Nord Thailandia + Laos fai da te in 15 giorni

La vida da muchas vueltas y las vueltas dan mucha vida

(La vita fa molti giri e i giri danno molta vita)

Avevo programmato il mio primissimo viaggio in solitaria in Asia per settimane. L’itinerario prevedeva una breve tappa nel nord della Thailandia, per poi proseguire verso il Laos, prima di rientrare a Bangkok per il volone di rientro. Pochissimo il tempo a disposizione e per questo ogni spostamento, ogni bus, ogni orario era stato puntigliosamente, rigorosamente, lombardamente calcolato. Sul Laos avevo qualche remora viste le tempistiche ristrette, ma il richiamo era forte quindi ero ben decisa a seguire il mio programma, più simile a una marcia militare che a un viaggio. Ma poi? Tutto a monte (letteralmente). Che è successo? Banale, mi sono innamorata.

Almeno 120 volte al giorno per la precisione.

Delle montagne da scoprire perdendosi in sella ad una bici sgarruppata; dei sorrisi dei bimbi sdentati; dei tramonti sul fiume e dei suoi villaggi polverosi; dello street food piccantissimo e di frutta e verdura multicolor; degli autobus senza finestrini che offrono un posto in prima fila su quel grande spettacolo che è la strada.

Il tutto era partito con l’idea di un periodo di volontariato in un orfanatrofio tra i monti, ma il programma è stato forzatamente modificato in itinere a causa di non pochi qui pro quo, come vi racconto nei dettagli nell’approfondimento di seguito:

Volontariato in Asia: leggere attentamente le avvertenze qui

Ecco quindi il mio itinerario di 14 giorni fai da te, trascorsi scorrazzando tra il Nord della Thailandia ed il Nord del Laos: a questo giro non un concitato riassunto giorno per giorno come fatto per esempio con il viaggio in Myanmar, ma un resoconto frammentato in tappe, per gustare il ricordo di ogni singolo giorno come queste zone ferme nel tempo mi hanno insgnato a fare, senza calendario né orologio, con programmi che servono solo per essere fatti e capovolti subito dopo. Di seguito il programma in sintesi, mentre per ogni approfondimento basterà cliccare dove segnalato – ma questa indicazione spero di doverla dire solo per mia mamma, nevvero cari fan scaltri come faine?

VOLONE MILANO MALPENSA – BANGKOK ORE 21

Prenotato mesi fa con Alitalia/Ethiad, 450 euro andata e ritorno: il volo è semivuoto, molti i viaggiatori solitari o forse lo noto perché lo sono anch’io. Annoto nel quadernetto di temere che non mi basti il bloc-notes portato con me per appuntare le mie impressioni di viaggio ed in effetti così è accaduto. Le 15 ore trascorrono veloci tra sonnellini, letture e cannelloni surgelati. Dello scalo a Abu Dabhi (città dove peraltro mi piacerebbe tornare dopo quella stramba crociera negli Emiri) ricordo la signora delle pulizie araba che corre verso di me chiedendomi preoccupata cosa sto facendo mentre in bagno mi tolgo sciarpa e giubbotto disfandomi di alcuni degli strati dell’inverno italico.

☞☞ GIORNO 1: ATTERRO A BANGKOK ALLE 18…

… e dormo in un ostello, per la precisione prenoto una singola presso il terribile DMK Hostel Donmueang Airport. La notizia in sé non desterebbe alcuno stupore né interesse, ma per me – e soprattutto per mia madre – costituisce un grande traguardo atterrare nel tardo pomeriggio e decidere di dormire in un hotel anziché attendere l’alba accovacciata nel sottoscala dell’aeroporto (come fatto ad Atene). Sto diventando grande, lo sai che non mi va. Ma a Bangkok non ci volevo stare (negli ultimi 12 mesi ci sono stata 3 volte!) quindi, dopo una nottata nel bettolone con buco sul soffitto per smezzare il condizionatore con il vicino, alle 5 mi incammino nel buio della città che ancora dorme e prendo il primissimo volo interno, gestito dalla compagnia mai sentita prima Nok Air. Il punto forte dell’hotel è proprio la vicinanza all’aeroporto: una volta atterrati a Don Mueng, basta lasciarsi l’aeroporto alle spalle, attraversare la strada superando i taxi, attraversare il ponte e, superato il tempio sulla sinistra, proseguire sulla via principale ed in meno di 10 minuti ci si arriva a piedi. Magari avessi trovato indicazioni a riguardo: avrei risparmiato i quasi 4 euri spillati dal taxista mentre i cartelloni giganti affissi agli edifici ci ricordavano che tatuarsi Buddah è irrispettoso. Nella zona di Don Mueng si trovano parecchi hotelacci a 200 bath a notte, il che per trascorrerci qualche ora va più che bene a meno che siate genti dai gusti raffinati, ma lo dubito, altrimenti non stareste leggendo questo blog.

FotoJet Collage

☞☞ GIORNO 2: CHIANG MAI

Atterro alle 7 di mattina nella seconda città più grande della Thailandia, ed è subito amore a prima vista. La cittadina con più templi al mondo vanta una posizione unica tra montagne e cascate, ha un respiro internazionale grazie all’enorme presenza di expat provenienti da tutto il mondo, ha una offerta culturale notevole ed è la patria per eccellenza dei digital nomads. E’ economicissima, si mangia bbbuono ed abbondano pure i manzi, insomma, the paradais. Pernotto presso Mint House, 3 euro a notte in camerata da 4, e conosco parecchi backpackers in gamba sia in stanza, sia sulla terrazza panoramica della struttura, con le sue amache affacciate sui templi che alle 5 ci svegliano con gli ondingondongoindong intonati dai monaci. Dopo una colazione a base di sticky rice colorato con mango nel mercato della frutta adiacente, noleggio una bici e parto alla scoperta della città, alla quale dedicherò due giorni pieni no-stop.

Ecco i miei consigli qui su cosa visitare a Chiang Mai 

☞☞ GIORNO 3: DOI SUTHEP

Mi svegliano i gong dei monaci che alle 5 risuonano in una Chiang Mai che ancora dorme (e beata lei). Dopo un’altra colazione a base di sticky rice con mango mi dirigo con la mia compagna di stanza russa verso Chang Puak Gate, una delle quattro porte che delimitano il centro della città. Da lì partono tuk tuk collettivi che per soli 50 bath portano alle montagne (contro i tour all inclusive dai 1000 bath in su): optiamo per Doi Suthep, e stringiamo amicizia con Jordi e Pam, uno spagnolo ed una americana in fissa con la meditazione vipassiana, di cui ignoravo l’esistenza, ma come tutto ciò che non conosco, mi incuriosisce. In breve, ci si concentra su di sè eliminando qualsiasi attività durante un periodo minimo di 7 giorni. Ho chiesto l’indirizzo email a Pamela perché sono curiosa di conoscere la sua esperienza di 3 settimane nel più assoluto silenzio, dove attività quali leggere, scrivere, parlare, giocare con il Sega Mega Drive, insomma tutto è bandito per poter accogliere il flusso del sè. Appena riprende l’uso della parola mi risponde; stay tuned!

Ci allontaniamo dai clacson di Chiang Mai tra fiumi, polli in gabbia, commerci locali e noodles fumanti finché il red cab inizia a risalire verso la vetta con curve a gomito che pure il mango consumato due ore prima vorrebbe uscire a contemplare. Una volta arrivati alla meta visitiamo il Wat Phra That Doi Sutep, un pittoresco tempio posto in cima ad una montagna sacra, venerato dai thai per il suo stupa dorato e le reliquie di Buddha custodite al suo interno, che offre una splendida panoramica di Chiang Mai dall’alto. Proseguiamo con qualche altra curva voltastomaco in tuk tuk fino al Wat Suandok prima di lanciarci alla scoperta del bellissimo Bhubing Palace, un’oasi felice di giardinetti super curati traboccanti di fiori esotici, che per noi sono maxi azalee mentre per i cinesi gerani rossi che noi teniamo sui balconi per allontanare le mosche. Proseguiamo infine verso il villaggio Hmong Doi Pou, dove bimbi nei loro abiti tipici multicolor scorrazzano tra mini cascate inglobate in giardini verticali coloratissimi, fino a sorseggiare un tè bollente al calar del sole dall’alto di Leng Doi Pih.

La scarpinata termina con una cenetta deliziosa al LemonTree: 2 curry verdi, 3 curry rossi, 2 pad thai, 2 steamed rice – immancabile riso bollito che accompagna ogni pietanza – e tre birre Chang ci vengono a costare 10 dollari in totale, e mi incammino verso casa con occhi e panza pieni, diretta verso l’amaca della terrazza della mia guest house.

☞☞ GIORNO 4 e 5: CHIANG DAO

La giornata inizia di nuovo all’alba al suono della solita litania oindoingoingondandoing; lascio l’ostello dopo una veloce colazione take away a base di riso, carne e peperoncini, ed eccomi diretta alle 7 verso la stazione dei bus che mi porterà a Chiang Dao. 50bath il biglietto per 2 ore di curve a bordo di un bus sgangherato con i ventilatori appesi al soffito, passando tra villaggi semideserti e paesaggi sperduti, fino a raggiungere quella che la Lonely Planet definisce ‘null’altro che un incrocio polveroso’. Il perchè di questa scelta? Bramavo la natura più selvaggia ed ero ben decisa a rifuggire dai cliché di Pai, cittadina sui monti più nota per il suo fricchettonismo di peace&love vari che per l’innegabile bellezza dei suoi panorami. A Chiang Dao non ci stava un tubo se non la giungla più incontaminata addossata ad una doi (montagna) calcarea, qualche altarino buddista incastonato nella roccia, ed un orfanatrofio dove avrei prestato servizio qualche ora al giorno giocando con i bimbi ed aiutandoli con i compiti. Già respiravo la pace che avrei vissuto… ma le cose hanno preso tutt’altra piega…

Ecco come è andata a Chiang Dao qui e perché non scorderò mai quella cittadina…

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☞☞ GIORNO 6: CHIANG MAI

Dopo qualche nottata insonne la sparo a voce alta: ‘Massì, Laos sia’. Noleggio una bici, giro qualche agenzia e consulto qualche blog e dall’alto della terrazzina della Mint House dove ho fatto ritorno dopo la mia Caporetto montana, realizzo che la differenza di prezzo tra una traversata fai da te fino al Laos confinante ed un tour di gruppo è davvero ridicola e, considerato il poco tempo a disposizione e le recenti sfighe chiandaoesche che mi hanno fatto comprendere quanto il senso di orientamento non rientri nelle mie migliori doti, decido per il tour. In breve, la traversata in barca lungo il Mekong dalla Thailandia al Laos fino a Luang Prabang consiste in 2 giorni si slow boat, lentissime imbarcazioni di legno aperte, con pernottamento presso il villaggio di Pakbeng. Alcuni ragazzi reduci dalla traversata del confine via Mekong mi raccontano quanto sia stato sfiancante contrattare prezzi ed orari con i tuk tuk per gli spostamenti vari, e confermano che la famosa barca vada prenotata in anticipo, dato che il rischio di non trovare posto e rimanere fermi a Pakbeng è alto. Calcolo il tutto, spostandomi con il fai da te di cui sono grande fan spenderei 35 euro, mentre l’agenzia me ne chiede 42 per recuperarmi in ostello, portarmi a Chiang Rai per una veloce visita al mitico – quanto per me deludente – White Temple, farci pernottare a Chiang Khong ed accompagnarci fino alla barca che salpa l’indomani per arrivare a Pakbeng per la tappa notturna verso le ore 17.30, e ripartire il giorno dopo verso le 9 per Luang Prabang, dove arriva verso le ore 17. Medito sul da farsi ma al pensiero di perdermi, prendere una barca sbagliata e rispuntare a Lodi dopo 14 mesi di navigazione lungo la temibile tratta Mekong-Adda mi fa mettere mano alla sacoccia e sborsare i 1800 bath.

Decisione presa, me felice; noleggio una bici e dopo uno spuntino del Seven/Eleven faccio ritorno al Night Market dove la sera precedente ho consumato con l’americana Pamela una cenetta super a base di pesce arrostito e tortini piccantissimi di cocco e spinaci prima della sua reclusione al monte per il mese di meditazione in silenzio. C’è il festival dei fiori con i suoi magnifici carri allegorici dedicati ovviamente al re, morto da qualche mese, per il quale il Paese è tenuto a rispettare il lutto almeno per un anno.

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Canti, balli, sfilate ma soprattutto fiori freschi che compongono nei minimi particolari ogni carro; seguo la marea umana durante un paio di ore prima di inforcare la bicicletta ed uscire dalle mura per raggiungere l’Università e da lì partecipare al Jai Thep Festival di cui vi parlo qui.

☞☞ GIORNO 7: CHIANG RAI + CHIANG KONG

Il mio ultimo giorno in Thai inizia all’alba, quando – dopo un ultimo riso al mango – approfitto delle mie ultime due ore di bici per pedalare dalle 7 alle 9 prima di restituire la mia fiammante simil-graziella rossa al centro noleggio; saluto già nostalgica il fossato che circonda il centro storico ed aspetto il minivan che mi raccatta al Mint House alle 8:59 secche. Si tratta della primimissima tappa di una luuuuunga serie di trasporti che mi porteranno in Laos durante le 72 ore successive. Le 7 ore previste trascorrono ammirando dal finestrino vallate, scuole, palmeti, ruscelli, casette in legno, risaie, fiumiciattoli, verde, verdone, verdino ed altro verde, ma soprattutto verde, intervallato quá e lá da altro verde, verdone, verdino. Breve pausa pranzo a un postaccio turistico nel mezzo del nulla, dove devo riconoscere che il pad thai è delizioso, e da lì proseguiamo il viaggio con una breve tappa al White Temple di Chiang Rai, il delirante progetto dell’artista Ajarn Chalermchai Kositpipat che da una ventina di anni ha avviato questo work in progress, che rende omaggio al Buddismo aggregando man mano elementi più disparati. Dalla distesa di mani bianche che paiono chiedere aiuto al visitatore che si appresta ad entrare ad un cyber robot inquietante che pare rubato a Guerre Stellari, fino ad illustrazioni simil manga che sfociano in un grottesco demone nei cui occhi sono ritratti da una parte George Bush e dall’altra Bin Laden, il Wat Rong Khung è un pasticciaccio strambo e surrealista sicuramente curioso da visitare, ma mi chiedo fino a che punto rispettoso per chi professi il credo buddista.

In serata approdiamo a Chiang Kong, ci smistano nelle varie camere doppie; a me capita una signora greca sulla sessantina reduce da un festival reggae sui monti a Pai, una tipa  talmente fuori da essere convinta che la navigazione per il Laos duri due giorni, ‘uno per andare, uno per tornare’, ipse dixit, prima di coricarsi con la testa sul pavimento e le gambe sul letto. Si cena tutti insieme verso le 18 ed inizio a conoscere alcuni dei compagni di barca che accompagneranno la placida navigazione dei due giorni a seguire: dalle simpaticissime gemelle olandesi a cui la compagnia aerea ha rimborsato il biglietto poiché le ha spostate da un volo diretto a uno con scalo (che culo!), a Kerry, una simpatica inglese sulla 50ina che ha chiesto un periodo di aspettativa e sta viaggiando da un anno, fino a packpackers australiani e tedeschi giovanissimi, passando per aspiranti digital nomads americani, fino a ragazzetti sballoni giunti in Laos solo per l’oppio, allo svedese a rota poiché in astinenza da anfetamine da 2 settimane. Un campionario umano divertente e variegato, mentre cala il buio pesto attorno alle 19 ed il Laos è là, dall’altra parte della riva: lo si vede perfettamente dall’hotel tra la giungla più selvaggia, e mi chiedo se non ci si possa andare a nuoto, anziché spararsi 20 ore di barca sgarruppata che va a 20 all’ora.

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Prossima meta: LAOS… A presto con il seguito del mio diario di bordo!

In Thai finisce l’avventura

Della viaggiatrice senza paura

Che dopo tanta esitazione

Vide nel Laos la soluzione

Tra bus, bici e imbarcazioni

Furono ore di emozioni

Non temere, resta connesso

Che la seconda parte arriva adesso.

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Comments
2 Responses to “Nord Thailandia + Laos fai da te in 15 giorni”
  1. clamore1979 ha detto:

    Ma dai che bello, mi hai fatto rivivere il mio viaggio! 😀

    • Frühling ha detto:

      Grazie per il commento e soprattutto per le dritte: la tua frase ‘secondo me sei tipo da Laos’ è stata decisiva 😉 A presto con la seconda parte del racconto, sawadee!

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