Chiang Dao: un giorno di ordinaria follia

Dopo qualche giorno alla scoperta dell’incantevole Chiang Mai, morivo dalla voglia di perdermi nella calma di un paesino in cui apparentemente non c’era nulla se non la giungla più selvaggia, fiumiciattoli marroni e poco altro. La scelta era ricaduta su Chiang Dao proprio per la sua (presunta) tranquillità assoluta.

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Ma già dopo qualche minuto si stava scatenando la sfiga su quella che è stata indubbiamente la giornata più movimentata del viaggio.

Innanzitutto arrivo alla stazione degli autobus e scopro che la mia guest house sta inculatissima: la sciura mi chiama un tuk tuk, arriva una moto che per 100 bath (una follia, ma del resto le ore seguenti mi mostreranno che a Chiang Dao dovrò stare molto attenta a tutto e tutti) mi porta a Baan Thanatchanok, in cui sono l’unica ospite e sono letteralmente in mezzo al nulla. Mi piglio a male, fingo un pianto partenopeo, Mae la proprietaria della struttura mi dice che posso annullare la prenotazione pagandole solo la metà, mi scappa un ‘suka’ che si sa è internazionale; a quel punto mi riporta al paese in moto (…) per farmi noleggiare una bici dai suoi amici che mi spillano 200 bath (a Chiang Mai il noleggio è di 50 al giorno) e mi promette che la sera mi porterà in paese con lei per il mercato locale. Il puntello è alle 18, ho ben 6 ore per avventurarmi in questo paesello composto da un incrocio che da un lato porta al paese, dall’altro ai monti. Vado in banca a cambiare i soldi, prendo un cartellino a caso alla macchinetta e ci azzecco pure, ma quando è il mio turno non mi accettano né euro né dollari perché stropicciati e conto gli spiccioli che dovranno bastarmi fino al ritorno a Chiang Mai. Prima della scarpinata verso le grotte mi rifocillo ad un baracchino di strada con un piattone di papaya salad talmente piccante che mi sudano pure i testicoli, ma devo dire che non sono mai andata così veloce in bici come quel giorno. Imbocco la discesa fino ad incrociare un tempio davvero strano: accanto al solito Buddah gigante che se ne sta accovacciato verso i monti in tutta la sua ciccionezza, un inquietantissimo gruppo di statue sanguinanti inscenano alcune torture: è la prima volta che vedo immagini cruenti in un contesto buddista e forse avrei dovuto fare 2+2 sulla meta scelta quando una cornacchia nera mi si posa sulla spalla (ok dai ora sto romanzando troppo).

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Raggiungo il Tham Chiang Dao, un complesso sotterraneo costituito da quattro grotte che mi offrono refrigerio. Conosco un americano trasferitosi in Thai da decenni, che mi invita a visitare Phra, cittadina a due ore che definisce un angolo di paradiso. Declino l’invito perché ha le crocs e proseguo verso il laghetto dove nuotano carpe e pesci-gatto enormi. Pedalo, pedalo, pedalo passando attraversando giungle, scuole, casette arroccate, baracchini di noodles bollenti e templi inglobati dal verde più selvaggio.

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Da lì provo a raggiungere in bici Doi Chiang Dao quando mi dicono che supera un altitudine di oltre 2000 metri ed è necessaria un’escursione di almeno due giorni: mi abbevero presso un bar con wifi, dove scopro controllando l’email che l’orfanatrofio di cui non farò nome mi chiama per un ‘piccolo’ cambio di programma. Anziché prestare – come accordato – servizio presso la loro struttura, ho la possibilità di recarmi con loro sul confine birmano, ma è necessario mandargli quanto prima il mio passaporto per ottenere un permesso speciale dall’esercito. Scopro così che la meta è una zona di guerriglia a ridosso del confine birmano e dall’alto della mia saggezza di 28enne decreto con tanto di martelletto di Santi Licheri, che va bene il prossimo, va bene l’esperienza, va bene che da bambina volevo essere fotografa di guerra e sono cresciuta a Girelle e Terzani, ma anche suka, esortazione che a quanto pare è parola nota pure in Myanmar. Felice della mia scelta di cui vi parlo qui più nel dettaglio, brindo con un iced tea per il quale mi inculano 65bath ma veniva incluso un bel cagotto, quindi alla fine è stato un affarone.

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Pedalo tra campi di fragole e stradine nella giungla quando, sulla strada verso la guest house vedo un ragazzino fermo di fronte ad un cucciolo investito. Non parla una parola di inglese, il cagnolino piange esausto, dietro di lui una striscia di cacca e sangue, mi ricordo di avere nello zaino la sacca dei calzini sporchi che speravo di lavare da qualche parte, la svuoto e mettiamo lì la creaturina ed il ragazzino lo porta con sè nel cestino della moto. Prima di andarsene mi ringrazia ed abbraccia. Quella scena mi turba non poco e pedalo veloce in lacrime maledicendo Chiang Dao e le sue cornacchie del malaugurio.

Alle 18 Mae mi aspetta, che bello mi porta al mercato locale con lei! Sfrecciamo veloci sul suo scooter nelle stradine sterrate quando arriviamo a quello che chiamano il city center, ovvero una via con una fila di bancarelle di frutta e noodles. Sono l’unica europea, anzi addirittura l’unica di Lodi e sono elettrizzata al pensiero di trascorrere una serata con i local in compagnia di una ragazza della mia età che non è mai uscita da Chiang Dao. Chissà quante storie avrà da raccontarmi! Parcheggiamo e codesta creatura tira fuori dalla sella un grembiule, si dirige verso una delle prime bancarelle e si mette alla friggitrice per aiutare un’anziana signora a preparare tortini dolci di fagioli Neri. Mi guarda e mi dice: ‘ci vediamo qui tra 4 ore!’ Sorrido, alzo gli occhi al cielo e mi scappa sottovoce una ‘maremmamaialosca’ che in thailandese significa ‘Ti ringrazio oh Madre terra per questa opportunità’. Faccio qualche avanti e indietro nel mercato, mangio noodle con verdure, tofu e noccioline, provo qualche dolce gommosissimo, finché mi imbatto nella bancarella di una scuola che sta raccogliendo fondi, vendendo riso e souvenir. Rompo il ghiaccio comprando un paio di bustine ricamate a mano, cerco di attaccare bottone, non spiaccicano mezza parola di inglese ma trascorro non so bene come un’oretta con loro, che vogliono assolutamente una foto di gruppo e mi regalano il calendario: scopro così che per il calendario buddista siamo nel 2560 e sono felice pensando a quanto in fondo li porti bene i miei 543 anni.

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Mae è li che frigge e rifrigge, io provo a spingermi oltre la via del mercato ma c’è solo un vialone dove le macchine passano veloci sollevando polvere. Mi siedo su una panchina e aspetto. Aspetto. Aspetto. Alle 23 torno alla bancarella di Mae che è talmente carina da riportarmi alla guest house senza togliersi il grembiule, poi far ritorno al lavoro. Una volta arrivati mi caco addosso nell’ostello composto da due casette, la mia ed un’altra in cui non c’è nessuno, nel mezzo del buio più pesto. Ma non sono sola: una colonia di formiche giganti brulica sotto il letto. Auguro loro buonanotte e spengo la luce ripensando alla giornata.

L’indomani recupero dei wafer del 1912 dal benzinaio ed alle 7 sono già in sella per macinare gli oltre 40km della giornata, scanditi da saliscendi durissimi su due ruote e non solo. Frantumatosi il programma del volontariato, sono indecisissima sul da farsi: me ne vado in Laos? Proseguo ancora più a nord in Thai? Fuck the mountains e me ne fuggo su qualche spiaggione del sud? Non Riesco a godermi lo splendido paesaggio pensando e ripensando a cosa avrei fatto l’indomani, finché mi imbatto nel Thum Phaprong con i suoi 500 scalini disseminati da insegnamenti buddisti che esortano ad ascoltarsi per sentire dentro di sè tutte le risposte. Bisbiglio un ‘graziearca’ che in antico birmano significa ‘Guarda che se lo sapessi stare mica qui a impanicarmi, oh clemente madre natura’, e proseguo scarpinando verso la vetta dove uno splendido panorama mi aspetta. Superato un bellissimo tempio occupato per metà al suo interno da una roccia, ecco la natura più selvaggia e silenziosa. Solo qualche foglia si muove, un monaco giovanissimo passa il mocho arancione come lui, e si respira a quassù la calma più paradisiaca, mentre Chiang Dao è là sotto con le sue scarpinate, i suoi bivi reali e non, i suoi cuccioli investiti, le sue serate eterne al mercato.

Eppure sono felice, tiro un bel sospiro e via, recupero la bici per riprendere la pedalata. Fa caldone, mi sparo un iced café nel giardino del fighettissimo Chiang Dao Nest: 50bath un caffè, più caro del tragitto in bus di oltre due ore.

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Proseguo verso le hot spring, così chiamano un fiumiciattolo di acqua sulfurea dove sono in ammollo un uomo con le stampelle e due ragazzi thailandesi hippy con perizoma di carta vedo-non-vedo-massì-che-te-l’ho-visto e lunghe trecce nere. Canto a squarciagola lungo la stradina disseminata da mucche, fattorie, campi di fragole fino ad incrociare Jampee Temple, un bruttissimo tempio che in realtà non è altro che un container di lamiera dove ci sono vari bus parcheggiati. E’ in corso un ritiro spirituale, mi affaccio a curiosare, mi danno una bottiglietta d’acqua e mi ringraziano per essere passata.

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Rientro alla guest house dove mi sparo un doccione a cuor leggero ben decisa a far rientro a Chiang Mai e proseguire l’itinerario, anche se non so bene dove ma d’un tratto non mi importa più. Mae si scusa di non potermi portare in stazione ‘Ma quando restituisci la bici i ragazzi del noleggio ti porteranno in scooter di sicuro’: ‘con quello che mi han fregato per la bici mi dovrebbero portare in braccio’, penso tra me, che in antico Thai significa ‘Che bello grazie!’. Sulla strada mi sparo dei noodles bollenti e piccantissimi a un baracchino che recita Noodles 30 bath. Vado a pagare e l’anziana signora mi dice ’40 bath’ e io ‘Ma dice 30’ e lei ‘evabbè dai 30’ pure scocciata. E sono contenta che nonostante il programma iniziale sia andato a farsi benedire, alla fine Chiang Dao si sia rivelata un’esperienza. Mi dirigo verso l’unica stradona del paese quando… nuova tragedia… Non riconosco qual è il centro noleggio dove restituire la bici e soprattutto dove recuperare il mio passaporto. Mae mi ci aveva accompagnato in moto, ricordo solo che era una casetta come le altre, vai tu a sapere mo’ qual è. Mi impanico dopo qualche su e giù senza trovare nulla, finché faccio ritorno al tempio cruento con le sue statue inquietanti: qui un gruppo di donne sta mangiando riso e noodles, le interrompo quasi in lacrime da vera drama queen quale in premestruo sono, ma nessuno sa aiutarmi, non parlano inglese, ridacchiano finché tiro fuori il numero di Mae e a gesti dico a una di chiamare quel numero. Finalmente dopo una buona mezz’ora di misunderstronzing Mae risponde, le dico che non trovo il noleggio e lo spiega a una donna che inizia a sfregarsi le mani e mi propone di portarmici per 50 bath. ‘Chaggiafa?’ le rispondo, che in antico thai significa ‘Ti ringrazio per il tuo aiuto disinteressato, o creatura di Dio’. Facciamo due ripeto due metri in moto quando raggiungiamo il posto: un po’ mi incazzo, non mi potevi dire ‘esci dal tempio ed è la prima porta a destra’? La tizia spiega sicuro la faccenda a questi che iniziano a ridere a crepapelle additandomi: mi sento come la Marini quando cade ad uno stacchetto del Bagaglino, ma piglio la tipa e – power of incazzatura – le dico ‘Ok 50 bath ma mi porti in stazione’. Non accetta, non le do una minchia e mi incammino, quando mi segue e mi da un passaggio incazzata. Finalmente arriviamo alla stazione degli autobus per proseguire il mio tour fai da te in Thailandia del Nord; attendo una mezz’ora prima di lasciare il paesino dove avrei dovuto trascorrere qualche giorno sereno tra pace, verde e volontariato, ma dove in realtà è poi successo di tutto di più, e va bene così.

Parlando di volontariato in Asia, ecco qualche considerazione qui

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