

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