Vietnam 20 giorni fai da te: da Hanoi a Hoi An per terra e per mare

da∆ LEGGERE ATTENTAMENTE LE AVVERTENZE ∆

Avvisiamo la gentile clientela che il tour che segue è alquanto atipico, sia perchè ricco di [(non sempre) piacevoli] imprevisti, sia perchè in chi scrive convivono un’indole lombarda che si informa, stampa itinerari e programmi con un’incosciente (ciao mamma) backpacker stagionata, che al fato risponde facendo spallucce e pensando ‘cazzomene, io ci vado’.

∆ POSOLOGIA ∆

Durante il viaggio la sottoscritta ha riportato le sue memorie in un’agendina scarabocchiando pensieri e appunti con penna bic blu, maledicendosi per non aver portato con se il PC ed evitare sto sbattone immane di trascrivere tutto.

∆ MODO D’USO ∆

L’itinerario verrà brevemente descritto di seguito secondo il suo svolgimento giorno per giorno, e nelle prossime nottate di insonnia da jet-lag verranno aggiunti degli approfondimenti per ogni singola tappa.

∆ SOVRADDOSAGGIO ∆

La lettura di Frühling può creare dipendenza ai livelli di ‘Amore tossico’; qualora venga somministrata la lettura di 5 (cinque) post di fila, sono stati rilevati casi di odio masiniano verso la routine, il partner e la vita in generale. Si sconsiglia la lettura a neo-sposi e neo-genitori. In caso di sovraddosaggio, avvisare immediatamente il medico o prenotare un volo a caso su eDreams.

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Galeotto fu quell’assaggio del Vietnam di due anni fa, quando, dopo una Cambogia on the road ero approdata a Ho Chi Min in autobus, dove ero rimasta davvero colpita da questa terra così colorata e orgogliosa, autentica e incasinata, furba e rumorosa, con le sue bandiere colorate e i manifesti del regime, le sue case strette e le sue strade brulicanti di vita per tutti e 5 i sensi (olfatto compreso, purtroppo). Così, considerata la strepitosa esperienza in solitaria dello scorso febbraio trascorso a zonzo tra Thailandia del Nord e Laos, ho ben pensato di inaugurare il 2018 con un bel viaggione nel profondo Nord del Vietnam. Almeno, questo il programma iniziale. Ma procediamo con calma:

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Day 0: volone Madrid- Hanoi con scalo intelligente a Hong Kong

Che cosa facciamo, facciamo che andiamo

Che cosa facciamo, facciamo che andiamo

Prenotato 6 mesi prima con Cathay Pacific, l’andata di 15 ore è intervallata da uno scalo tecnico di due ora a Hong Kong, che in realtà è più lontano di Hanoi, quindi un bell’avanti e indrè inutile, perchè il Signore ha voluto così (cit). 530 euri secchi + 25 dollari di visto (necessario per soggiorni in Vietnam superiori ai 15 giorni). Il volo passa in fretta nonostante i dolori alla sciatica che mi hanno colto un paio di giorni prima, a mo’ di inclemente memento mori alla mia cocciuta volontà di viaggiare zaino in spalla a 36 anni suonati. Pochissimi gli occidentali sul volo; del resto l’inizio del Nuovo Anno Lunare è alle porte e molte le famiglie che rientrano per le feste. Hong Kong è completamente inglobata nella nebbia e il volo interno per Hanoi non ha più alcuna traccia delle famiglie dedite a risucchio rumoroso di noodles e scatarrate ad alta quota, per lasciare il posto a hipster con iPad che guardano schifati il mio taccuino.

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Day 1: l’arrivo a Hanoi

L’inizio non è dei migliori: mi hanno perso lo zaino Fernando che a quanto pare non è stato imbarcato sul volo interno ed è rimasto a Hong Kong con gli hipster, diluvia, fa un freddo atomico e tutto il nord pare impraticabile. Il bus 86 mi porta in centro per 30k dong (27.000 dong corrispondono a 1 euro) e mi dirigo sconsolata verso l’ostello Old Quarter Backpacker (3 euro a notte con colazione in dormitorio di 6 persone). Esco a farmi un giro, Hanoi è un groviglio di viuzze che cambiano nome a ogni incrocio ed è un delirio di clacson e motorini. Raggiungo il laghetto Hoam Kiem avvolto nella nebbia e da lì a un paio di ore scoppia il putiferio: il Vietnam ha appena perso la Champions contro l’Uzbekistan, ma tutti sono in strada a festeggiare di essere arrivati per la prima volta in finale. Mi compro la fascia del Vietnam, me la lego in fronte e seguo il corteo sotto la pioggia.

Che ce frega dell'Uzbekistan, noi c'abbiamo Tottigoooool

Che ce frega dell’Uzbekistan, noi c’abbiamo Tottigoooool

Recupero qualche info nelle numerosissime agenzie di viaggio del centro, e tutte mi confermano che il tempo farà schifo per tutta la settimana; le temperature nelle montagne dell’estremo Nord sfiorano i meno 2 gradi, è prevista neve e quel che è peggio, una nebbia insistente copre completamente il panorama. Guardo con lacrimuccia le foto delle risaie verdi di Sapa, obiettivo numero uno del viaggio, mi sparo affamata un pho bo in un baracchino dove conosco un’olandese che mi dice che con questo tempaccio ha deciso di smammare l’indomani e rientro in ostello, dove mi recapitano Fernando verso le 3 di notte e posso finalmente svenire nel mio letto a castello nonostante il chiacchiericcio di una bresciana davvero logorroica.

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Day 2: macinando km sotto il diluvio di Hanoi

Dopo la prima omelette di quella che sarà una lunga, lunga, lunghissima serie, mi dirigo verso il centro dove incontro un’associazione di studenti vietnamiti che, per praticare l’inglese, organizzano free walking tour in centro. Imbacuccata nel keeway, li seguo tra le viuzze del centro che mantiene l’antica struttura suddivisa in base alle professioni: ogni stradina è tutt’ora dedita a un’attività specifica, tra Hang Dao dove si lavora la seta dal XIII secolo, Hang Bac piena di tuguri che rivendono l’argento, Hang Bo, dove donne di ogni età smerciano ceste di bambù, Lan Ong, la mia preferita, un susseguirsi di simil-farmacie che vendono spezie, unguenti e rimedi di ogni tipo in barattoloni che vorrei collezionare tipo subito. I due universitari mi spiegano che sono tenuti a indossare l’uniforme tutti i giorni tranne il venerdì, e bloccano per noi il traffico aiutandoci a non morire investiti nell’intento. Dopo il tour inizio a perdermi senza speranza finchè mi fermo in quello che ancora non ho capito se fosse un bar o una casa; fatto sta che mi sparo un caffè con latte condensato superdolce – il primo di una lunga, lunghissima serie – con un cagnolino riccioluto in braccio, e senza meta decido di seguire le rotaie del treno.

Trainspotting chi?

Trainspotting chi?

C’è una sola linea ferroviaria che attraversa tutto il Vietnam da nord a sud e la sua particolarità è che taglia il centro delle città a pochi centimetri dalle case; non per nulla le rotaie attaccate alle finestre sono tra le cose più fotografate di Hanoi. Fermo una coppia cilena a cui chiedo se sanno come si arriva al Tempio della Letteratura di cui ignoravano l’esistenza, ma il nome gli piace e decidono di accompagnarmi: raro esempio di architettura tradizionale vietnamita, il Tempio fu costruito nel 1070 in onore a Confucio per rendere omaggio a eruditi e letterati, e nel 1076 divenne sede della prima università del Vietnam che istruiva i figli dei mandarini.

Al Tempio della Letteratura è giornata di lauree

Al Tempio della Letteratura è giornata di lauree

Tra le stele a forma di tartaruga dove sono riportati i nomi degli universitari che superarono gli esami e le porte dedicate alle virtù, sono decine gli universitari si scattano selfie con il diploma in mano, finchè un giovane maestro in gita con i suoi alunni ci chiede se possiamo parlare in inglese con il gruppo. Ed ecco che una giornata iniziata cazzeggiando sotto la pioggia a fare foto tipo Trainspotting, finisce con la proposta indecente di Mr. Trính che – dopo un pomeriggio di chiacchiere con bimbi tra i 5 e i 13 anni tra “What’s your name” e canti vietnamiti in gita sul pullman, ci chiede di stare con loro. Titubo fino al fatidico How old are you?, quando sparo a caso un 32 e al suo “Credevo 23” capisco che è l’uomo della mia vita e mi unisco al gruppo: torniamo in centro, attraversiamo il ponticello rosso sul lago e visitiamo la pagoda tra un selfie e l’altro tenendoci tutti per mano.

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Ci lasciamo con la promessa di vederci l’indomani in quella che sarà una delle giornate più particolari e autentiche dell’intero viaggio. La sera cedo allo spettacolo di marionette sull’acqua: turistico ma carino, peccato che la favola che accompagna le acrobazie sia in vietnamita e forse una ventina di minuti sarebbero stati sufficienti, anzichè l’ora e mezza secca di cantilene che dividono la mia panza brontolante a un sủi cảo tôm bollente e piccante (ravioloni immersi in brodaglia speziata, uno sballo serio).

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Day 3: pranzo in famiglia a Nam Dinh

Ogni promessa è debito: ed eccoci l’indomani sul treno delle 9 che ci porterà a Nam Dinh, dove ha sede la scuola NaDi Voice fondata da Mr.Trinh, come si fa chiamare questo 27enne che ci viene a prendere in moto con un amico. Sfrecciamo in tre senza casco tra il traffico di questa cittadina che poco ha da offrire al turista distratto, fino a raggiungere il villaggio sperduto di My Loc, dove ha convocato l’intera famiglia per ricevere me e i cileni nella casa dei nonni. Incuriositi dalla nostra presenza, i due nonni di novantanni agilissimi nell’alzarsi da terra, lui senza denti e lei con una dentiera marrone; la zia che non ha mai visto una persona non vietnamita e non fa che toccarmi il naso e chiedere al prof. che malattia abbia per avere gli occhi così verdi; un signore che non ho ancora capito chi fosse, vestito militare di tutto punto e addetto ai fornelli; la moglie incinta e una quindicina di persone tra cugini e amici, tutti a piedi nudi per terra attorno a due pentoloni dove ribolle l’Hot Pot, zuppone dove man mano si buttano dentro ingredienti vegetali e ahimà animali prima del risucchio finale in coro. Gamberetti vivi, tocchi di manzo, ananas, patate dolci, funghetti stretti e insipidi; la nonna mi tiene per mano e mi parla scandendo lentamente le parole nella speranza che così capisca meglio quello che mi dice nella sua lingua. Si scusano per non aver fatto in tempo a comprare ‘dog meat’, ma per l’occasione speciale si sono procurati una vera specialità ‘really delicious’, indicando un vassoio di uova apparentemente normali. Peccato che quando rompono il guscio, ne fuoriesca una bolla di sangue da cui si intravede un esserino ancora non formato. Trattasi per farla breve di feti di papero, che una volta toccato l’intruglio incandescente, diventano dei frittatini rigonfi. Vedo accanto a me il vassoio pieno di uova e penso di sedermici sopra per covarle tipo mamma chioccia fino a farle schiudere, ma i commensali si avventano su quella prelibatezza e la Licia Colò che è in me piange in silenzio. Segue il momento dell’happy water come chiamano il vino al riso che producono, con karaoke annesso, e ci rimangono male perchè non cantiamo le loro canzoni…

Le giornate, quelle autentiche

Le giornate, quelle autentiche

Dopo altri 712.000 selfie, salutiamo la famiglia per andare a trovare lo zio che vive con due maiali enormi e di un colore così rosa come solo lo avevo visto nei cartoni, e al momento dell’addio Mr.T. si offende moltissimo alla notizia che non ci fermeremo a dormire da lui per conoscere l’indomani la famiglia della moglie e consumare un altro hot pot da cui scansare con le bacchette gli animalini galleggianti. Il primo episodio di una lunga, lunghissima serie che dimostra quanto i vietnamiti siano estremamente generosi, ma allo stesso tempo poco comprensivi con i programmi altrui. Ci scarica in malomodo in stazione per il treno delle 18, e ancora frastornata per l’avventura prenoto per 20 dollari un tour a Tam Coc consumando sugli sgabellini dell’asilo del night market un riso alle verdure, il primo di una lunga, lunghissima serie.

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Day 3: l’antica capitale Hua Lu + girl power a Tam Coc

Dammi tre parole: monti, bici, fiume. Dopo la lezione coi bimbi, ecco un pomeriggio da turista con una ventina di coreani, trascorso sotto l’acquazzone tra l’antica capitale Hua Lu, antica dimora del re Dinh Kinh ucciso da un maiale nero, e Tam Coc, paesino dove sono le donne a sostenere la famiglia, anche se lo fanno… con i piedi. Visitiamo quindi le due pagode di influenza cinese e dedicate a Confucio; l’una conserva la statua del re, custodita in una stanzina chiusa a chiave perchè ‘it’s not polite to show him’ (?), e l’altra della regina il cui volto è dipinto di rosso rosso per l’onta di vergogna per aver sposato il fratello del marito, dopo la morte del legittimo consorte.

La parte migliore arriva in sella a una bici – la prima di una lunga, lunghissima serie – tra monti e risaie, gli Helloooo dei bambini e i maialetti che razzolano sul ciglio della strada, prima della gita su quelle barchette di legno dondolanti da due posti, dove le donne del villaggio remano con i piedi, in quella che viene definita la Halong terrestre. Passiamo sotto grotte bassissime dove è necessario accovacciarsi, fluttuiamo tra canneti e tutte le gradazioni di verde possibile fino al rientro in città, dove supplico un fon per asciugare capelli e vestiti completamente inzuppati, e prenoto la prossima tappa.

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Day 4: nel verde dipinto di verde di Cat Ba Island

Frittatina d’ufficio delle 7am e per 180k dong mi becco il pack del Full Moon Party, agenzia che propone bus+barca+notte in ostello per quella che sarà la piacevolissima anticamera per la nota Halong Bay. Dal finestrino scorrono tra la nebbia montoni e contadini immersi fino all’inguine nelle risaie fangose, verde, verde, verde e ancora verde, e penso a quanto mi stia riempendo gli occhi di una bellezza ruvida e severa e forse proprio per questo ancora più autentica, nonostante Giuliacci non sia proprio dalla mia. All’arrivo all’Isola di Cat Ba, antico villaggio di pescatori, faccio amicizia con gruppetto a caso composto da un indonesiano, un catalano, una belga, un tedesco di origine italiana che di cognome si chiama Oliviero (“Come il mio cane!” esclamo) e un austriaco (bono), affittiamo dei motorini, mi aggrappo all’austriaco (mica scema) e ci dirigiamo verso l’Hospital Cave, un ospedale segreto su 5 piani scavato all’interno di una montagna e costruito nel 1963, dove i Vietcong si riparavano e accudivano i soldati feriti durante gli sconti con gli americani.

Imperdibile il Cat Ba National Park

Imperdibile il Cat Ba National Park: e le vertigini MUTE

Proseguiamo lungo i tornanti verso l’imperdibile Cat Ba National Park, area protetta di 10.000 ettari, ricca di specie animali uniche al mondo tra rettili, uccelli e le mie tanto odiate ranocchie; dopo una scalata di un’oretta, eccoci sul punto più alto, dove il panorama è davvero mozzafiato. La nottata nel dormitorio da 40 persone mi porta a riconsiderare il mio status di backpacker, e prenoto per l’indomani una stanza privata lontano non tanto da chi russa, ma dalla musica assordante del bar di sotto, che per giunta è pure reggaetton, e mi addormento pensando a una dove deve fuggire nel mondo per non dover ascoltare il maledetto despacito.

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Day 5: e poi finalmente tu, Halong Bay

Non c’è tour del Vietnam che si rispetti senza una tappa alla celebre Baia di Halong, un agglomerato di 2.000 isole carsiche che spuntano dal golfo come torri di avvistamento ricoperte di verde. Uno spettacolo della natura unico al mondo, che mi godo nella prima giornata di timido sole grazie al daily tour da 15 dollari che include varie tappe, kayak tra le grotte e abbondante pranzo al buffet. Molti i turisti che preferiscono una crociera notturna, idea che ho abbandonato da subito, innanzitutto perchè il tempo era poco clemente, e poi i prezzi sono un furto e non si tratta di due giorni ma di un mezzo pomeriggio + nottata nel buio dell’inverno vietnamita + metà mattinata per almeno 150 dollari. Inoltre ho preferito alla blasonata e ultra-turistica Halong, un tour che partisse dalla deserta Baia di Bai Tu Long, con tappa all’Isola delle (stronzissime) scimmie, un’ora di kayak tra le insenature, punti panoramici tra gli isolotti a ciascuno dei quali sono stati dati vari nomi, ma il mio preferito rimane Penis Island a prescindere.

Per me Ha Long sarà sempr questo inglese sbronzo che si tuffa a Bai Tu Long

Per me Ha Long sarà sempre questo inglese sbronzo che si tuffa dalla barca

Gita stupenda che temo perda fascino in alta stagione, con le barche in coda tipo l’A4 il 14 agosto verso Riccione, ma a metà settimana, nel freddo pungente di una settimana meteorologicamente fantozziana, è un’autentica meraviglia attraversare a bordo di una barca di legno isolotti, grotte, monti, e insenature. Un tipo – ovviamente inglese e sbronzo – si è pure tuffato. Rientriamo alle 16 e mi faccio una bella passeggiata nel mercato locale: Cat Ba non è solo la via principale di hotel e ristoranti, ma anche un villaggio polveroso dove le famiglie dei pescatori vivono in viette strettissime con la musica a palla. E la sera dormita nella camera chilometrica con 2 (due!) letti matrimoniali del Cat Ba Dream Hotel (7 euro la doppia, frittata inclusa), dove io e lo zaino Fernando ci concediamo la prima notte di luna di miele, lontani da pasito-pasito-suave-suavecito.

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Day 6: rientro a Hanoi

Lascio una nuova giornata grigia e nuvolosa per far ritorno alla capitale del nord, dove è di nuovo pioggia, clacson, casino, sclero. Prendo camerata da 800 persone circa all’ostello Chien Hostel (dorm a 4 euro con frittata a colazione inclusa), che gode di una terrazza panoramica sulla Cattedrale gotica di San Giuseppe davvero stupenda, che evoca l’Europa Medievale. Dopo mille andirivieni nel traffico raggiungo la pagoda Tran Quoc (‘Protettrice della Nazione’) con la sua statua in bronzo di 4 tonnellate, e che si affaccia sul West Lake, un ‘orfano’ del fiume rosso, che però vedo a malapena a causa del nebbione lodigiano, e cammino altri millemiglia chilometri prima di imbattermi nella Hanoi imperiale, dove visito il palazzo presidenziale, un castello rinascimentale dove Ho si rifiutò di vivere preferendo una vita ascetica nel quartiere dei servi, il mausoleo a Ho Chi Minh su cui cappeggia il bellissimo slogan ‘niente è più importante della libertà’ e dove rischio la gattabuia considerati i numerosi avvisi che proibiscono di masticare chewing gum.

Hanoi, NON mi mancavi

Hanoi, NON mi mancavi

Nella piazza Ba Dinh venne pronunciato il discorso alla nazione che dichiarò l’indipendenza del Vietnam nel 1945; di quella giornata mi rimarranno impressi i cagnoloni legati ai cancelli a ridosso delle vie più imbordellate che abbaiano disperati, i noodles piccantissimi che mi prepara un baretto trovato a caso e la voglia di trovare un po’ di respiro in questa città così dura e inospitale. La sera mi trovo con amici di amici nel quartiere modaiolo del centro storico, dove solo un bar è composto da cinquantenni strippati amanti della musica rock anni 70: trattasi di The Doors, dove ogni venerdì si esibisce il gruppo di Chisy e Phan si esibisce. Seguono sbronza atomica a suon di birre Saigon, baraccio con prostitute al secondo piano (ciao mamma!) e rientro in caserma alle 4 con sveglia alle 10, giusto in tempo per perdere la frittatina quotidiana.

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Day 7: dai baby-carrarmati a Dong Hoi

Mi sveglio (stortissima) in una Hanoi che per la prima volta vede un timidissimo sole dal mio arrivo: mi precipito al Lago che cambia completamente volto e scopro con IMMENSA gioia che nel weekend la via principale è chiusa al traffico, e i motorini impazziti lasciano il posto a macchinine elettriche e baby carrarmati per bambini buffi, dove trascorro almeno due ore spaccandomi dal ridere.

Mangio buonissimi noodles ai frutti di mare e erbe amare e prendo un volo interno prenotato un paio di giorni prima per Dong Hoi (1 ora di volo per 20 dollari, contro le 12 ore di bus o treno per lo stesso prezzo). All’arrivo un taxi mi porta per 70k dong alla Dolphin Home (dormitorio da 4 persone con uovo doppio a colazione per 3,5 euro), un posto delizioso gestito da una famigliola squisita: consigliatissimo! Conosco una polacca che l’indomani andrà alle grotte IN CAMPEGGIO e una tedesca che sta facendo il giro del mondo, con cui – coincidenze vietnamite, vanno prese un po’ così – consumerò l’ultimo pasto dell’intero viaggio l’ultimissimo giorno. Sono stanca dal viaggio, dalle attese in aeroporto, dalle birre Saigon della sera prima e crollo alle 21.

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Day 8: tra i banchi della Dong Hoi School 

Di fronte alla frittatona doppia con panino lungo un metro, la dolcissima padrona di casa Hoai si scusa per non avermi detto che presso la Vo Nguyen High School i bimbi prepareranno il dolce tipico per il Tet, l’anno lunare ormai alle porte, e la giornata è aperta a tutti previo il pagamento di 1 dollaro che andrà a supporttare le attività scolastiche. Non fa in tempo a finire la frase che son già in sella e alle 9 sto già trafficando scalza per terra con riso e foglie di banano per confezionare il mio Banh Chung.

Con la Nguyen High School

Con la Nguyen High School

La mattinata scorre tra chiacchiere in inglese, risate, selfoni, notorietà; mi intervistano infatti per il programma trasmesso su qbtv.vn, che non ho mai trovato, ma resto la ragazza della porta accanto, e alle 11.30 un gruppo di studenti mi porta a pranzare a un buonissimo ristorante vegetariano, dove consumiamo un hot pot a base di tofu e verduroni buoni buoni.

Odio l'estate

Odio l’estate

Fa freddissimo, rientro in ostello, indosso il resto della valigia e in bici raggiungo il mercato locale pieno di pescioni tramortiti e attraverso il ponte per arrivare fino alla spiaggia bella ma triste come tutti i mari in inverno dove non viene mai nessuno a farmi compagnia. La sera con le ragazze dell’ostello ci spariamo la cenetta delle 18.30 al Tree Hugger Café, altro posto hipster di questa cittadina minuscola dimenticata da Gesù.

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Day 9: a bocca aperta tra le grotte

Io non le so mica tutte quali siano le sette meraviglie, ma di sicuro se non c’è questa va inserita nella lista; trattasi del complesso di grotte note come Phong Nha & Paradise Caves, utilizzate nel X secolo dai popoli Cham come luoghi di culto segreti. Durante la guerra del Vietnam, l’esercito trasportava qui i feriti per metterli al sicuro dai musi americani. Ora sono un posto surreale, dove i colori si mescolano nell’immensità della natura ed è tutto un sedendo (IN BARCA) e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete / Io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste STALATTITI, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando / E mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di ALBERTO ANGELA / Così tra questi PIPISTRELLI s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in queste GROTTE.

Nessuna foto (mia) rende quanto siano fighe le grotte

Nessuna foto (mia) rende quanto siano fighe le grotte

Il tour inizia con la visita alla Grotta del Paradiso, le più grandi dry cave di tutta l’Asia, e scoperte casualmente nel 2003 da un viandante in cerca di legno da rivendere. Un susseguirsi di stalattiti e stalagmiti da lasciare a bocca aperta, da gustare lasciandosi alle spalle i gruppi di turisti, soprattutto se spagnoli (…). Dopo il pranzo a buffet a base di noodles con uova strapazzate e frittate, non sia mai che il colesterolo ancora non sia imploso, raggiungiamo il porticciolo per Nha Caves a cui si accede solo tramite un fiume. La nebbiolina tipica di Tavazzano e il freddo pungente non riescono a smorzare l’azzurro turchese dell’acqua su cui la barchetta va lentamente per farci assaporare la vita a riva delle famiglie dei pescatori. Entrambe le grotte appartengono al parco nazionale Phong Nha-Kẻ Bàng, situato a una cinquantina 50 chilometri a nord da Dong Hoi e di unna lunghezza totale di 70 chilometri, di cui solo 20 sono stati esaminati degli scienziati vietnamiti. Fiumi, cascate e torrenti sotterranei ne fanno una delle più grandi regioni calcaree del mondo, e il complesso risale al Paleozoico, ovvero a 400 milioni di anni fa. Al rientro, doccia bollente e cenetta 101% local al ristorante Viet Hoa, dove i menù sono solo in vietnamita e indico un nome a caso ma mi va di lusso.

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Day 10: tra i bonsai millenari della Cittadella di Hue

Dormo dalle 21 alle 3, alle 3.01 urlo contro il gallo che strilla e mi riabbiocco fino alle 7; alle 7.11 ho già in bocca un bel frittatone, in attesa di dirigermi verso Hue, l’antica capitale imperiale fino al 1945. In che modo? Bhe, perchè prendere un treno un autobus di linea, quando ci sono i furgoncini che per 100k dong ti stipano in 15 persone, tra chi prova la suoneria durante le 4 ore del viaggio, chi ti strilla nell’orecchio, chi mangia strani dischetti bianchi che paiono menischi o ossi di seppia e chi si scaccola con arroganza? Il top si verifica quando la vicina tira fuori un sacchetto di plastica pieno di lingue di mucca e inizia a smazzarle ai presenti; ci si ferma a raccattare intere famiglie nel mezzo del nulla, e l’autista, tra una scatarrata fuori dal finestrino e l’altra, tira fuori sgabellini per impilare nuovi passeggeri. Attorno a mezzogiorno arrivo al delizioso Amy 2 Hostel (4 euro il dorm da 4 con uova strapazzate, mi piace variare, incluse per iniziare con sprint la giornata), mi infilo in bocca un panino a caso e mi dirigo verso la celebre cittadella, fiore all’occhiello di quella che la Lonely definisce una città languidamente signorile.

Nella cittadella di Huè

Nella cittadella di Huè

Il fiume dei profumi, che di profumato ha solo il nome, divide la sponda settentrionale dove regnò l’antica dinastia dei Nguyen da quella meridionale, dove i francesi installarono il loro nuovo distretto alla fine del XIX secolo. La Città Purpurea Proibita si trova all’interno delle mura della città imperiale, un insieme sterminato di palazzi, padiglioni, templi, cancelli, ma il mio posto preferito rimangono i Giardini di Coha, con i bonsai enormi che fanno l’invidia di mammà.

Bonsai assai

Bonsai assai

La cittadella trasuda storia di magnificenze e violenze, considerati i molteplici assalti subiti, prima dai francesi che bruciarono buona parte del complesso nel 1885, poi nel ’68 fino ai terribili bombardamenti americani a base di napalm che provocarono quasi 10.000 morti. Torno a casa studiando l’itinerario per l’indomani, che mi preoccupa non poco, considerato il traffico impazzito di Hue e le distanze non indifferenti, ma sono ben decisa a inforcare la bici.

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Day 11: felici solo in bici tra le tombe imperiali

Sono convinta di morire investita, invece scannello noncurante del traffico facendo solo attenzione a non investire io nessuno lungo la chilometrica strada di Le Loi, disseminata di templi e palazzi coloniali in cui faccio tappa man mano; dalla stazione dei treni un anziano mi da indicazioni in francese per raggiungere la Bao Quoc Pagoda, dove dei giovanissimi monaci in tenuta marrone sono chini sui banchi e da lì becco la tanto temuta Dien Bien Phu, ed è tutto un susseguirsi di pagode coloratissime: compro un paio di borse fatte a mano dai monaci in un baracchino posizionato accanto a un bar popolato da soli uomini con decine di gabbie di uccellini appese, proprio di fronte alla Pagoda Chua Tu Dam con la sua torre altissima, prima di imbattermi nella spianata Nam Giao, emblema di nobiltà dove avevano luogo sacrifici umani. Da lì pedalo per un’altra dozzina di chilometri circa fino ad arrivare alla bellissima Tomba di Khai Dinh, posizionata in cima ad una ripida collina con un esercito di mandarini di pietra sull’attenti per vegliare sul mausoleo dove sono conservate le spoglie dei re della dinastia Nguyen. Da lì sono ben intenzionata a proseguire la visita delle altre tombe, ma ahimè sono parecchio distanti e devo considerare che verso le 17 calano le tenebre e il ritorno può essere difficoltoso. Mentre mi dispero pensando al da farsi si avvicina Mai, studentessa 17enne di ritorno da scuola, che mi propone di accompagnarmi sul suo motorino elettrico in cambio di parlare inglese. Accetto felice; si precipita a casa a recuperare un dizionario vecchissimo e trascorriamo un pomeriggio davvero speciale tra selfie da bimbeminchia e sgommate nel fango in sella al suo motorino elettrico che traballa al passaggio di ogni camion. Mi porta a mangiar Bei Hue in mezzo al nulla; “Come si chiama questo paese?” chiedo “No name” sentenzia e ride.

Hello my friend, Mai!

Hello my friend, Mai!

A mangiar Bei Hue in mezzo al nulla

A mangiar Bei Hue in mezzo al nulla

Mi porta a pregare alla pagoda dove di solito si reca la domenica “ma oggi è un giorno speciale” e zigzagando in una vietta secondaria tra i bar dove i vietnamiti stonano sguaiati agli immancabili karaoke bar, sbuchiamo all’enorme Tomba di Minh Mang. Dalla Grande Porta Rossa si apre una distesa immensa di ponti e cortili fino al Padiglione della Luce, fatto costruire nel 1840 da 3.000 soldati costretti ai lavori forzati.

Imperdibili le tombe imperiali di Hue

Imperdibili le tombe imperiali di Hue

Si avvicina il momento dell’addio, e una tristissma Mai mi fa promettere di tornare a Hue con tanto di mignoli incrociati; si sta facendo buia e la bici mi attende, ma sono felice e canto Gino Paoli lungo la polverosa Phan Bien Phu che dopo questo bell’incontro mi pare un po’ meno brutta; mi imbatto in un mercato locale dove mi sparo un bel dragon fruit, fino a risbucare nel casino del centro. Sono giorni intensi, nostalgici e teneri allo stesso tempo, mi sento bene ma anche con le dita dei piedi che spuntano dal trampolino. Dopo un doccione bollente infilo il pigiama e scribacchio le mie avventure al bar fighetto Cay sorseggiando un iced coffee per ben 1,5 dollaroni e ciao povery.

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Day 12: Da Nang I hate you

Giornata sfigata; 5 ore sul tanto temuto bus a capsula che arriva in ritardo di un’ora e ci lascia chiusi per 45 minuti una volta arrivati alla meta per un controllo della polizia. Diluvia di nuovo, prendo stanzona singola a La Suite Hotel (7 euro senza colazione, come osano privarmi del mio ovetto quotidiano?), e ho subito una pessima impressione della città, tutta vialoni di hotel e nessuna bici da affittare. Cammino millemiglia chilometri, risucchio gli ennesimi noodles che se ci pensi forte sanno di pizza alle zucchine grigliate e scaglie di grana e percorro sconsolata il ponte del dragone tra i clacson snervanti. Ci sono 17 gradi e non piove: in Bach Dan mi sparro un iced coffee al latte condensato per illudermi di essere al mare, per la prima volta tolgo il kywey e infilo gli occhiali da sole e gironzolo in questa città che proprio non mi piace; visito svogliatamente una pagoda, una chiesa cattolica da fuori e il mercato al coperto adiacente al fiume, ma l’unico momento degno rimane quella mezz’ora in cui mi perdo nelle viuzze preparate a festa per il Tet fino a sbucare a un altarino in mezzo agli hoteloni.

Madonna del cemento, prega per noi

Madonna del cemento, prega per noi

Finalmente vita vera tra la gente che cucina nei pentoloni per accovacciata per strada sul portone di casa. Cerco di recuperare info sul famoso yellow bus che fa la tratta Da Nang – Hoi An ogni 20 minuti per 20k dong, ma a quanto pare – contrariamente a quanto sostenuto da siti, guida ufficiale della città e dall’hotel stesso – non c’è alcuna fermata sul lungomare, e l’idea l’indomani di attraversare di nuovo quell’orrendo centro solo per recarmi alla stazione dei bus mi fa salire la nevra. Mi sbatto in spiaggia a vedere il tramonto mentre le coreane non azzeccano mezza foto saltando e rientro in hotel affamatisima, ma la via è infestata da pipistrelli e mi chiudo in stanza, presa male Marco Masini su una scala da 1 a 10.

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Day 13: verso Hoi An, aka: sei come la mia moto

Non dormo NULLA per colpa di un materasso di ghisa e dei tunz tunz dell’unica discoteca del Vietnam ubicata giustamente nella mia via; proseguono le richieste su come raggiungere sta benedetta Hoi An da My Beach ma nessuno sa nulla e in questo clima di omertà mi sbatto in spiaggia nonostante il mare sia obiettivamente pessimo. Ero già rassegnata a una giornata pacco a farmi i selfie in costume da sirena tra lo sdegno delle coreane vestite da capo a piedi quando… cercando del mango tra i baracchini mi imbatto in Mr.V e la sua moto con la scritta easy rider.

Mr.V, easy rider chiacchierone

Mr.V, easy rider chiacchierone

Chiacchieriamo una buona mezz’ora di guerra (è figlio di un vietcong) e sulla freddezza – a suo dire – della gente del Vietnam del Nord, fino a quando scatta il propostone: 100k in sella alla motoretta del post-guerra per portarmi di fronte all’hotel di Hoi An con varie tappe lungo il cammino. Affare fatto, leghiamo come un salame lo zaino Fernando sul portapacchi e lasciamo questa città brutta a tutto gas, per dirigerci verso China Beach, fulcro di un vialone di resort, più nota per essere stata il set del film Good morning Vietnam che per aver accolto un centro ricreativo costruito dagli americani nel 1965, dove spiare le infermiere in topples (come testimonia questo articolo del Telegraph). Da lì proseguiamo verso le imperdibili Marble Mountains, un complesso di cinque affioramenti calcarei di marmo, che funsero da fortino dei Vietcong.

Già avviate le pratiche per l'adozione della Banana's Family

Già avviate le pratiche per l’adozione della Banana’s Family

Un groviglio di grotte e pagode con Buddah sdraiati e paffuti, disposte su più livelli e raggiungibili con ripide scalinate (o con un ascensore trasparente), da dove ammirare il panorama di quel mare che da lontano pare così bello. Il primo imperatore della dinastia Nguyen dedicò le montagne ai cinque elementi, ovvero acqua, legno, terra, metallo e fuoco. Il viaggio prosegue zigzagando nel traffico che si fa sempre più fitto fino a entrare a Hoi An, che mi fa ricredere sull’esistenza dell’amore a prima vista. Prendo posto al Hoa Binh Hostel (4 euro in dorm da 6 con colazione a buffet inclusa: non solo uova strapazzate ma anche pollo piccante e riso con le verdure, ou yeah) e per la prima volta in due settimane vedo il sole e me lo sento addosso: mi sparo un’insalatona di papaya e gamberi innaffiando il tutto con un bel mango shake, la vera droga di tutto il viaggione, e faccio un primo giro tra le viuzze del centro di questa città coloratissima racchiusa tra fiumi e risaie.

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Days 14, 15, 16, 17, 18: Hoi An in bici

In bici, con i calzini stesi a asciugare

In bici, con i calzini stesi a asciugare

Per molti Hoi An è una bella cittadina ricca di pagode, lampade e negozi di sarti. Per me è stata un’oasi verde di acqua, isolotti e distese di girini: poche le ore trascorse in centro, infinite le pedalate nella campagna circostante, a cui ho dedicato ben 5 giorni di fila. A Hoi An dedicherò un articolo a parte su cui sta già lavorando il mio stagista svedese nudo. Abbiate pazienza.

La siesta vietnamita

La siesta vietnamita

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Day 19: il (fantozziano) rientro a Hanoi

Volo delle 5.55pm dall’aeroporto di Danang (raggiunto in minibus con 120k con pick up all’hotel) per tornare in una Hanoi incasinatissima per il capodanno ormai alle porte. Raggiungo il centro con il bus 86 (30k) già presa male per l’imminente rientro alla routine composta da cose di cui non me ne frega una minchia in una città di cui non me ne frega una minchia con gente di cui non me ne frega una minchia (livello paranoia da 1 a 10: malinconoia): per arrivare all’Hanoi Asia Guest House (10 euro la singola con frittata compresa) attraverso il mercato più incasinato della storia con uno zaino enorme in spalla, mentre i motorini fanno lo slalom tra le bancarelle suonando incazzati e già mi scende la lacrimuccia pensando alla mia bicicletta tra le risaie verdi come un evidenziatore e alle decine di cagnolini abbracciati in viaggio. Svengo nel letto meditando se presentarmi o meno in aeroporto l’indomani.

14 febbraio in Vietnam: San Valentino solo se canino

14 febbraio in Vietnam: San Valentino solo se canino

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Day 20: ultimo giorno a Hanoi + il rientro in Europa

E gnente, ci siamo. Impacchetto tutto e mi dirigo verso la stazione degli autobus per assicurarmi che le corse vengano effettuate senza problemi dato che oggi è quello che per noi sarebbe il 31 dicembre. Infatti l’ultimo bus 86 per l’aeroporto parte alle 16 ed ho quindi a disposizione meno tempo di quel che credevo per dare un’ultima opportunità alla città che tre settimane prima mi ha accolto così incazzata, con il suo bordello per le strade, il freddo insopportabile, la pioggia incessante. Oggi, 15 febbraio o 30 Tet, Hanoi è sempre grigia, ci sono 12 gradi circa, ma le lampade rosse, i bambini già a casa da scuola, le famiglie prossime ai festeggiamenti riescono a renderla un po’ più colorata. Mi hanno spiegato che il Tet è la festa più importante dell’anno e viene celebrata indossando abiti nuovi comprati per l’occasione e cenando in famiglia verso le 18, prima dei fuochi d’artificio: il primo giorno dell’anno si va tutti insieme a casa dei nonni paterni, il secondo dai materni e il terzo… tutti gli studenti si ritrovano anche a distanza di anni per recarsi tutti insieme a casa del maestro che li ha accompagnati durante tutti e i 5 anni di High School. Mi è sembrata una tradizione davvero molto bella. Strada facendo incontro due templi molto belli che offrono un po’ di ristoro dal traffico, mi imbatto in almeno 4 mercati cittadini come sempre molto cruenti e a questo giro non faccio in tempo a distogliere lo sguardo da tre povere gallinelle appese a testa in giù a riempire i piattini sottostanti di sangue, sotto gli sguardi di altre tre rinchiuse in una rete e mi chiedo se e cosa capiscano dell’intera faccenda che poi è la vita.

L'ultima cena prima del volone

L’ultima cena prima del volone

Hoi An mi pare molto diversa della capitalone asiatiche visitate fin’ora, perchè, nonostante grattacieli di periferia e tecnologia ‘ingrigente’ (non esiste ma si capisce), ha conservato la sua struttura più autentica di paesone incasinato dedito a commerci e artigianato. Raggiungo il laghetto del centro che nemmeno con un solino stitico mi pare gradevole, grazie a Instagram incontro una tedesca incontrata durante il cammino e pranziamo insieme con un piattone di tofu fritto e rettangolini di noodles incollati. Il GPS del cervello inizia a scaricarsi, giro un po’ scazzata con i soliti rituali da incorreggibile nostalgica quale sono e in aeroporto, in attesa del volone delle 20 con altro illogico scalo a Hong Kong, ripenso a come io, nella vita, più o meno consapevolmente, me ne vada sempre sul più bello

La costante della mia vita: andarmene sempre sul più bello

La costante della mia vita: andarmene sempre sul più bello

E mentre una Hanoi avvolta nella nebbia si prepara all’inizio del nuovo anno lunare tra mandarini portafortuna, fiori gialli e festoni, io proprio nel giorno di Capodanno saluto i karaoke stonati, le preghiere bruciate sul portone come buon auspicio per l’anno del cane che inizierà domani, le bici che mi hanno fatto incrociare decine di sorrisi e racconti, gli alberi centenari dalle mille radici e i cagnolini vestiti buffi, quei nuvoloni incazzati che mi piacciono tanto e quelle brodaglie bollenti consumate per strada sugli sgabellini dell’asilo. Saluto questa terra così autentica e incasinata, orgogliosa e furba: stasera non augurerò buon anno o Chuc mun nam moi come si dice da queste parti davanti ai fuochi d’artificio e non addenterò un banh chung insipido che i bambini attendono da ore davanti al pentolone. Lascio il Vietnam con un brindisi dall’aeroporto spendendo i miei ultimi dong per l’ultimissimo piattone di noodles bollente, e augurandomi che l’anno del cane, che inizierà tra una manciata di ore, sia per me almeno un mite cockerino e non di nuovo un bastardo indomabile.

Happy New Dog Year a tutti!

 

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Comments
3 Responses to “Vietnam 20 giorni fai da te: da Hanoi a Hoi An per terra e per mare”
  1. Tizy ha detto:

    Ciao ho terminato ora di leggere la tua meravigliosa esperienza culturale in Vietnam. Dopo tutte le tue avventure mi sento stanca io nonostante sia sdraiata e comoda. Bellissimi viaggio e penso che porterai nel cuore questi posti e quelle persone conosciute……grazie x avermi dato la possibilità di aver conosciuto questi luoghi…….un abbraccio ciao

  2. Sere ha detto:

    Scusa il disturbo e soprattutto, scusa se ti scrivo qui, ma era tra le piattaforme per contattarti senza rischiare la denuncia per lo stalking. Ho apprezzato molto il tuo blog, mi piace come scrivi. Ho, di recente, letto il post sulla Cambogia e, come dire, potrei farti qualche domanda tecnica? Figata pure questo post, adoro!
    P.S. I consigli sul Cammino di Santiago sono i più belli che io abbia mai letto, se solo lo avessi saputo un anno fa.

  3. AnnaLu ha detto:

    Ciao Simona! Complimenti per il tuo blog, pagina fb e qualsiasi altra traccia scritta lasci in rete. Bellisimo questo resoconto vietnamita! Sono una ricercatrice che a breve si trasferirà a Madrid, posso farti qualche domanda in pvt?

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