Indonesia fai da te: 20 giorni tra Singapore, Bali e Flores

Chi parte sa da cosa fugge ma non sa quel che cerca

Sta frase mi rimbombava in testa come un martello mentre mi apprestavo a salire sul volone di 19 ore per Singapore, dopo che i lieti giorni trascorsi al lago con la famiglia erano stati sconvolti dalle notizie dei millemiglia terremoti che per settimane avevano colpito la Terra del Fuoco, dove giustamente stavo per atterrare. E con imperdonabile ritardo, ecco il resoconto di uno dei viaggi più selvaggi, intensi e a tratti sfigati che abbia mai vissuto.

✈ Giorno 0: Milano-Singapore, la bella addormentata

8 ore per Delhi, 5 ore di scalo, 6 ore per Singa, ma dormo, dormo, dormo tutto il tempo, pure sulla sdraio dell’aeroporto indiano: apro mezzo occhio giusto per buttare giù del riso piccantissimo, tra bimbe baffute e turbolenze alla ryan. Scrivo poco, penso troppo, mi riconosco nella definizione di backpacker stagionata (ovvero l’over 30 che viaggia con zainone in spalla che in realtà è dotato di rotelline, da nascondere in caso di avvistamento surfer o altra classica tipologia di manzo), mi prendo male quando leggo che c’è la pena di morte per chi si fa le canne.

Un pelo esagerati

Un pelo esagerati

Atterro alle 21.30 nella città che sancirà la fine dei miei polmoni. Già perché avere tutte ste tette e non respirare bene è uno scherzo della natura, ma scoprirsi asmatica dopo aver compiuto i 35 è proprio esilerante. Ebbene, appena metto piede fuori dall’aeroporto scopro di trovarmi nella città più umida del cosmo e inizio a darci di ventolin. Metro impeccabile, gente ultragentile, tutto pulitissimo: il tragitto dall’aeroporto al bettolone di Little India dove pernotterò è il riassunto perfetto di questa megalopolona per me assurda.

Giorno 1: Singapore. Marina Bay e Chinatown

Nottata delirio in camerata da 6 con le libanesi che accendono luci e musica all’alba per truccarsi e sistemarsi il velo. Rosario di bestemmie per me e colazione inclusa a base di fetta di pane con gelatine da spalmarci sopra e via con amichetta conosciuta in stanza (tedesca 19enne che sta facendo il giro del mondo) verso Ophrid per visitare Sultan Mosque e Arab Street tra un centro commerciale e l’altro, fino ad approdare a Gardens By the Bay.

Di quelle prime 24 ore a Singapore annoterò sul mio quadernetto di Bayside School (se non ci credete, ecco la prova sotto) le cose 5 che più mi hanno colpito ovvero:

Anche con il Diario di bordo, hasta la sobrieta siempre

Anche con il Diario di bordo, hasta la sobrietà siempre

  1. tutto è spaventosamente caro per gli standard asiatici (tipo un piatto di noodles del baracchino a 5 euro), tranne lo strano caso della Coca Cola che costa 1SD (dollaro di Singa), mentre l’acqua 3, per dire
  2. tutti sono così gentili, non c’è un filo fuori posto, per chi fuma o mastica un chewing gum scatta l’arresto. In metro conosco una ragazza, le chiedo se è di lì e di fronte alla sua risposta affermativa le chiedo ‘Do you like live here?’ ‘It’s safe’ è la risposta. Bha.
  3. c’è un tasso di umidità che la pianura padana in confronto è l’Isola di Pasqua.
  4. non ho mai, mai, mai visto mezzo animale, che sia cane, canarino o gatto
  5. i centri commerciali con le gondole a noleggio solo in quel viaggione delirio nei 7 emiri nel 2013.
che, non ce lo metti un pupetto che galleggia tra i grattacieli, scusa?

che, non ce lo metti un pupetto che galleggia tra i grattacieli, scusa?

Ad ogni modo girovago tutto il giorno nella celebre Marina Bay, delirio urbanistico di serre stravaganti popolate da calcestruzzo, fino a sbucare a Chinatown, che mo’ è tutto un delirio di colori e souvenir, ma fino al 1961 la via principale era soprannominata Street of Death perché ci venivano i cinesi moribondi a passare gli ultimi giorni/momenti in dormitori anonimi, probabilmente molto simili all’unico ostello che potevo permettermi. Zigzago fino al tempio Hindu più antico della città, Sri Mariamman, famoso per la torre ornata da mucche sacre che ospita in ottobre il festival dei carboni ardenti per la gioia dei fan di Giucas Casella.

Calcestruzo e tamarraggini, je t'aime

Calcestruzzo e tamarraggini, je t’aime

E realizzo che da un popolo che nella stessa via ha moschee, centri commerciali, chiese abbiamo solo da imparare.

△ Giorno 2: Singapore. Un giorno di pioggia tra Botanic Garden e Little India 

Giornata di scelte ad minchiam sotto acquazzoni sparsi: dai templi pittoreschi dedicati alla stronzissima dea Kali alla prima esperienza hard core di cibo piccante al Takka Center, fino alla foresta pluviale del Botanic Garden dove becco Reyal, il vincitore di The Voice delle Filippine, che esige una foto con me probabilmente rapito dallo charme del mio kee-way trasparente trovato nel dixan, ma il successo non mi ha cambiato.

Selfone con Reyal, il vincitore di The Voice delle Filippine

Selfone con Reyal, il vincitore di The Voice delle Filippine

Sera al National Museum per il Night Festival, con scenette trash di wresling, amici di Maria che ballano nell’acqua, meduse riflesse sugli edifici tra gli Oooh di stupore di un pubblico compostissimo che non solo non ruba cuscini e bicchieri che vengono distribuiti gratuitamente, ma è tutta una gara di Siediti pure tu – no tu – no, suddai tu che io mi guardo intorno che mi sento dentro Candid Camera.

△ Giorno 3: in volo verso Bali

Dopo un’altra notte insonne, mattinata a tirare l’ora a Little India e mi reco al Terminal 4 con le sue fontane, piscine e mazzi enormi di ortensie in ogni dove. Nell’attesa da casa mi avvisano di un nuovo terremoto a Bali, hostess e passeggeri fanno spallucce, spaventarsi è un po’ da provinciali democristiani quindi imbarco, non dopo aver consumato il mio ultimo desiderio: un bel Ritter sport gusto biscottone, pensando che se sopravvivo la prossima estate la passerò a Varazze. Il volo atterra in ritardo, non ci sono più autobus per Ubud, contratto un taxi che per 20 euro circa si spara 3 ore per portarmi nella deliziosa casetta che mi sono presa nella Foresta di Scimmie, tra lampadari che ballano e uccelli che fanno versi strani. Ma chissene ragà, sono a Bali!

Air Asia destinazione Bali

Air Asia destinazione Bali

Giorni 4, 5, 6, 7: in giro per Bali con base a Ubud

In realtà Bali è ‘na merd. Deludentissimissimissima. A meno che siate surfer esperti ma tipo Point Break proprio, non ci sono tante ragioni per venire a Bali, che sicuro negli anni 80 sarà stata una figata atomica. Faccio base all’ “alternativa” cittadina di Ubud, in realtà ULTRA turistica con i suoi fricchettoni da salotto, che trova riscatto solo quando ci si perde nelle risaie limitrofe. Il secondo giorno realizzo la tragedia immane: a Bali la bici praticamente non esiste, così come i mezzi pubblici. Tutti tutti tutti si spostano in motorino, che odio. Non mi resta che aggregarmi all’unico simil-tour che va alla scoperta dell’est dell’Isola, con i suoi templi di Besakih ai piedi del monte Agung avvolto dalla nebbia, le sue piantagioni di tè e caffè (con quella povera bestiola imbottita di bacche e costretta a caccarle senza manco la settimana enigmistica), il tempio Goa Lawah preso d’assalto dai pipistrelli sacri. Ma il vero riscatto sopraggiunge solo il terzo giorno, quando scopro le gioie di Gojek, un’APP odiata dai taxisti per scroccare passaggi a gente a caso.

Gojek, ciao mamma

Gojek, ovvero: ciao mamma

Premetto che appoggio la lotta anti-Uber e nel mio piccolo lo boicotto, ma i taxisti a Bali sono degli strozzini con cui contrattare il prezzo di ogni tratta per ore, con l’unico risultato di uscirne cmq inculati a prescindere. Grazie a questi motociclisti incoscienti comunque meno di me, raggiungo così per pochi spicci le imperdibili risaie di Tagalalang e il Tirta Temple dove gli australiani che si immergono accanto ai local per riti di purificazione solo per spararsi i selfie risultano un pochino patetici. Compro per 20 rupie un sacchetto di patate viola e due sarong per mia madre per lo stesso prezzo e me ne torno a Ubud attraversando risaie bellissime. Mi imbatto nel Lotus Garden che cela un piccolo passaggio laterale: percorrendo una stradina si sbuca nelle risaie Subak Jumuk Manis dove non c’è nessuno se non un paio di contadini immersi nel fango e qualche ranocchio che fa cracra.

INFO: a Ubud pernotto presso Perin Bungalow, le prime due notti in stanzona privata con balconcino vista piscina e geko sulla maniglia che je possino, le altre due nella camerata da 6. Per pranzi ripiegavo su lasi al mango e fruttoni esotici per la gioia della mia flora e fauna, cene mie a caso in posti 100% local dove l’unico requisito è che ci fosse il menù solo in indonesiano per ordinare a caso – tranne le ultime due sere quando, aggregatami a un gruppetto di Brescia fedeli alla Lonely Planet, scopro due posticini mica male di cui non mi sono però segnata il nome.

Colazione con puncake e due litri di caffè, pescioni al Tirta e riti verso il tempio Gianyar

Colazione con pancake e due litri di caffè, pescioni al Tirta e riti verso il tempio Gianyar

Giorni 8 e 9: bird-watching al sud dell’Isola

Due ore e mezza di minibus fino a Kuta e da lì Grab che mi porta a Legian, la parte tranqui di Seminyak Beach che sarà la base dei miei spostamenti per i due giorni trascorsi tra il sacro e il profano. Smollo zainone Fernando (si chiama così) in un ostello a capsula perfetto per un’asmatica (Borough Capsule Hostel Bali: idee di merda puntata 43.456.789) che condivido con uno skater canadese: finalmente motorizzata grazie a un italiano conosciuto a Ubud con cui trascorro un paio di giorni, ci dirigiamo subito verso Tanah Lot, un tempio che merita per la sua posizione arroccato in mezzo all’oceano tra i bimbi che si tuffano chiedendoci di fotografarli e i genitori che pescano non capiamo cosa.

Il tempio nella scogliera a Tanah Lot

Il tempio nella scogliera a Tanah Lot

Da lì brum brum scooterone verso la celebre spiaggia di Canggu, dove assisto a cerimonie hindu con tanto di deliri di gente che urla riposseduta, alternati a grandi manzi che surfano di cui faccio scorta nella retina come i dromedari con l’acqua, in vista di un lungo inverno di stenti nella città più gay del mondo (dove logicamente vivo). Cenetta in un indiano che fa solo ‘rovi’, piadine di pastasfoglia ripiene di quel che vuoi: sardine e cheddar per noi.

Mare è riti, abbiocchi e tramonti

Mare in indonesia è deliri di massa sulla rocca, abbiocchi e surfer irriducibili fino all’ultimo raggio di sole

Il giorno dopo via verso l’imperdibile Dream Beach in moto con una zainetto di mutande stese sulle spalle dopo il bucato nel bidet. Mare finalmente tu, finalmente decente nonostante onde e gelo che lo rendono bello da guardare ma non da toccare – filosofia di vita a cui sono poi abituata. Quando si avvicina il tramonto, cioè verso le 15 in Asia, ci dirigiamo sulla punta dell’estremo sud di Bali: la terronia qui di nome fa Uluwatu, meta hipsterona di surfisti che cavalcano l’onda perfetta quando non ci lasciano le penne (ogni anno, mi spiega un uruguayano, parecchi cadono di testa sulle rocce infingarde). Inizio a chiacchierare con un surfer brasiliano di cui mi innamoro dopo aver scoperto che si chiama CIRO, ma ahimè è tempo di andare prima che le tenebre avvolgano il nostro motorino Ciao.

Dal bucato steso sulle spalle a Uluwatu Temple passando per Dream Beach

Dal bucato steso sulle spalle a Uluwatu Temple passando per Dream Beach

Toccata e fuga a Uluwatu Temple con le sue scimmie stronzissime e cenetta a lume di murena a Jimbaran, paesotto senza nulla di speciale a partire dal mare, ma dove i vari ristorantini dispongono sulla spiaggia tavolini e candeli e tu ordini dei pesci che ti vengono serviti mentre hai i piedi nella sabbia. Tutto delizioso, anche se gli asiatici non ce la fanno a grigliare senza ketchup, quindi ti trovi davanti una piattata di gamberoni grigliati e pesce fresco con quel retro gusto dolciastro di McDonald.

Ciro, tramonti e pescione freschi a lume di candela (senza Ciro)

Ciro, tramonti e pescione freschi a lume di candela (senza Ciro)

△ Giorno 10: Ciao Bali, benvenuti a Flores, il posto più bello del MONDO

Ultima mattina a Bali, arenata sulla spiaggiona bianca di Legian con il suo tipico mare balinese, ovvero brutto, sporco, freddo e ondoso. Doccione e pranzetto di noodles deliziosi in attesa del goJek di cui ormai sono fan numero uno, sia per i prezzi (soli 50 rupie per l’aeroporto VS le 200 del taxi), sia per la possibilità di conoscere local.

Ultimo pranzo a Bali, ultima spiaggia e via verso Flores

Ultimo pranzo a Bali, ultima spiaggia e via verso Flores

Il mio volo per Labuan Banjo con Lion Air presenta non poche sfighe, dal ritardo con cui parte alla valigia rotta che mi ritrovo all’arrivo sul nastro, ma nulla rispetto alla tragedia accaduta dopo qualche mese con la medesima compagnia. Eccomi finalmente a Flores, un fuori-programma completo dato che il viaggio prevedeva nella mia testa una manciata di giorni a Bali e poi il ferry per Lombok, distrutto però dal terremoto le settimane prima della mia partenza. Qui mi imbatto subito nella VERA Indonesia che speravo di trovare, con le strade impolverate, la gente sorridente e curiosa, i canti provenienti dalle moschee, gli hello dei bambini, le decine di richieste di foto dei passanti, i muezzin che starnazzano nel cuore della notte e mercatacci zozzi. Deposito lo zainone Fernando al Ciao Hostel che oltre alle classiche camerate, ha anche un maxi terrazzo con una trentina di brande all’aperto a strapiombo sul porto. Seguo i consigli del gruppo di Brescia e prenoto un tour di due giorni in barca, che si rivelerà essere una delle cose che abbia mai visto ever (dopo la Cappadocia, che per me rimane imbattibile). E’ tardi, sono stanca e domani la sveglia è alle 6: mi godo la vista e mi abbiocco dimenticandomi di avvolgermi nella zanzariera che cala dal soffitto tipo baldacchino, cosa di cui mi accorgerò solo l’indomani.

Ciaone dal Ciao Hostel, brande a strapiombo

Ciaone dal Ciao Hostel, brande a strapiombo

Giorni 11 e 12: Flores via mare

Tour stupendo che per 70 euro comprende due giorni e un pernotto in barca con tutti i pasti buonissimi spadellati dai 3 marinai. Ed eccomi per 48 ore di fila in barca con un gruppetto di una 15ina di persone, tra avvistamenti di tartarughe e delfini, immersioni tra coralli e stelle marine enormi, pesci buffi come Oliviero, nuotate con mante di 4 metri, selfie con i famosi draghi di Komodo (secondo me intontiti da calmanti), isole popolate solo da maialini neri e cervi, trekking tra i bufali, tutti i tipi di azzurri possibili tra cielo e mare, pasti a base di banane grigliate con cioccolato e formaggio e nottata insonne a guardare le costellazioni che paiono a un palmo di mano, tra un tramonto che ciaone e un’alba che proprio bho.

Tra vulcani e varani

Due giorni tra vulcani e varani

Il tour prevede 4 fermate: le isole di Ricca e Komodo per l’avvistamento dei famosi maxi-varani che mi fanno una tristezza immane, un’arrampicata in cima alle vette di Padang e un’intera mattinata a Kavana Beach, che io a gesù e maria non ci credo ma se esistesse il paradiso di cui vanno blaterando ancora alcuni nel XXI secolo sono sicura che sarebbe proprio così. Rientro per il tramonto, con gli occhi pieni di bellezza, il cuore pieno di racconti di gente proveniente da tutto il mondo e la panza piena di riso e pollo.

Padang e Kavana, due posti da vedere prima di schiattare

Padang e Kavana, due posti da vedere prima di schiattare

Abbandono il Ciao Hostel che non ha più posto per finire nell’hipsterissimo Dragon Dive Komodo Hostel dove scopro che Flores è presa d’assalto da francesi che vengono a insegnare diving. La cosa positiva è che rispetto alla notte precedente arroccata sul cucuzzolo ora sono in pieno centro, faccio un giro con una ragazza conosciuta in barca e ceniamo al mitico Night Fish Market.

△ Giorno 13: Flores via terra

Alla scoperta dei dintorni di Labuan Bajo con un driver che per pochi spicci ci porta alle cascate di Warung Bangkalan che in realtà non sono nulla di che ma anche solo il tragitto per arrivarci, il bagnetto tra le zanzare acquatche, i ponticelli di legno e soprattutto la guida locale che con il suo inglese stentatissimo ci porta al villaggetto da cui proviene: si chiama Warsav, i bambini escono da scuola e ci guardano come delle aliene, le campane della chiesa cattolica suona a festa e dai giardini spuntano fiori enormi.

I dintorni delle cascate

I dintorni delle cascate

Mi riprometto di tornare a Flores per scoprire il nord di quella che è l’isola ch più tardi è stata aperta al turismo mentre mi dirigo verso l’aeroporto per gli ultimi giorni nella terra del fuoco. La zona più sismica del mondo mi ha risparmiato tragedie e spaventi, mentre durante il viaggio ho conosciuto non poca gente che si è trovata nel bel mezzo di terremoti più o meno forti, urlando tra le risate degli indonesiani per i quali una scossa che ti fa sobbalzare dal letto equivale a quel che per noi è un tuono nel bel mezzo di un temporalone.

Giorni 14 e 15: Sanur, le ultime ore balinesi

Atterro di nuovo in quel cesso di Bali che riuscirà a riscattarsi all’ultimo grazie a Sanur, posto di per sè non particolarmente imperdibile, ma lo stupendo ostello dove pernotto, con la sua famigliola gentilissima aggiunge decisamente punti positivi all’impressione che mi porterò a casa dell’intera isola. L’apice del Suwardika Homestay & Dormitory (se andate a Sanur DOVETE pernottare qui, fidatevi) esplode quando il padrone di casa mi offre per 20 rupie una bici. UNA BICI. Già, la cosa che più amo al mondo – dopo forse le linguine allo scoglio, anzi no – e che è una costante di tutti i miei viaggi, nonché la cosa che più mi manca in assoluto nella città in cui vivo (questa, per i nuovi fans che ancora non lo sanno).

Il paradiso in terra non esiste, ma chi va in bicicletta ci arriverà comunque. (Mauro Parrini)

Il paradiso in terra non esiste, ma chi va in bicicletta ci arriverà comunque. (Mauro Parrini)

In sella tutto cambia e pedalo, pedalo, pedalo felice tra il traffico delirante: compro i souvenir in un negozio solidale che sostiene un ospedale che si occupa di bimbi nati con deformazioni facciali, mi sparo il lungomare che costeggia tuuuuutta la Black Beach fino al tempio dimenticato da Buddah Pura Campuhan, mi perdo tra i campi cantando Gino Paoli finché non mi imbatto in una bettolaccia piena di local con il menù fisso. Mi siedo e arriva subito una zuppa piccantissima con dentro una testa di orata, proprio quel che bramavo dopo 30km in bici sotto 40 gradi, ma sono felice felice e mi faccio anche un selfie con la testa del defunto in bocca. Trascorro la serata al Night Market con la sua giostrina per bimbi, unica attrazione dell’intero paesello, e spendo le ultime rupie provando sto benedetto massaggio indonesiano che mi pare molto sgrauso (è anche vero che opto per un posto tipo all you can ebola che per 30 rupie mi fa massaggio schiena e collo di 30 minuti).

Il caciucco balinese

Il caciucco balinese

△ Giorno 16: Rientro a Singa che ormai rima con sfiga

L’indomani il figlio del proprietario mi porta in aeroporto e mi spiega che il traffico in indonesia è così delirante anche perché per motivi religiosi non possono costruire cavalcavia e tunnel: tutti gli uomini devono essere uguali dinnanzi a dio, nessuno sta al di sotto o al di sopra dell’altro, un po’ come per noi cattolici dove un monsignore è a bordo di una porsche trainata da 50 bambini, insomma. Atterro a mezzogiorno a Singapore, città che per me sarà per sempre sinonimo di sfiga. Ostello tragico, umidità pazzesca che fa schizzare ai massimi storici la mia asma, sto malissimo, mi trascino grondante tra Little India, trovo forze in un piatto di noodles al miele e frutti di mare a Chinatown (na schifezza, ma mi rimettono in piedi).

Le ultime tragiche 24 ore indonesiane

Le ultime tragiche 24 ore indonesiane

Filo in branda alle 21 perché non ci sono mezzi per raggiungere l’aeroporto l’indomani, tranne un bus alle 3am. Ciondolo in aeroporto circa 5 ore battendo i denti per l’aria condizionata a palla, tossisco per tutte le 23 ore di fila del volo e appena metto piede a Malpensa mia madre mi porta diretta in ospedale.

Ma sono felice perché pure a sto giro l’Asia ha avuto il potere di calmare tutto (tranne l’asma).

Il rientro: prima - durante - dopo

Il volo di rientro di 23 ore: prima – durante – dopo

In concusione:

Incredibile Flores, la vera Indonesia che speravo di trovare, con la sua commistione di religioni, il mare paura, la natura più selvaggia e la gente curiosa e serena. Meritava decisamente più giorni.

Sopravvalutatissima Bali, dove non penso di tornare, a meno di essere un giorno un surfer esperto a caccia dell’onda perfetta, ma tipo Point Break proprio.

Figa quanto basta Singapore, con manco mezzo filo d’erba fuori posto, le persone gentilissime, l’umidità delirante e la costante sensazione di vivere dentro Dogville di Lars Von Trier.

In questi giorni in solitaria ho fatto cose diversissime tra loro, chiacchierato con un mucchio gente interessante, dormito pochissimo, mangiato piccante ma buono, visto da vicino animali buffi, parlato con tanti cagnolini, pedalato e letto poco, autostoppato e scritto tanto, placato i pensieri, ascoltato muezzin in piena notte e visto gente delirare durante riti induisti, vissuto giorno per giorno, ridimensionato un bel po’ di cose, schivato terremoti, ma soprattutto sono andata molto d’accordo con me, che è poi la cosa che più mi preoccupa quando viaggio da sola (sì, più dei terremoti).

Padang: il ricordo che da la forza per affrontare l'inverno

Padang: il ricordo che da la forza per affrontare l’inverno

Spero che il maxi-resoconto ti sia piaciuto: condividilo pure e fammi un bonifico.

A presto!

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