Balcani sciolti: 14 giorni tra Macedonia, Montenegro, Albania e Kosovo

Cara Depressione da rientro*
(o Post-vacation blues per la Ferragni che so che ci segue)

trascorso un letargo sereno? Prima che tu possa abbatterti in tutta la tua stronzaggine, vorrei parlarti delle mie ultime vacanze, in modo da fornirti pretesti validi per torturare con ricordi di sole, mare e bellu guaglione i miei lunedì più noiosi di novembre. Orbene, ricorderai quanto mi piacque quell’agosto in Grecia (vedi resoconto qui), quando, mentre tutti andavano a limonare nelle Isole, noi ci si inoltrava tra Delfi e l’entroterra più impervio, con puntatine sulla costa tra le famiglie a sgrigliare pescioni nei bungalow? Ebbene a sto giro mi sono addentrata nei Balcani, terra che da sempre sprigiona su di me un certo fascino, nonostante si sia d’accordo con Elio sull’aspetto musicale senza se e senza ma.

14 giorni tra Macedonia, Montenegro, Kosovo e Albania

14 giorni tra Macedonia, Montenegro, Kosovo e Albania

Ecco quindi il resoconto di quest’estatissima sprint trascorsa on the road tra 4 stati e 3 monete, macinando 2.000 km in 14 giorni a bordo di una Fiat non solo Punto ma pure bianca.
Di seguito l’itinerario giorno per giorno, ma – considerate le in(e)sistenti richieste dei miei trans – nelle prossime settimane torneremo sulle singole tappe per approfondimenti vari ed eventuali.

Giorno 1: L’arrivo a Skopje, Macedonia

Atterraggio da infarto con un turbolentissimo volo Air Serbia (180 euro a/r con scalo a Belgrado), più simile a un pullman della Star degli anni 80 con i suoi 20 posti e le impennate a gomito tra le nuvole che manco io in terza media con il Ciao. Appurato di essere viva, bacio il suolo come il Papa in Terra Santa e recuperiamo l’auto prenotata alla Herz. “Si può fumare in macchina?” “No ma fatelo” ci dice l’impiegato, ed è già amore per i macedoni, la cui terra mi ruba il cuore da subito. Raggiungiamo subito la nostra sgarruppata suite in legno al City Hostel (tripla 21 euro a notte senza bagno ma con grappa serale inclusa) per gironzolare per la capitale, una delle scoperte più gradevoli dell’intera vacanza.

Il Ponte di Pietra di Skopje è il simbolo della capitale della Repubblica di Macedonia

Il Ponte di Pietra di Skopje è il simbolo della capitale della Repubblica di Macedonia

Skopje è una città stupenda, il suo centro storico non ha nulla da invidiare alle inflazionatissime capitaloni europee quali Praga&co: il ponte in pietra, la quantità da record di statue equestri, gli edifici imponenti illuminati in modo suggestivo, gli artisti di strada, il museo archeologico con la sua passerella di ritratti in bronzo, i mausolei, le bancarelle dell’Old Baazar, le vetrine di barbieri e calzolai, la cinta muraria da percorrere a piedi per ammirare dall’alto un’architettura affascinante. Mi piacerebbe tanto sapere chi sono i personaggi ritratti in bronzo che dominano la scena con i loro pettorali orgogliosi, ma il cirillico no, non l’avevo considerato!

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Cenetta a base di insalatona light di peperoni e formaggio di capra per me e pollo poco cotto per le compagne di viaggio (5 euro totalone con birre), mentre vediamo sfilare piatti ricoperti come di forfora, che scopriremo cosa siano da lì a poche ore. La serata si conclude con dei dolcetti mielosissimi sedute lungo il fiume, di fronte alla statua di una bimba che si tuffa, ignare dei canti che ci aspettano una volta rientrate all’ostello per vivere la formula Karaoke&Mastika (la grappa tipica) e morire lentamente sul cuscino.

> Vai allo speciale: Cosa vedere a Skopje (coming soon)

Giorno 2: Colazione in Macedonia, pranzo in Kosovo, cena in Albania

Il secondo giorno facciamo bruum brrrummm come manco Gué Pequeno con il suo scooterone e maciniamo km su km; lasciata Skopje dopo una troppo breve visita a cui rimedieremo poi, approdiamo a Prinzen, ridente cittadina kosovara sospesa tra monti e fiumi con le sue moschee colorate, i suoi baretti, i ponti panoramici ed i monasteri poco austeri (mi piaceva l’assonanza).

Per pranzo ci buttiamo sulla temibile specialità vista il giorno prima a Skopje: un autentico inno alla ritenzione idrica con chili di cetrioli crudi ricoperti da un formaggio grattuggiato dolce e un po’ salato, mentre piccoli mendicanti vendono sacchetti di nocciole tra i tavoli. Di quel giorno ricorderò la quantità spropositata di negozi di abiti da sposa per tutte le etnie, dall’abito kitsch sberluccichento che da noi va ancora un casino dalle parti di Vibo Valentia alle tuniche in oro zecchino tempestato da bandierine, per non parlare degli outfit per invitati, evidentemente daltonici.

Nei bar siedono solo uomini, e – altra cosa che mi colpisce- impazzano le foto trashissime con montaggi in dissolvenza di bimbi e coppie di sposi in posizioni imbarazzanti.

> Vai allo speciale: Pinzen, 5 motivi per visitare la cittadina kosovara (coming soon, state boni)

Lasciare Prinzen è un vero delirio, tra rotonde a caso e conducenti criminali. Del resto il proprietario dell’hotel di Skopje ci aveva messo in guardia sentenziando ‘In Kosovo they drive like kamikaze’ e giù di chupitino di grappa.

L’Albania ci accoglie con una delle esperienze per me più dure della vacanza: una rissa tra tre bimbi che avranno avuto al massimo 10 anni nei pressi della dogana di Kukes, dove si cerca di far su moneta vendendo pannocchie arrostite e fazzoletti. Ci fermiamo in un autogrill super bello che pare una baita in montagna, ed i monti circostanti dalle rocce talmente nere da sembrare bagnate ci confermano l’impressione. Proseguiamo per Milot lungo un’autostrada deserta, che ci condurrà a Shkoder (o Shkodra come si diceva nell’ex Jugoslavia, o Scutari in italiano) 4 ore dopo.

Tantissime le persone che bivaccano lungo l’autostrada, in attesa di bus che – ci spiegheranno – fermano un po’ ad minchiam come diceva Catullo. Dopo un’intera giornata in macchina o quasi arriviamo demolite in questa ridente cittadina albanese composta da un’unica via di ristoranti, dove tutti parlano italiano, compreso il cameriere della scenografica Villa Bekteshi, più bella che buona, dove ceniamo su suggerimento di una coppia di anziani. “Ho imparato italiano vedendo Sarabanda di Enrico Papi” ci spiega il cameriere, e io mi sento idiotissima per vedere film in lingua originale da almeno 10 anni e avere ancora un livello di inglese bongo bongo. Presso la via principale, Rruga Idromeno, c’è il nostro B Hostel (21 euro la tripla con colazione), dove presta servizio in cambio di vitto e alloggio una coppia ucraina di digital nomads che sta percorrendo l’Europa in bici, scatenando as usual la mia invidia (potete seguire le loro avventure nel gruppo Need For Travel). Per strada cagnoloni con chip all’orecchio sinistro, edifici storici abbandonati colmi di basura e gruppetti di giovani che divorano pizze.

Giorno 3: Shroder, tra laghi, castelli e… dogane

Alle 4.30 una voce femminile intona una melodia talmente piacevole da non farmi nemmeno tirare giù le madonne vista l’ora. Non sapevo dell’esistenza di muezzin donne, e dopo 20 minuti è il turno delle campane. In Albania la religione islamica e ortodossa convivono, e il centro di Scutari ne è una testimonianza significativa, con la sua Moschea Ebu Beker, la chiesona francescana e la chiesetta ortodossa poste a pochi metri di distanza.

Mi sparo un giro all’alba mentre la cittadina ancora sonnecchia, prima di ripartire alla volta del Castello di Rozafa dove incontriamo Matilda, giovane albanese residente in Italia da anni e collega di lavoro di una delle mie compagne d viaggio, e ora in visita alla famiglia. La leggenda vuole che il castello fu portato a termine grazie al sacrificio di una fanciulla murata viva al suo interno. Pare infatti che tre fratelli stessero lavorando sodo per costruire l’edificio ma ogni mattina il loro lavoro veniva distrutto durante la notte, finché apparve un non specificato oracolo che disse loro di sacrificare la prima donna che avesse portato il pranzo l’indomani. Ora, due spifferarono tutto alle rispettive mogli, che l’indomani se ne rimasero buone buone in casa: mentre a smenarci fu la sposa dell’unico onesto, che il giorno dopo portò il cestino a quei tre mentecatti, che la murarono viva. “Se lo dice l’oracolo, bella zio” pare abbia risposto lei, alla condizione che nel muro venissero lasciati 3 buchi: uno per l’occhio per poter vedere il figlioletto neonato, uno per un seno per poterlo allattare e uno per il piede per poterlo cullare. Scosse dalla vicenda proviamo la birra Tirana prima di proseguire con la visita della fortezza di origine illirica, che domina dall’alto i fiumi Drin e Buma.

IMG_20170816_105727400IMG_20170816_114801719Nata come chiesa francescana, la fortezza venne forgiata dai veneziani che dominarono Scutari prima della venuta ottomana, fino ad essere trasformata in una moschea e divenire così una testimonianza vivente del passaggio della storia. Amen. Salutiamo la family per proseguire verso il deludentissimo Lago Scutari, per metà macedone e per metà albanese.

IMG_20170816_124612568Attraversato il ponte vecchio, sede di comunità rom dove rubo qualche scatto dal finestrino, ci ritroviamo in una zona lacustre tristissima e assolutamente non balneabile. Ci rifugiamo in uno dei tanti ristoranti disposti lungo la riva vista alghe, dove attendiamo 2 ore per un’insalata alle olive, salvo scoprire che si tratta di un piattino colmo di olive nere (una sessantina circa), che cagheremo fino a Malpensa. E’ pacco anche il pane e rimpiangiamo le focaccione kossovare che accompagnavano ogni portata e probabilmente stanno mangiando meglio le numerose mucche randage che rovistano nella munnezza.

Sconsolate ma mai più stitiche ci rimettiamo al volante ma il gps non trova il Montenegro, la ‘Montecarlo dei Balcani’ come recitava una trovata di marketing, se non con il suo nome originale che ignoravamo completamente fino a quel momento: Crna Gora. Dopo un paio di paesini riconosciamo il confine di Muriqan sia per le macchine in fila sia soprattutto per intere famiglie mendicanti che fanno della frontiera un sonoro pugno nello stomaco. Un bimbo batte il vetro e rimarranno i segni delle ditine fino alla fine del viaggio, donne con poppanti al petto più tramortiti che addormentati chiedono soldi, nonni sulla sedia a rotelle fanno avanti e indietro supplicando: è uno scenario davvero ingiusto, e all’ombra di un edificio colmo di pattume si danno il cambio intere famiglie, scambiandosi bimbi piccolissimi prima di iniziare il turno di elemosina. 2 dico due ripeto DUE ore in coda prima di lasciare l’Albania e entrare così in Montenegro.

Welcome to Crna Gora, 'Montenegro' per gli amici

Welcome to Crna Gora, ‘Montenegro’ per gli amici

Il paesaggio cambia in modo repentino e si fa subito più accogliente con la sua natura rigogliosa, i boschi verdissimi, i cimiterini in pietra, i fruttivendoli improvvisati che dispongono uva nera e fichi sul cofano delle macchine. Raggiungiamo Budva zigzagando tra monti a strapiombo e un lungomare affollato, foto d’obbligo al tramonto sulla celebre Sveti Steven, un isolotto collegato da una piccola striscia di terra interamente occupato da un resort, ma gira che ti sterza, non c’è verso di trovare il nostro ostello.

Ciao Poveryh ci gridano dall'isolotto privato di Santo Stefano

Ciao Poveryh ci gridano dall’isolotto privato di Santo Stefano

Chiediamo a una famigliola finché un tale Vladimir sulla cinquantina ci sale in macchina per darci indicazioni. Quando scopre che siamo italiane esulta: more then friends, FRATELLI! – grida. La Lonely Planet ci ricorda che per questo Montenegro che tanto ignoriamo siamo dei miti che li salvarono dall’annessione alla Serbia durante i deliri hitleriani, grazie alla parentela tra i nostri Savoia e la dinastia Petrovic Njegos. Una volta sistemate presso l’Apartments Bečić (33 euro la tripla con bagno) e docciate a dovere, percorriamo il lungomare per un’overdose di gamberoni al Grilled Basta Magic.

Giorno 4: Bitch on the beach in Montenegro

Dopo tanti sbattimenti, eccoci spaparanzate nella spiaggia libera di Budva: mare gelido, pulito e subito profondo come piace a me, passeggiatona in pineta, prezzi ridicoli (per pranzo mi sparo un meloncino e un tè freddo per tipo 70 cent) e penniche (altrui) violente.

IMG_20170817_145237299All’imbrunire oltrepassiamo il tunnel pedonale per ritrovarci – una decina di km dopo – nel centro storico di Budva, davvero imperdibile con la sua fortezza arroccata sugli scogli, le sue chiese ortodosse e i vicoli stretti zeppi di gente e baretti. C’è pure la sagra del paese: panozzo arrogante, rutto libero e ronda di brucomela, mia grande passione al grido di ‘Il primo giro lo pago io’, manco fosse un prosecco.

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Giorno 5: Kotor Bay by boat

Tra le grandi attrazioni del Montenegro, troviamo sicuramente le Bocche di Cattaro (occhio alle doppie), da molti paragonata ai fiordi norvegesi se non fosse per le temperature più miti e per l’assenza di biondini slavati con occhi azzurri. L’omo montenegrino è abbastanza basso ma mediterraneo e sdreiebol, come diciamo qui a Harvard. Cadiamo nell’imperdonabile errore di affidarci a una gita in barca con la compagnia Boka Motoroski: 17 euro per 10 ore di navigazione con partenza dal porto di Tivat per raggiungere la bellissima baia di Herceg Novi e Perast, la prigione acquatica di cui non ricordo il nome, fino all’acqua santa di un’abbazia in mezzo al mare dove non si può fare il bagno ed è una vera tortura, per poi proseguire a mo’ di maratona verso la stupenda Kotor, cittadina arroccata di origine veneziana con la sua torre romanica dell’orologio e la Cattedrale di San Trifone (Sveti Trifun), patrono della città. Non miglioriamo la situazione accollandoci pure la gita extra alla Laguna blu: per 3 euro una navetta stracolma a tal punto che il marinaio deve bussare sul vetro coperto dai culi della gente in piedi prima di virare conduce a una bellissima insenatura dove transitano decine di barche. Un tuffo nel petrolio e via e mi chiedo per quanto tempo la Blue Bay si potrà chiamare così prima di cambiarle il nome…

Insomma, perché sconsiglio sta benedetta gita in barca? Perché il tempo concesso per le visite è davvero troppo poco mentre le ore spese a bordo con lo sguardo fisso verso l’orizzonte sono decisamente troppe, interrotte sole da scene esileranti legate alla maleducazione di alcuni russi inutilmente rissosi, o all’analisi di alcuni tatuaggi di coppie napoletane con i loro ‘Ti amo nonna’ sull’avambraccio (giuro su Oliviero). Merita anche il momento del pranzo, dove il cuoco schiaffa dei petti di pollo sulla brace più incazzato di Giuliano Ferrara dopo un mese di digiuno.

I compagni di allegria

I compagni di allegria

> Vai allo speciale: La Baia di Cattaro, un tuffo dove l’acqua è più verde (in progress)

Dopo la sfacchinata ingestibile, rientriamo a Budva per un bagnetto con esclamazioni alla Fantozzi quando si mette il profumo nelle mutande. Pernottiamo presso l’appartamento Moncic (40 euro la tripla), gestito dai medesimi (squisiti) proprietari, ma decisamente più silenzioso rispetto al precedente, ubicato sulla trafficatissima via principale.

Giorno 6: Benvenuti al Sud (del Montenegro)

Dopo una colazione dei campioni, sgommiamo verso Stari Bar con tappa in un’enorme chiesona ortodossa: è in corso la messa e ai lati ci sono degli altari secondari traboccanti di frutta, anche se la cosa che più mi colpisce è un prete talmente bono che mi faccio un film alla uccelli di rovo in meno due. Raggiungiamo il centro storico di Bar, ci sfasciamo di limonata casereccia davvero deliziosa, baklava ed altri dolcetti a base di miele, carie e diabete, e via alla scoperta di quest’altra cittadina racchiusa da una muraglia quattrocentesca, immersa nella quiete dei monti.

Proseguiamo poi per Ulcinj, Dulcigno in italiano, città all’estremo sud al confine con l’Albania. Una stradina inerpicata tra gli ulivi (18.000 piante, spara la Lonely) ci conduce alla guest house Guest House Vjetreni Mlin (17 euro la tripla), gestita da una dolcissima signora albanese che non parla inglese, ma non smette di rimpinzarci di aranciata, uva e formaggi. La figlia ci consiglia l’evitabile spiaggia di Valdanos, racchiusa nel verde di quelle che da vicino si riveleranno alghe e basura. Mi colpisce il parcheggio, grande almeno il doppio della spiaggia e le lastre di cemento dove la gente bivacca senza ustionarsi a mo’ di Giucas sui carboni ardenti. La famigliuola gestisce il ristorante Decanter nel centro della cittadina e per 13 euri ci concediamo la prima (e unica) cena 4 stelle della vacanza: zuppa di pesce, insalatona e orata alla brace con verdura, davvero delizioso.

Superato il delirio della via principale popolato da baracci e musica di merda (già amici, anche qui è arrivato il Despacito), una scalinata conduce al bellissimo centro storico di Ulcinj, sospeso tra i bastioni a strapiombo sulla scogliera. La città, costruita e distrutta ininterrottamente da diverse popolazioni, è un esempio vivente di come culture diverse possano convivere arricchendosi reciprocamente. ‘Terre dal passato vivente’ come Edith Durham definì i Balcani, queste zone fanno del continuo confronto tra Oriente e Occidente il loro punto di forza, in un perfetto mix di tradizioni locali che si tramandono immutate e l’alternanza di Illiri, Slavi, Bizantini, Veneziani, Ottomani e chi più ne ha più ne metta, che hanno forgiato questi luoghi senza tuttavia mai intaccarne la vera anima (ogni riferimento a lettori leghisti è assolutamente casuale).

Giorno 7: Tra i monti e i monasteri di Ostrog

Siamo esattamente a metà vacanza ed è il mio compleanno: da ben 7 anni ne compio 29, quale migliore occasione per raggiungere il monastero di Ostrog, perla dell’architettura ostrogota incastonata nella natura, e chiedere una grazia? Breve tappa a Cetinje, dove già la temperatura scende notevolmente: meritano tanto una piccola passeggiata nella città come un monastero dove è conservata la mano destra di San Giovanni Battista, che i fedeli sbaciucchiano, e da lì su, su, su tra le vette verso il monastero di Ostrog, immerso in un panorama davvero struggente.

Dopo una ripidissima camminata di 3 km, si raggiunge questo meraviglioso monastero bianco costruito nella roccia e disposto su più piani. Free vertigini, i resti di San Basilio, immagini scolpiti nella pietra, altari bizantini dai colori accesi, la commozione dei fedeli, una benedizione scampata appena in tempo ma soprattutto Lei, la Natura tutt’intorno, che profuma con i suoi pini e stordisce con le sue vallate, impervia, rigogliosa, imponente. Se anche voi come la sottoscritta non avete altro dio all’infuori del Podocrio (anagramma), una visita al monastero è d’obbligo anche solo per la vista spettacolare dall’alto.


Torniamo verso casa passando per la capitale Podgorica e Vizpazar, piccolo borgo di pescatori dove purtroppo non ci fermiamo, costeggiando il lato macedone del Lago Scutari e… nulla a che vedere rispetto al lato albanese! Je possino! Una distesa di ninfee, barchette tra i monti, un binario vicinissimo alla strada tanto che i treni monocarrozza paiono deragliarti in macchina: proseguiamo lungo un tunnel lungo 4 km, temiamo di sbucare sul San Gottardo ma eccoci a Petrovac, tranquillo paesotto noto per l’isoletta di Katic, e via verso Ulcinji.

Il lato non albanese del Lago Scutari

Il lato macedone del Lago Scutari

Le socie si concedono un panozzo mentre io vedo finalmente il centro storico alla luce del giorno di questa cittadina fondata nel V secolo dagli Illiri. Brevissima tappa alla spiaggia riservata alle sole donne, dove non è possibile scattare foto: mi aspettavo una Lady Beach come quella visitata a Dubai dove il mio solito costume intero pin up pareva succinto rispetto alle tunicone, ma il cartello d’entrata con le chiappe al vento già fa capire l’andazzo. Peccato che manchino 10 minuti alla chiusura, giusto il tempo per pucciare i piedi nell’acqua sulfurea che secondo le dicerie migliora la fertilità di chi si immerge. Vi farò sapere se mi si gonfia l’alluce nei prossimi mesi.

Lady Beach

Lady Beach

Ripieghiamo sulla Long Beach, la spiaggia principale di Ulcinji: una distesa  i m b a r a z z a n t e  di pattume che ogni sera un trattorino appiana, dopo che un gruppetto di 5 ragazzini raccoglie per chissà quanti spicci.

Il panorama dlla Long Beach trae in inganno...

Il panorama dlla Long Beach trae in inganno…

da vicino è imbarazzevole..!

da vicino è imbarazzevole..!

L’ultima serata trascorre in mutande sul balconcino affacciato sulla strada, dove la gentilissima signora dai capelli rossi ci omaggia con regalini e bibite: alla notizia che è il mio compleanno corre in casa, prepara un bel piattone di uva e pezzettoni di formaggio salatissimo e scatta un selfie di gruppo. Un po’ già ci vuole bene: la salutiamo augurandole la buonanotte, e ci risponde augurandoci uno screanzato “Tornate presto, ma con i vostri mariti”.

Uva e capra ed è subito Birthday party!

Uva e capra ed è subito Birthday party!

Giorno 8: Bye Montenegro, Welcome to Valona

Ultima passeggiata all’alba al cimitero (ahò, c’è chi ascolta TheGiornalisti) e alle 8 siamo già alla dogana, memori delle code interminabili della volta precedente.

Bye Crna Gora

Bye Crna Gora

Decisamente più agevole e veloce entrare in Albania anzichè uscirci, e rieccoci nella Nazione dell’Aquila nera. Oltrepassiamo Durazzo, che dalla strada pare un agglomerato di brutti casermoni, e dopo un’oretta circa raggiungiamo Valona (o Vlore) immersa nel suo traffico delirante. Depositiamo le valigie nella stupenda Villa Orion, una casa enorme e luminosa gestita da una famiglia molto gentile e disponibile, che ci consiglia di visitare il Monastero di Zvernc, collegato alla terraferma da un ponte ristrutturato di recente. Per raggiungerlo attraversiamo una pineta enorme, dove il profumo di fritto misto ci obbliga a una tappa: sono quasi le 17 e abbiamo una fame da lupo, il Ristorante Beni ci pare perfetto. Il proprietario, Beni appunto, parla italiano. “Ho vissuto in Italia” “Dove?” “A Lodi” “Ma noi siamo di Lodi!!” “Porco D@#!” risponde e non possiamo che credergli sulla parola. Nel 1994 ha lavorato in un bar del centro, salvo tornare in patria e avviare la sua attività. Dopo la carrambata proseguiamo verso questo bel monastero galleggiante su un isolotto, per poi cercare una spiaggia, ma non c’è verso di allontanarsi dalla terribile Petrolifera Italo-Albanese, così recitano i cartelloni, pure con un certo orgoglio. Ci concediamo un’oretta in un lido deserto, circondato da una stupenda pineta utilizzata purtroppo come una discarica a cielo aperto, dove tutti i ristoranti e i commerci riversano i loro cassonetti, Beni compreso, come abbiamo modo di verificare sulla strada del ritorno, cogliendolo in flagrante.

Basura paura

Basura paura

Ponte nuovo VS il vecchio ormai inagibile presso il Monastero di Zvernc

Ponte nuovo VS il vecchio ormai inagibile presso il Monastero di Zvernc

Imperdibile, il monastero aldilà del ponte

Imperdibile, il monastero aldilà del ponte

La passeggiata serale in città ci fa rendere conto della particolarità di Valona, con il suo centro buio, i vialoni demoliti e le strisce pedonali inaspettatamente allegre e multicolor (che faccia parte dello stesso piano di rinnovamento che negli anni 90 regalò molti edifici colorati a Tirana?). Mi colpisce la quantità enorme di farmacie e di benzinai (kastrati, così si chiamano): gelatino dal celebre Arjoli letteralmente preso d’assalto e la branda comanda.

Giorno 9: Dhermi, le Hawaii in Albania

Bellissima giornata a Dhermi, attraversando la Llogara National Park tra curve a gomito, vigneti e asinelli.

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Il verde dello stupendo paesaggio è interrotto solo da qualche macchia bianca e nera di pecore e capre inerpicate qua e là, mentre la Puntina bianca stride. Raggiunta la vetta scendiamo per una foto panoramica e a ricordarci che siamo davvero in alto sono i 16 gradi a mezzogiorno, oltre alle mie vertigini.

Vertigo, oui c'est moi

Vertigo, oui c’est moi

Il mare è spettacolare e spostandosi dagli stabilimenti balneari (dove per farvi un’idea un ombrellone con 3 lettini costa 6 euro, una follia rispetto ai prezzi incontrati fin’ora) il mare toglie il fiato.

La sera cerchiamo invano un ristorantino lungo la centralissima Rrua Ismaeli, ma tutto, ci dicono, è concentrato sul lungomare, che dista però 6 km circa. Dopo la scarpinata della riserva naturale rinunciamo all’impresa: visita alla Statua dell’Indipendenza, uno dei complessi più suggestivi che abbia mai visto dal vivo, e compio l’errore madornavaccale di addentatare un burek alle verdure tanto minuscolo quanto rinsecchito, di cui pagherò le conseguenze da lì a breve.

Giorno 10: the Sick in the city

Test clinici dimostrano che almeno un giorno durante tutta la vacanza devo stare come un cane bastonato: lo scorso anno lo sbocco day capitò appena arrivata al Lago Inle in Myanmar (ecco il resocontone qui), a sto giro Valona. Le mie socie partono per una gita in barca per Karaburun, io navigo tra bidet e lavandino, mi godo la stanza che gira tutto attorno alla panza mentre si danza, sudo freddo e guardo le repliche di Forum alla tele finché l’illuminazione. chiedo consiglio alla nonna della casa. ‘Virusaaa’ ulula ‘Enterogermina’; ma quale virus, signò, che qui c’ho un ovo sodo che non va ne su ne giù. In città ci sono più farmacie che persone, becco comunque l’unica che non parla italiano e mi prescrive delle bustine alla banana che fanno così schifo che appena me ne sparo una tornata in camera rigetto 4 tuffi carpiati ricomponendo il burek dell’orrore con tanto di resto e scontrino.

Gira tutto intorno alla stanza

Gira tutto intorno alla stanza

Di lì a poco, mi sento splendida splendente e pronta per risorgere: esco dalla stanza in pigiama e bigodini, prendo un bus a caso (30 cent la corsa, da pagare direttamente a un signore magro magro e mogio mogio che passa la giornata sull’autobus chiedendosi perché i biglietti non li può fare quello stronzo di autista) e risbuco sulla spiaggia di Valona dove trovo un dinosauro blu nella sabbia e capisco di essere nel posto giusto al momento giusto. Pennica con la testa nella sabbia fino al tramonto, quando realizzo di aver sprecato 1 giorno su 3 in Albania – nulla comunque rispetto alla mia media in fatto di ragazzi.

Torno a Valona Center per un giro tra murales, statue patriottiche e bimbi pingui.

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Nel frattempo le mie compagne di avventure rientrano dalla gitarella, non mi paiono particolarmente soddisfatte: i lupi di mare avevano provato a ingannarle dicendo che l’isola di Karaburun poteva essere raggiunta solo grazie a tour privati di 150 euro ma achtung! L’Hotel Regina organizza ogni giorno barchetta per 15 euro andata/ritorno e ci potete trascorrere l’intera giornata Sera dal kebabbaro, unico posto non italiano del lungomare, dove mangio il pane e scarto il resto a un cagnolozzo di strada pulito e cicciotto.

Giorno 11: A bocca aperta per Ohrid

La sveglia suona alle 7, e dopo 200 km di Nek (la radio italiana va fortissimo) raggiungiamo Ohrid facendo una breve tappa nella deliziosa Struga, nota per il suo festival di poesia: giretto al lago, pranzo romantico in riva al fiume Crn Drim, stradine tirate a lustro, gelaterie e pace. L’Albania pare già lontanissima e penso di aver trovato il posto perfetto dove crescere i figli delle mie amiche.

Arriviamo al celebre Lago d’Ocrida e la Macedonia ci regala un’altra perla con questa stupenda cittadina circondata dal lago più antico d’Europa. Visitiamo il centro con le sue chiesette ortodosse incastonate nei vari saliscendi, le spiagge popolate da over70 per la gioia di noi fan di Martin Parr e si respira un’aria serena e davvero gradevole. Imperdibili San Giovanni ‘The Theologian’ situata a strapiombo sulla Kaneo Beach e risalente al 1290, l’antico teatro del 200 avanti Cristo, la fortezza di Czar Samuel e la chiesona di Santa Sofia.

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Dopo le 19 la temperatura precipita, i pescatori se ne vanno e noi troviamo conforto nelle zuppone di pesce e nel gulash bollente anche se un po’ slavato, e nei sortilegi della maga di Eko Etno Kuka, il negozio più piccolo della terra dove la proprietaria, un po’ hippy un po’ Cloris Brosca, ci rifila un unguento miracoloso per i brufoli che come si sa colgono noi 18enni e a me infila in bocca un cucchiaio di miele a tradimento.

Giorno 12: In barca sul Lago d’Ocrida

Per la serie ‘Non si impara mai dai propri errori’, eccoci un po’ titubanti con i deretani su un traghetto che conduce al celebre Monastero di Ocrida (gita 10 euro a/r dalle 10 alle 18). Ci ricrediamo da lì a poco, quando scorgiamo dalla nave la residenza di Tito, il Museo Acquatico Bay of Bones e un’infinità di spiaggette incontaminate, dove l’acqua ha colori da non credere.

Ohrid by boat

Ohrid by boat

Dopo un’oretta di navigazione approdiamo all’estremità, dove abbiamo 4 ore di tempo libero per visitare Sveti Naum con le sue bellissime chiesette ortodosse perfettamente conservate, scappare dagli arrogantissimi pavoni dalla coda bluette che popolano l’isolotto, svaccarci in spiaggia, piangere e gioire per i repentini cambiamenti di temperatura del lago, dove i bagni in ammollo vengono interrotti da improvvise correnti di acqua gelida infingarde e dispettose.

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La sabbia fine, i colori cristallini, la riserva naturale Galicica, l’acqua pulitissima a tal punto da essere potabile se non fosse che io, lo ammetto, ci ho pisciato un paio di volte, fanno del Lago d’Ocrida un posto davvero magico che nulla ha da invidiare agli scatti che i vostri amici hanno postato su Instagram dalle Maldive. Con la differenza che voi non avrete bisogno di filtri, avrete avuto il buon gusto di non mostrare le chiappe con la scusa della solita frasetta sulla libertà di Socrate e nella peggiore delle ipotesi avrete speso 3 euro per un piattone di polpette e verdure nell’unico ristorantino dell’isola, circondato dalle sorgive e dai fagiani.

Honolulou Baby

Honolulou Baby

Al rientro a Ohrid City le mie socie decidono di riposare in camera (City Center Apartments, 20 euro un appartamentino per 3, tutto perfetto a parte l’invadenza del proprietario), mentre mi godo quelle che saranno le 3 ore più intense della vacanza grazie, nell’ordine, a una banda di giovanissimi sloveni che improvvisano canti e balli popolari sul porto, qualche chiacchiera con Andrei sulla scogliera: signore sulla sessantina, è un grande appassionato di poesia italiana e mi segnala il festival di cori balcanici in corso il prossimo weekend, quando purtroppo non sarò giù più in zona.

Light my fire

Sul cemento che scotta, mi son presa una cotta

“Please write about my country” mi raccomanda alla notizia che ho un blog di viaggi: come non farlo, scorgendo un tramonto mozzafiato che cala sulla città mentre i pescetti neri continuano a saltare nell’acqua più verde (e gelida) che abbia mai visto (e sentito)?

L'ultimo tramonto sul lago

L’ultimo tramonto sul lago

> Vai allo speciale Il Lago d’Ocrida, benvenuti in Paradiso (coming soon)

Giorno 13: ultimo bagno, ultima sera sul ponte di pietra

Da buona nostalgica del cheiz quale sono, alle 7 sono già sulla scogliera, in compagnia di un pescatore silenzioso e due bionde senza cellulite che fanno il saluto al sole. L’ultima mattinata di questa vacanza balcanica trascorre in riva ad una spiaggia pubblica popolata da una decina al massimo di persone, prevalentemente nonni e bambini, e qualche cigno a caccia di pescetti. Ultimi bagni, ultimi paninoni molli briosciosi, ultime chiappe pallide al sole e via verso Skopje, dove partirà l’indomani il volo di rientro.

Bye Ohrid

Bye Ohrid

All’altezza di Tetovo notiamo parecchi incendi (me ne aveva parlato il signor Andrei il giorno prima ma non capiva neppure lontanamente a cosa mi riferissi chiedendogli se fossero dolosi…): sul ciglio della strada una macchina con il cofano che stava andando a fuoco e un’intera famiglia a pochi metri, mentre i vigili del fuoco cercano di domare le fiamme altissime.

E’ una gioia far ritorno a Skopje, stupenda scoperta all’inizio del tour; la capitale non smette di stupire con la sua magnificenza e becchiamo pure una piccola manifestazione contro i genocidi di macedoni in Serbia e Albania senza purtroppo capirne molto.

Becchiamo una sorta di festicciola della birra dove un gruppetto locale intona un motivetto che ricorda Nord sud ovest est degli 883, ceniamo poco e male in un posto a caso e trascorriamo l’ultima serata ai piedi del ponte di pietra, dove un artista di strada fa ballare le sue marionette al suono di jazz, mentre le statue silenziose tutt’intorno ci fanno sentire piccine piccine piccine.

Giorno 14: vedi Skopje e poi muori (su AirSerbia)

La mattina sono già in moto alle 7: ho 4 ore per un’ultimo girone a Skopje, il capoluogo dell’unità amministrativa dell’Impero Ottomano e mi godo tutto con calma, compresi il Grande Baazar, le sue facciate neoclassiche mescolate all’architettura orientaleggiante, il fiume Vardar che unisce la parte ortodossa della città con quella musulmana Medito se portare con me o meno una cagnolina bianca a cui compro un burek di carne, ma finito il pasto non mi degna più di mezzo sguardo spezzandomi il cuore.

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Mi imbatto nel Museo di Madre Teresa di Calcutta, originaria della capitale macedone e vero mito nazionale Chiedo pure a lei perdono per tutti i miei peccati e protezione durante il volo di Air Serbia che mi spetta alle 15 ma a nulla valgono le suppliche: pure a sto giro, pilota alla Schettino, virate alla Fitipaldi e il rimpianto di non essermi fatta Skopje-Milano a bordo del brucomela del lunapark.

A presto con gli approfondimenti delle varie tappe: per non perderti neppure un update del tuo blog preferito metti un bel Mi piace al profilo Fb Fruhling Design e diffondi il verbo.

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