Lanzarote fai da te: 4 giorni senza macchina

Amiche ma soprattutto amici,

eccoci all’ennesima guida di strampalati tour fai da te che nessuno leggerà mai.
Specifico subito che la precisazione del titolo è di fondamentale importanza: perché una cosa è prenotare un romantico weekend lungo a Lanzarote con l’idea di girare l’isola in lungo e largo con macchina a noleggio.

Un’altra ritrovarsi con un pacco last minute e dire ‘ma sai che, io mo’ ci vado lo stesso’, disdire la casetta in riva
al mare per prenotare una stanza in airBnB con surfisti manzi e trascorrere 4 giorni girovagando in autostop nell’isola vulcanica più wild delle Canarie.
(Ogni riferimento a fatti o persone fatte è puramente cazzuale).

Ryanair mon amour

Ryanair mon amour

Ciancio alle bande, ecco la guida definitiva per un tour completo tra mari, monti e manzi (tiè)

Giorno 1

Atterro a Arrecife, la capitale, e lì mi fermo; decisa a muovermi con i mezzi, la città è l’unica decentemente collegata a livello di trasporti grazie alla Estación de autobus dove partono le (poche) corse per il nord ed il sud.
A mio avviso la città non è particolarmente speciale, ma vale comunque la pena trascorrerci una mezza giornata anche solo per il tramonto sul passeggio marittimo all’ombra del castello e una vasca lungo il Charco Verde, porticciolo cittadino.

Il centro è deserto, pullula di gelaterie italiane e rimastoni over60, mentre il reggaeton purtroppo risuona dalla spiaggia cittadina Playa del Reducto.


Bellissima la piazzetta di San Ginés Obispo, dove mi imbatto in chiappe al vento, lustrini e tamburi mentre le sciure del paese escono dalla messa serale: una delegazione del Carnevale di Tenerife è stata chiamata ad accompagnare con la loro musica ed i loro sculettamenti la maratona di grandi e piccini che animerà la nottata, mentre i fuochi d’artificio sparano sulla notte e i crucchi leccano gelati.

Dormo in una triste stanzetta azzurra a due minuti dalla stazione in calle Apolo; l’indomani zainetto in spalla e crema 60 già spalmata mi dirigo al tabellone degli orari.

Giorno 2: Giù al Sud

Salto al volo su un bus diretto al sud, che dopo una cinquantina di rettilineo tra cactus e paesaggi lunari,
ci lascia in mezzo al nulla: cerco di comunicare con coppie di pensionati tedeschi ma nada, scorgo un’altra turista solinga abbastanza fuori di melone e, risalendo un promontorio dopo aver attraversato una zona residenziale, si scorge in lontananza la bellissima Playa Papagayo, giustamente consigliata dalla socia Clotes nella sua guida definitiva di Lanzarote sul blog de Linkiesta* che curiamo a 4 mani, due voci e un neurone (quello c’abbiamo).
Lo scenario è mozzafiato e tra le dune c’è un saliscendi di spiagge davvero da cartolina.

Non c'è trucco, non c'è inganno alla Playa Papagayo!

Non c’è trucco, non c’è inganno alla Playa Papagayo!

La famosa Papagayo in realtà è la più affollata rispetto alle sue sorelle limitrofe; da ovest verso est troviamo Playa de Afe, Playa de Mujeres, Playa del Pozo, Playa de la Cera, Playa de Papagayo, Caleta del Congrio e Playa de Puerto Muelas, spiagge di sabbia bianca separate da rocce naturali di pietra lavica.

Nelle immediate vicinanze della Playa del Pozo sorgeva il primo accampamento costruito dagli europei, nel 1402, e la prima chiesa dell’arcipelago canario i cui resti sono ancora visibili. Un bagnetto, qualche selfie solo per catturare i nudisti over70 sullo sfondo e il mio limite di resistenza in spiaggia si esaurisce.

Il vecchio e il mare

Il vecchio e il mare

Il Messner che è in me bussa forte e chiaro e vado di Sentiero del Rubicón, una camminata di 3 km che arriva a Pozos de San Marcial. Sotto la croce commemorativa che ricorda un’antica cattedrale che ora non c’è più, la passeggiata alterna a calette di sabbia bianchissima reperti archeologici che attestano la presenza di antiche tribù indigene sull’isola fino agli insediamenti normanni del ‘400 che si misero a battezzare forzatamente gli autoctoni,
come testimoniano le cronache dell’epoca Le Canarién. Ora come allora, viva giesoo, viva la sacra chiesa eh.

Sono cotta dal sole nonostante la mia tenuta antisommossa tra parei, cappelli e burqini, e decido di levare le tende nel primo pomeriggio. Mi apposto nel parcheggio dove una coppia spagnola sulla 60ina accoglie la mia richiesta di autostoppaggio dopo essersi assicurati che fossi da sola. La chiacchierata è gradevole tra una biondissima lady canaria che cerca di rifilarmi casa sua per 40 euro a notte (in che momento ha capito che non ero contenta della mia sistemazione per 14 a notte con surfisti in boxer?) e un aitante signore lanzarotino doc, fondatore di una delle riviste online più conosciute delle Canarie, mi dice. I due, che sono solo amici di vecchia data, mi lasciano a Playa Blanca dove pranzano, salvo poi chiamarmi 4 ore dopo a fine almuerzo (orari e ritmi spagnoli + aggravante isoleña); mi godo Playa Blanca, un lungomare abberrante di negozietti e ristoranti turisticissimi e cineserie varie, ma il mare è davvero molto bello e c’è pieno di ragazzine locali incinte (altro dato che mi rimane impresso accanto agli spadini della Capitale).


Attorno alle 19 mi recupera solo lui con il suo furgoncino bianco, mi racconta che Lanzarote è la più giovane delle isole in termini geologici di terre emerse, sa i nomi di ogni singola montagna davanti a cui passiamo e mi da qualche dritta per l’indomani, dicendomi di chiamarlo se ho bisogno ‘o para tomar algo’ (o per bere qualcosa).
Torna a consigliarmi di noleggiare la macchina anche solo per un giorno: a suo dire l’isola è lunga 600km circa e volendo la si fa in un giorno, ma che ne sa lui delle gioie e dei dolori un’autostoppista lombarda, che programma programma poi fa tutto a caso?


La stanzetta azzurra mi attende; dopo tante ciolle mosce mi rincuora il pettorale del surfista che sta cenando in salotto. Doccione e buonanotte, domani ci aspetta il Nord.

Giorno 3: Su al Nord

A sto giro ho meno culo e arrivata in stazione il primo bus utile è dopo un’ora. Torno verso il Charco Verde, faccio colazione in un baretto di un centro deserto anche durante una mattina infrasettimanale, qualche sottone sulle panchine, molti negozi chiusi. Tolto il lungomare, Arrecife appare abbastanza desolante e desolata.
Becco un bus per Orzola, ma non sono mica tanto convinta: vorrei tanto andare al Giardino dei Cactus di Manrique, l’ultima opera dell’artista simbolo dell’isola. Un microcosmo esotico ricavato da una cava di lapilli vulcanici, perfetto equilibrio tra natura e cultura.

Ciao amici spino(lo)si

Ciao amici spino(lo)si

Chiedo info a un autista scortese che coinvolge due passeggeri mentre una anziana mi sfotte e non so bene perché: quando si alza e noto che ha dimenticato l’abbonamento sul sedile son quasi tentata di non dirglielo, ma mi sa che anni di ateismo non hanno ancora minato l’asilo da Madre Canossa e la inseguo per darglielo e manco un grazie sta cessa.

Dal finestrino, cielo grigio su, terra nera giù

Dal finestrino, cielo grigio su, terra nera giù

Senza macchina è davvero complesso visitare le opere di César Manrique, colui che fu molto più che un architetto ma vero mito e simbolo dell’isola a cui dedicò tutta la vita. Dagli anni sessanta infatti l’artista si batte contro lo sfruttamento turistico dell’isola, proponendo un modello alternativo attraverso la collaborazione congiunta di forza lavoro locale, tra artigiani, falegnami, esperti di piante, fabbri, contribuendo a modificare la sensibilità collettiva eco-bio che a noi 20enni (certo) piace tanto.
Scendo nel mezzo del nulla mentre osservo il paesaggio più cupo del nord e dopo un po’ mi ritorovo a Jameos del Agua, prima opera dell’architetto della natura Manrique che ha ricavato un habitat di armonia da un vulcano: un omaggio a su isla, dove l’architettura è studiata a partire dalle condizioni geologiche del posto.

César Manrique, simbolo e icona di Lanzarote

César Manrique, simbolo e icona di Lanzarote

Jameos del Agua è uno spazio polivalente che include ristorante, auditorio e centro studi sismici

Jameos del Agua è uno spazio polivalente che include ristorante, auditorio e centro studi sismici

Manrique, vaya genio

Manrique, vaya genio

In autostop arrivo al porto di Orzola e da li barchetta per La Graciosa, isola popolata solo da un vulcano e tutt’intorno tutte le gradazioni di blu tra il cielo e l’oceano. Più tranquilla di Lodi il sabato sera, non c’è traccia di cemento e qui trascorro un paio di ore liete tra bagni solinghi e passeggiate ; non c’è niente e quasi nessuno, solo io, le onde e una decina di tedeschi con le kartoffen all’aria.

Sabbia, mare e conchiglie: lasciatemi qui

Sabbia, mare e conchiglie: lasciatemi qui

Lungo la riva, le casette dei pescatori

Quando inizio a parlare con le conchiglie mi dirigo verso il porticciolo, dove ogni ora parte una barchetta per l’immondo prezzo di 20 euri andata/ritorno: la barchetta sfreccia tra onde da voltastomaco, cerco di autostoppare ma non passa nessuno tranne un paio di ramarri e mi arrendo all’ultimo autobus che fa ritorno alla capitale.

Giorno 4: Timanfaya

Impensabile andare Lanzarote senza una visita al vulcano che l’ha originata ed attorno al quale tutto vive.
Il Parque Nacional de Timanfaya  non è purtroppo percorribile a piedi, ma solo con tour guidati in bus, strutturati in tappe a tratti imbarazzanti: turisti in circolo per esclamare in coro Oooooooh davanti ai geiser che spruzzano dal terriccio, o intenti a toccare con mano la lava bollente sono stati i miei compagni di viaggio nel tour in inglese di 5 ore a 20 euro.

Andare a Lanzarote senza visitare il Tymanfaya è come andare a Pisa e non vedere la torre o andare a Ibiza e non limonare

Andare a Lanzarote senza visitare il Timanfaya è come andare a Pisa e non vedere la torre o andare a Ibiza e non limonare

Numerose le tipologie di tour, io mi sparai la mattinata di vulcano + cantine enologiche dove abbiamo provato vini dal gusto simili allo Iodosan di cui gli autoctoni si vantano senza motivo (come del resto gli spagnoli in generale). Il resto della mattinata è trascorsa a bordo di un tour per ammirare dal finestrino distese di terra lavica che ha accolto Odissea nello Spazio. Il paesaggio è davvero suggestivo, tra cielo blu e terra nera o rossiccia.

Il tour mi riporta a Playa del Carmen, un poston bruttissimo pieno di negozi e ristoranti ultraturistici. Si salva solo la spiaggiona lunghissssssima dove stanno in ammollo i crucchi.

I fall in love too easily

I fall in love too easily

Nel tardo pomeriggio saluto le colonie di cactus che popolano l’ingresso dell’aeroporto e rientro a Madrid dove risiedo da ormai da un decennio, nonostante la crisi del settimo anno sia sopraggiunta già al secondo. Ecco la guida definitiva della capitale spagnola qui e… hasta el proximo viaje!

Oooops I did it again

Oooops I did it again

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* E ora buona lettura con le 10 cose da fare a Lanzarote by Clotes

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