Laos del Nord fai da te: un itinerario zaino in spalla

‘I vietnamiti piantano il riso,

i cambogiani lo guardano germogliare,

i laotiani lo ascoltano crescere’

Proverbio popolare

Riprendiamo con la seconda parte del racconto dedicata alla mia ultima esperienza in Asia. Dopo Cambogia, Vietnam e Myanmar, volevo da tempo immergermi in un’esperienza di volontariato persa tra i monti della Thailandia, di cui conoscevo già il sud grazie a quel mitico viaggione di ormai 5 anni fa.

Purtroppo le cose non andarono come previsto (per saperne di più, vai all’approfondimento Volontariato in Asia: leggere attentamente le avvertenze) e dopo una settimana di pedalate dall’alba al tramonto tra la giungla di Chiang Dao con le sue mille sfighe tutto sommato pittoresche (almeno da raccontare: ecco qui cosa accadde in quelle ore de fuego) e giornate piene ed intense in una Chiang Mai in cui bisognerebbe trasferirsi dopodomani al massimo (scopri qui per quali ragioni), ero senza programmi e soprattutto DA SOLA, con tutte le fortune che questa condizione implica – nonostante le frasi riscaldate come pastine Knorr che ci tocca sentire a noi viaggiatori solitari (ecco le 5 più comuni).

Cerco di raccogliere opinioni sul vicino Laos, l’unico Paese del Sud Est asiatico in cui ancora non ho messo le chiappe, ma raccolgo solo pareri negativi tra i vari ‘Non c’è nulla’ e ‘Se hai già visto il Vietnam puoi saltarlo’. Felice di dare retta al fortissimo richiamo che da tempo esercita su di me questo Paese, ora, dopo settimane dal rientro comprendo a cosa si riferivano tutti coloro che bocciavano il Laos. Nel Paese dei mille elefanti (questa la traduzione di quella sottile linea di terra chiamata Lane Xang) non ci sono grandi monumenti degni di nota. Non c’è Ankor Wat, non c’è la Valle dei templi di Bagan. Ma ci sono solo campi, risaie, verde, la calma piatta del fiume Mekong, l’autenticità dei villaggi polverosi ed i sorrisi dei bimbi sdentati che ti inseguono per battere un cinque con la mano, le piccole comunità che vivono in capanne di legno e bambù su palafitte. C’èe solo il fiume Mekong che scandisce la vita, e c’è solo la natura più selvaggia ed incontaminata. C’è solo la bellezza delle piccole cose, tra mucche e quiete, dove ovunque si respirano ritmi assopiti, lontani anni luce dalla frenesia occidentale.

“Il Laos non è un posto, ma uno stato d’animo, uno dei luoghi più romantici e quieti dell’Asia, uno degli ultimi rifugi del vecchio fascino d’Oriente”

‘In Asia’, Tiziano Terzani

Mai definizione fu più azzeccata! Vinco le ultime titubanze chiedendo pareri ai vari travel blogger che seguo da tempo, e quel “Non so perché, ma ho il presentimento che tu potresti essere ‘da Laos’” pronunciato via email da Claudia di Travel Stories sarà decisivo. Durante l’ultimo giorno a Chiang Mai prenoto la traversata in slow boat scontrandomi con non pochi thailandesi che esclamano ‘Ma cosa ci vai a fare in Laos?! Sembra la Thailandia 30 anni fa’, esattamente come sostengono quei caproni degli spagnoli ogni qual volta parlano del vicino Portogallo [e io ogni volta penso ‘Seee, te piacerebbe’].

Come raggiungere il Laos

Scartata l’ipotesi del volo, si può considerare l’autobus Chiang Rai-Luang Prabang, la cui durata varia dalle 12 alle 16 ore, chè il concetto di quiete i laotiani ce l’hanno anche al volante. Sconsigliato per chi soffre il mal d’auto considerato che la strada si inerpica su per i monti con curve a gomito a strapiombo sul nulla. Per me, inguaribile romantica dal cuore di panna, il problema non si è posto alla notizia che il Laos si potesse raggiungere pure via fiume, attraversando il Mekong sulle cosiddette slow boat, imbarcazioni di legno che collegano Chiang Kong a Luang Prabang con sosta a Pakbeng. Due giorni di navigazione, un’esperienza per molti ma non per tutti.

Da Chiang Kong a Luang Prabang in slow boat

Da Chiang Kong a Luang Prabang in slow boat

Ma riprendiamo la narrazione da dove l’avevamo lasciata, ovvero da quella mattinata di hangover disastroso post – Jai Thep Festival di cui vi parlavo qui. Un ultimo risveglio nella quadrupla della Mint House alle 5 a suon di gong dei monaci seguiti dai loro oingoingoingoinagoingoingaaaaan, ed un’ultima pedalatina all’alba verso le mura per salutare il fossato che racchiude Chiang Mai, prima di restituire la bici al centro noleggio, ed alle 8:59 secche un minivan stava già recuperando me e Mister Zaino per scarrozzarci verso il confine, a cui approderemo nel tardo pomeriggio dopo una breve tappa al White Temple di Chiang Rai. La serata a Chiang Khong, piccola cittadina thailandese sul confine, trascorre veloce con i nuovi compagni di viaggio raccolti strada facendo dai vari minivan; un campionario umano da mondo bello perche avariato ancor prima che vario, composto da elementi dalle storie più diverse. Dal sottone a rota da anfetamine all’elegante signora sulla cinquantina in crisi esistenziale dopo essersi innamorata di un giovane egiziano, fino a giovanissimi australiani che girovagano senza meta durante il loro gap year, tutti insieme si risucchia noodles e si brinda con l’ultima birra Chang, mentre dall’altro lato del fiume scorgo Huay Xai, la prima cittadina laotiana, beatamente affacciata sull’altra sponda di fronte a noi.

Huay Xai, la prima città laotiana dopo il confine

Huay Xai, la prima città laotiana dopo il confine

Alle 19 è già buio pesto, i miei nuovi compagni di avventure si scompisciano ad un gioco a carte mentre il proprietario dello Yolo Bar mi racconta la sua vita: olandese, sulla sessantina, ‘potevo andare a Puhket a cercare puttane ma volevo l’amore’ e rievoca quella serata in cui conobbe quella ragazza thailandese con la chitarra che lo curò da uno scagozzo epico quando aveva tentato la traversata del Laos 30 anni prima. Si sposarono da lì a poco, lui comprò un’auto e lei chiamò un monaco per far benedire i pedali perche non avesse mai incidenti. Penso di averle sentite tutte, ma quando entro in stanza e la mia compagna di camera, una rimastona greca sulla sessantina, dorme con il volto coperto e le gambe piegate appoggiate alla parete penso che il prossimo anno magari non scarterò a priori Viserbella. Spengo la luce emozionata all’idea della traversata, ma soprattutto della frittata ai peperoni che mi aspetta per colazione.

☞☞ 2 GIORNI IN BARCA VERSO LUANG PRABANG

L’indomani, ruttato il frittatone, ci distribuiscono il pranzo al sacco e andiamo in minivan verso il check point. Non dimenticherò mai il primo laotiano incrociato, ovvero il pulotto della frontiera che, dopo aver giustamente deriso la mia foto sul passaporto, mi indica il gatto nero che tiene in braccio e mi dice ‘è il mio assistente’. Già mi stanno simpatici! Sgancio 20 bath per il bus che attraversa il Ponte dell’amicizia, quando fino a tre anni prima una ben più romantica barchetta portava all’ufficio immigrazione, ma pazienza. A quel punto bisognerà affrontare due code: a destra trattengono il passaporto per registrare i dati ed a sinistra lo restituiscono dopo il pagamento del visto (35 dollari per i cittadini italiani: il costo varia da 0 a 40 dollari in base alla nazionalità). Eccoci su un nuovo bus diretto verso il pier, come qui chiamano il porto che dista 15 km: decine i ragazzotti sbronzi armati di sacchetti colmi di birre, ruhm e patatine, mentre fuori è tutto sempre più verde ed i laotiani guidano sulla destra (mentre in Thai si guida sulla sinistra). Mi avevano messo in guardia su quanto facessero schifo i panini, ma arrivati al porto nessuno resiste a ste baguettine smorte e mosce ripiene di carote e pezzi di pollo o uova o tofu, dopo giorni di noodles e zuppone bollenti. Un paio di sciure locali propongono guest house a Pakbeng, cittadina laotiana dove avremmo trascorso la notte, e sono felice di bloccare una doppia per 55.000 kip (6 dollari circa), considerata l’impietosa scena di bimbi scalzi che ci avrebbero accolti qualche ora dopo all’arrivo supplicando i turisti di dormire presso la struttura dove prestano servizio. Il Laos è un Paese molto giovane, ed il lavoro minorile è una piaga frequente: oltre 250.000 sono i bambini lavoratori, e di questi 2 su 3 svolgono mansioni pericolose, legate ad agricoltura e pesca con una media di 49 ore alla settimana. Col pranzo al sacco in sacoccia è ufficiale: siamo pronti a salpare!

Due giorni in barca con i locali: un'esperienza per molti (ma non per tutti)

Due giorni in barca con i locali: un’esperienza per molti (ma non per tutti)

Finalmente verso le 10 ci imbarchiamo sulla slow boat che arriverà alle 17 suonate a Pakbeng, e l’indomani ci aspetteranno altre 8 ore su queste lentissime barche di legno che tagliano il placido Mekong tra il verde più fitto e selvaggio. Un’avventurona per molti, ma probabilmente non per tutti.

Slow boat per il Laos: SI o NO? Clicca qui per leggere la mia avventura sul Mekong

☞☞ GIORNO 1: ARRIVO A LUANG PRABANG

Sbrigate le formalità alla dogana è ufficiale: SONO IN LAOS!

Sbrigate le formalità alla dogana è ufficiale: SONO IN LAOS!

L’arrivo nell’antica capitale del Laos è dolce e pacifico: giunti finalmente al porto dopo due giorni di barca, tuk tuk collettivi ci portano verso il centro per il prezzo fisso di 20.000 kip. La prima impressione è meravigliosa: un traffico composto, le casette di legno dai tetti appuntiti, i mercati ordinati, le strade pulite. E tutt’attorno la giungla più verde, che da pace e respiro al tran tran cittadino. Raggiungo la Watthat Homestay, dove ho prenotato un letto in un dormitorio da 4 per 5 dollari a notte con colazione inclusa. Arrivo in una vietta tranquilla a due passi dal Mekong e a pochi metri dal Night Market, e mi imbatto nella flemma laotiana da cui mi avevano messo in guardia, quando il proprietario impiega circa un’ora a – nell’ordine: smettere di suonare l’ukulele, stiracchiarsi, bersi un caffè, cercare svogliatamente la mia prenotazione su Booking, ri-stiracchiarsi, scoreggiare, dirmi di aspettare la moglie che arriverà dopo 20 minuti per ripetere la medesima successione, fino ad esclamare ‘Siamo pieni ma abbiamo una tenda libera’ e mi indica una canadese. Mi spiegano che da quando Agoda ha comprato Booking ci sono dei problemi con prenotazioni doppie, ma vede quel che possono fare ‘Aspetta qui’. E dopo un’altra mezz’ora mi danno il letto che avevo prenotato in una stanza da 4 dove c’è solo una ragazza francese dai capelli rossi che sta studiando biologia nel Sud del Laos da un anno, e con cui stringo subito amicizia. Andiamo insieme al Night Market, che occupa l’intera via principale con i suoi stand disposti per terra ordinatamente. Dribbliamo turisticate varie per andare a caso in una vietta poco illuminata dove sperimento la mia prima cenetta street food ed è subito ammmore.

Scegli, bolli, gusta

Scegli, bolli, gusta

Al baracchino ci danno in mano un cestino di plastica rosa, tipo quelli che mia mamma usa per le mollette del bucato, da riempire con tutto quello che ci va tra palline di surimi e wurstel di ogni tipo per le quali i laotiani scoprirò andare matti, verdure amare, gamberoni e gamberetti, tofu multicolor, foglie di vario tipo, funghetti e soia. A quel punto si sceglie il tipo di noodles che accompagnerà l’intruglio e si da il cestello alla sciura, che lo butta in un pentolone bollente. Ci si siede a grandi tavoloni di plastica da condividere con tutti; lì conosco a una coppia sulla sessantina di Hong Kong che mi mostra le foto della loro gita a Kuang Si ed ecco appena trovato il programma perfetto per l’indomani.

☞☞ GIORNO 2: CASCATE KUANG SI

L’indomani sveglia all’alba per assistere alla processione dei monaci. Il tak bat è una cerimonia struggente, come scriveva Terzani; o meglio, lo sarebbe se la fila composta di monaci scalzi che alle 5 del mattino cammina in fila indiana per la città a raccogliere con i propri cestelli il cibo preparato dai cittadini, non fosse ostacolato dai turisti che dribblano in mezzo con i loro maxi zoom. Inutili le raccomandazioni affisse ovunque che invitano a non sparare il flash in faccia ai monaci ed a tenersi ad una distanza di almeno 5 metri. Risso subito con una giappa che inizia a correre facendo la gincana tra i monaci, che imperturbabili e muti escono dai loro templi per la questua mattutina, quando le guglie cominciano a brillare, illuminate dalle prime luci del giorno. Una moltitudine di vesti color zafferano illumina il corso principale che taglia Luang Prabang, mentre i locali attendono seduti il loro turno, ed offrono chi pugni di riso, chi merendine, chi della frutta.

La processione dei monaci all'alba a Luang Prabang

La processione dei monaci all’alba a Luang Prabang

Mi allontano incazzata da quella scena pietosa di turisti che per una foto ricordo non rispettano quello che è e rimane un rituale religioso molto sentito, in primis dai devoti laotiani per i quali è un onore poter contribuire al sostentamento della comunità buddista. Vago attendendo l’ora della colazione, che la frittata ai peperoni prima delle 6 mi pare impegnativa, fino a quando mi imbatto in un tempio dove – manco a farlo apposta – un gruppo di monaci sta consumando le razioni di riso appena raccolte per strada mentre maneggiano i loro iPad. E noto che le facciate del tempio sono ricoperte da scene cruente di torture che mi fanno tornare in mente quella già mitica giornata a Chiang Dao.

Offerte e torture

Offerte e torture

Finisco in un mercato molto composto e pulito, ma scappo a gambe levate quando stanno per sgozzare un pollastro. Mi tentano i ratti alla brace, ma a sto giro opto per dei fruttoni multicolor.

Tra le specialità del mercato di Luang Prabang, pure dei bei ratti arrosto

Tra le specialità del mercato di Luang Prabang, pure dei bei ratti arrosto

Finalmente alle 10 mi trovo con due ragazze conosciute in barca e iniziamo a contrattare i prezzi dei vari songthaeaw per raggiungere le cascate: alla fine otteniamo 60.000 andata e ritorno e sfrecciamo tra la natura più selvaggia, fino a raggiungere la riserva naturale di Kuang Si, note per le sue stupende cascate, dove trascorreremo tutto il giorno tra piscine naturali, scarpinate… ed orsi bruni.

Vai allo speciale Kuang Si, un tuffo dove l’acqua è più blu

☞☞ GIORNO 3: LUANG PRABANG

Tuuuutta la giornata in sella, alla scopeerta dell’antica capitale del regno Lan, racchiusa tra il placido Mekong e d il Nam Khan; tra ponti in bambù, tempi di legno, bimbi sorridenti e barchette coi locali, comprendo perche Luang Prabang sia nota come la perla del sud est asiatico. Una città da assaporare lentamente, come lo scorrere dei fiumi che la accompagnano, scandendo ogni momento della giornata. Un’atmosfera davvero unica, sospesa tra la foresta e la pianura, anche se la scoperta più autentica sarà allontanarsi dalla rotta turistica, attraversando di nuovo il Mekong alla scoperta dell’altra sponda della città.

Luang Prabang in un giorno: ecco l’itinerario più completo qui

Templi, ponti e fiumi: l'ABC di Luang Prabang

Templi, ponti e fiumi: l’ABC di Luang Prabang

☞☞ GIORNO 4: IN MINIVAN VERSO VANG VIENG

Mi sveglio all’alba, per un ultimo saluto già nostalgico a una città che mi ha conquistato dal primo minuto: evito la penosa sceneggiata dei turisti impazziti tra i monaci durante la questua mattutina, per rifugiarmi in un tempio, dove si avvicinano due bimbe, incuriosite dal diario che sto scrivendo. Sono timidissime e polverose, paiono abbastanza povere, riesco a farmi scrivere sul quadernetto i loro nomi, Suna e Moo, ed additano la mia macchina fotografica. Vogliono una foto, ma quando è il momento dello scatto il sorriso si spegne e guardano in basso sconsolate.

I sorrisi piu tristi del Laos

I sorrisi piu tristi del Laos

Un ultimo giro al mercato a comprare qualche fruttone multicolor per il viaggio che mi aspetta, e – rientrata in ostello – attendo il minivan disegnando con la bimba dell’ostello, che mi imbratta tutto il diario di viaggio mannagggialei. Ripenso alla giapponese con cui ho condiviso la stanza la notte precedente, che ci ha parlato orgogliosa del suo ultimo smalto per le unghie, che cambiano colore in base all’umore: e mi chiedo che colore assumerebbero le mie, con tutta sta bellezza che mi pervade occhi e cuore dopo questi giorni così lieti.

Pesci gatto e pollame, go vegan

Pesci gatto e pollame, go vegan

Interrompe pensieri e frittatone ai peperoni un tuk tuk stipato che mi porta alla stazione sud degli autobus, dove devo stare in fila mezz’ora per cambiare il biglietto con un biglietto giuro identico, prima di riprendere il mini van che mi porterà a sud. In vista di curve da capogiro prendo posto subito vicino all’autista; accanto a me un timido cinese che non farà che offrirmi banane per tutto il viaggio, 3 giappe che o dormono o scattano selfie, 3 salernitane sulla cinquantina che non faranno che lamentarsi del tragitto tutto il tempo e del ‘bus stipato come un uovo’ tra un ‘te l’avevo detto’ e ‘è colpa tua’ e 2 tedeschi credo muti.

Partiamo con 45 minuti di ritardo ed arriviamo due ore dopo l’orario previsto, tra curve da capogiro, sgommate sul dirupo, sorpassi da caccarsi addosso, promontori, vallate ma soprattutto polvere. Non si contano le pause durante il viaggio tra l’autista che a una certa frena per citofonare e consegnare una busta, una giappa che chiede pietà e sbocca, simil-autogrill dove abbeverarsi. Per strada, monaci che spazzano, elefanti incatenati ma soprattutto bambini. Bimbi che lavorano, bimbi che salutano, bimbi che accudiscono altri bimbi, bimbi che sbattono le foglie di riso sull’asfalto, bimbi che mescolano riso nei pentoloni, bimbi scalzi, bimbi sdentati: pare la città dei bimbi e l’atmosfera è quasi surreale.

Minivan Luang Prabang - Vang Vieng, ovvero: iviaggio più lungo della storia:

In minivan da Luang Prabang a Vang Vieng, ovvero: il viaggio più lungo della storia

Le ultime due ore sono un vero delirio e se soffrite d’auto e di vertigini, non resta che stringere il rosario di Padre Pio più forte che potete. Finalmente arriviamo a Vang Vieng verso le 4 del pomeriggio e la delusione è cocente. Una via di bar e hotel, e tutto attorno il nulla. Tutti mi avevano consigliato di evitare la cittadina tristemente nota per gli australiani sbronzi, ma volevo darle un’opportunità. E non mi sbagliavo, anzi: corri a leggere lo speciale:

Vang Vieng: andarci sì o no? Clicca qui per scoprire il da farsi

☞☞ GIORNO 5: VANG VIENG + VENTIANE

Dopo un’intera mattinata in sella tra lagune blu, grotte completamente buie e la natura più selvaggia, mi sento molto nostalgica mentre un raggiungo la stazione degli autobus per muovermi verso la capitale. Guardo tutto quel verde dal finestrino rotto del tuk tuk più sgarruppato della storia e mi sento nostalgica nei mio addio ai monti come manco Lucia Mondella nei Promessi Sposi.

Verde, verde, verde e girasoli

Ora, per muoversi in Laos ci sono minivan privati o autobus pubblici. In teoria i primi sono più comodi e veloci, i secondi inaffidabili. Nel mio caso è andata esattamente al contrario con un mini-van Luang Prabang – Vang Vieng da incubo e in ritardissimo, ed un autobus Vang Vieng – Ventiane (20.000 kip) puntuale e piacevole.

La Capitale del Laos, tra cemento e Mekong

La Capitale del Laos, tra cemento e Mekong

Arrivo a destinazione alle 17 secche, un tuk tuk collettivo ci raccatta per portarci verso il centro, gli chiedo se sa dove si trova il mio ostello e con mia grande sorpresa mi ci porta davanti. Altra piacevole bottarella di cul, la quadrupla prenotata presso il consigliatissimo Avalon B&B è super: ottima posizione, colazione inclusa nella pasticceria accanto, tranquillo, pulito ed economico (5 dollari), ma soprattutto questo maxi stanzone con 2 lettoni matrimoniali abnormi, bagno privato, frigobar blabla è tutto per me! Deposito Mr.Zaino, e dopo un doccione vago a caso per Ventiane, riconoscendone subito i tratti distintivi della capitale. Il traffico vivace ma tutto sommato composto, i ragazzini tatuati con le magliette dei Nirvana, i ristorantini globalizzati. Mi imbatto in un tempio dove le donne chiacchierano ai tavolini mentre i monaci sono sul palco con il microfono, pare la lotteria a tal punto che mi sembra di sentir gridare ambo! dalle ultime file. Giro velocissimo al Night Market, decisamente evitabile: me ne allontano quasi subito per andare a curiosare che fanno tutti quei cinesi in fila in una tipica pagoda.

Dopo giorni di noodles&co ho voglia di mangiare indiano, qui la scelta non manca, ma mi sento una traditrice, quindi prendo posto al tavolo di un baracchino gremito di teen ager laotiani, dove risucchio degli egg noodles con arachidi (15.000 kip) deliziosi e bollentissimi. Anche i sapori, decisamente più clementi e meno piccanti, mi ricordano che i villaggi polverosi popolati da bimbi scalzi e sorridenti sono lontanissimi. Passeggiando tra file di macchine ed il Mekong ritrovo per caso la mia compagna di stanza francese dai capelli rossi, la accompagno ad un baracchino consigliatole da alcuni amici locali, dove le servono un piattone di polpettine multicolor ricoperte da kechup piccantissimo. Ne assaggio metà a sputo un drago, e mentre lei si spacca dal ridere, ripenso alle persone conosciute e mi sento felice, piena, ispirata e serena.

Alla reception dell’hotel scambio quattro chiacchiere con l’unico argentino brutto di tutta Buenos Aires, un tedesco 19enne che vuole trasferirsi a Kahosan Road il che è tutto dire ed un cinquantenne americano completamente sbronzo che vive a Chiang Rai e si trova in Laos per rinnovare il visto turistico thailandese, dato che non trova ne cerca lavoro: da 30 anni a questa parte, ogni due mesi fa avanti e indietro, e mi chiedo quanti passaporti abbia dovuto rifare per tutti quei timbri. Ce l’ha coi monaci grassi e pieni di tecnologia, che vivono sulle spalle dei fedeli i quali, poverissimi, rinunciano alla propria pagnotta pur di fare offerte, e in fondo in fondo non c’ha mica tutti i torti. La mia super suite mi attende all’ultimo piano dopo 8 rampe di scale, mentre il vento soffia fortissismo su una Ventiane, che tutto sommato mi piace, nonostante non sia grande fan delle cittadone asiatiche.

☞☞ GIORNO 6: VENTIANE + BACK TO BANGKOK

L'ultima colazione laotiana e via alla scoperta di Ventiane

L’ultima colazione laotiana e via alla scoperta di Ventiane

Dedico un’intera mattinata alla scoperta della Capitale, prima del volo interno che mi porterà a Bangkok per il rientro (ed è subito back to black). Ha piovuto tutta la notte, c’è una piacevole brezza ed il termometro sfiora i 23 gradi, i bambini indossano piumini e cappelli e sciarpe di lana, le signore le pellicce sintetiche. Se un laotiano viene a Lodi un giorno lo ritroviamo stecchito di freddo al Museo di Paolo Gorini sicuro.


Visto il poco tempo a disposizione e l’assoluta inaffidabilità dei trasporti laotiani che impiegano 10 ore per un itinerario di 3 e viceversa, rinuncio al Buddah Park che dista 1 ora secca con il bus 14, o almeno così mi è stato detto, e mi dirigo zigzagando verso il Cope. Mi ritrovo lungo il Mekong chiuso al traffico per una gara ciclistica e sorrido pensando al fatto che sia l’unico giorno di tutto il mio viaggio che non trascorrerò in sella.

Passo di fronte alla miserrima Namphu Fountain, raggiungo il Palazzo Reale e scendo verso il Mekong dove mi imbatto nella statua di Chao Anouvong, il figlio del re, e temporeggio una 15ina di minuti indecisa se rubare o meno uno dei 100.000 cavallini votivi lasciati dai fedeli. Ne convengo che una notte in una prigione laotiana potrebbe essere un’esperienza da raccontare ai figli delle mie amiche, ma temo che in ufficio non verrà accolta bene la notizia e proseguo verso il bellissimo Vat Sisaket prima di approdare dopo millemiglia andirivieni al Cope di cui vi parlo qui.

Il COPE, una tappa da non perdere

Passo per mercati improvvisati, alcuni vendono animali e per la prima volta in 2 settimane vedo cani e gatti, ahimè stipati in gabbie strette e senza acqua e non perdo occasione per fare polemica, senza ottenere nulla (sarà che la mia conoscenza della lingua laotiana lascia ancora un po’ a desiderare?).

Torno verso il centro per un’ultima ronda di templi, tra cui il celebre Pha That Luang, lo stupa dorato; il gong risuona spezzando il trambusto del traffico ordinato della capitale e spendo gli ultimi tollini comprando zuppe liofilizzate prima che un tuk tuk mi recuperi all’ostello per portarmi in aeroporto (50.000 kip per 4 km, un furto ma è la tassa fissa che mi conferma i prezzi assolutamente a caso che applicano in questa terra). Nel minuscolo aeroporto, più simile a una sala d’aspetto degli autobus, ripenso a quanto il Laos mi abbia colpito per i suoi paesaggi, per il suo verde onnipresente, per quella flemma da assaporare sul lungo fiume ed ho un solo, unico pensiero in testa: licenziarmi.

Annunci
Comments
One Response to “Laos del Nord fai da te: un itinerario zaino in spalla”
  1. clamore1979 ha detto:

    Che emozione leggere di Laos 😀

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

  • Copyright ©2016Fruhling Tutti i diritti riservati
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: